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Tra terra e cielo: La “cartografia” Interiore di Giuseppe Argentiero, tra Niemandsrose e Vostok (Bards Of The Black Sun, BFP 2026)

(VERSIONE ITALIANA) Articolo originariamente pubblicato in inglese per il prossimo libro di BARDS OF THE BLACK SUN edito da Black Front Press, ordinabile direttamente dalle pagine dell’editore. Tale saggio è frutto di una ricerca, ascolto approfondito ed intervista con il portavoce dei progetti: Giuseppe Argentiero. Vi invitiamo a supportare la musica e l’editoria indipendentemente, essa rappresenta la nostra libertà di scelta, fuori dalle logiche di mercato.

La stima che nutro nei confronti dei progetti di Giuseppe Argentiero non nasce da un’“affinità” intesa nel senso più semplice e immediato del termine, né dall’illusione che ci si somigli. Al contrario, nasce quasi da un’affezione per la differenza, da quelle sottili frizioni che, anziché allontanare le persone, le costringono a guardarsi con maggiore sincerità allo specchio.

Con Giuseppe non sono mancate le divergenze: nella sensibilità, nelle prospettive, persino nel modo di nominare e interpretare il mondo. Ed è proprio per questo che il dialogo si è rivelato fertile. Non è mai stato un esercizio di reciproca conferma, quanto piuttosto una comune volontà di comprendere qualcosa in più: della musica, certamente, ma forse anche di noi stessi.

Il mio ingresso nel suo universo è avvenuto gradualmente e, per certi versi, a ritroso. Ho conosciuto prima Niemandsrose e solo successivamente sono arrivato a Vostok. È stata una scoperta per stratificazioni, come aprire una porta su un corridoio e trovarne poi un’altra che conduce in una stanza differente, ma segretamente comunicante con la precedente.

Ciò che mi colpì fin dall’inizio fu proprio questa duplice natura: due progetti distinti, dotati ciascuno di un proprio linguaggio e di una propria funzione, eppure complementari, quasi fossero i due poli di una medesima necessità interiore.

Un ruolo decisivo in questa scoperta lo ebbe Marcu, conosciuto anche come Menefreghistu. Nell’estate del 2025 arrivò a Napoli indossando quella maglietta. Un segno semplice, quasi casuale, ma che parlava già di appartenenza e fedeltà. Durante le nostre lunghe conversazioni serali mi parlò con entusiasmo di Niemandsrose, facendomi ascoltare alcuni brani e raccontandomene immagini e dettagli con la precisione di chi la musica non si limita a “consumarla”, ma la abita.

Fu lì che tutto ebbe inizio: la curiosità, l’ascolto, il bisogno di capire più a fondo.

Quando successivamente arrivai a Vostok, compresi che non si trattava di un’appendice, né semplicemente di un “progetto parallelo”, ma di un altro volto dello stesso gesto artistico: memoria storica e memoria emotiva, paesaggio collettivo e confessione personale, distanza e intimità.

Nel tempo, questa stima si è rafforzata anche attraverso una collaborazione concreta con Nihilistic Avant-Garde Music, che ha trasformato l’ascolto in relazione e l’ammirazione in lavoro condiviso. Non si è trattato di un episodio isolato, quanto di un autentico punto d’incontro e, soprattutto, di un riconoscimento reciproco che continua ancora oggi attraverso la stima artistica, il dialogo e l’attenzione verso il lavoro dell’altro.

Esiste poi un ulteriore legame, forse meno prevedibile ma altrettanto profondo: il comune amore per il death metal e, in particolare, per il melodic death metal. Detto così, potrebbe sembrare qualcosa di distante da ciò che questi progetti esprimono oggi. In realtà non lo è affatto.

Alcune intensità non scompaiono: cambiano semplicemente forma.

Anche questo rappresenta un punto di contatto concreto tra Giuseppe e me. Apparteniamo a generazioni differenti e proveniamo spesso da idee e percorsi che non coincidono completamente. Eppure la musica dimostra ancora una volta che la distanza non è necessariamente una barriera. Due persone con visioni diverse possono riconoscersi nello stesso gesto: cercare una verità, evitare il superfluo, rifiutarsi di accontentarsi della posa.

In un’epoca nella quale tutto tende alla semplificazione, all’appiattimento e alla cancellazione delle sfumature, questa convergenza nata dalle differenze, e non nonostante esse, rappresenta per me il motivo più profondo per cui valeva la pena scrivere queste pagine.

Due progetti, due forme della memoria

Per comprendere Niemandsrose e Vostok bisogna partire da un dato essenziale: sono nati da due necessità differenti e, al tempo stesso, complementari.

Vostok prende forma durante un periodo di cambiamento personale. Giuseppe avverte il bisogno di costruire un “luogo” nel quale elaborare la memoria privata, le relazioni, la malinconia e ciò che egli stesso definisce con una formula particolarmente efficace: quello «spazio dell’assenza» che non lo ha mai abbandonato.

Quello spazio, per lui, è Vostok.

Niemandsrose arriva successivamente, ma non come un “secondo progetto” nel semplice senso cronologico o opportunistico dell’espressione. Nasce durante le sessioni di registrazione del secondo album di Vostok, quando Giuseppe comprende che due composizioni non appartengono realmente a quel mondo e decide di escluderle.

Da quell’esclusione nasce una nuova possibilità.

Il bisogno, cioè, di oltrepassare la dimensione puramente personale per confrontarsi con una forma più ampia di memoria. La passione per la storia completa il processo e, durante gli anni della pandemia, prende forma l’EP Stalingrad: un lavoro maggiormente concettuale nel quale la musica si trasforma quasi in documento sonoro, evocando eventi e uomini apparentemente lontani nello spazio e nel tempo e che tuttavia vengono percepiti con sorprendente prossimità emotiva.

La scintilla originaria è però la stessa per entrambi i progetti: dare una forma a immagini e sensazioni che non possono essere espresse direttamente.

Giuseppe stesso offre forse la definizione più limpida: Niemandsrose è memoria storica trasformata in paesaggio sonoro; Vostok è memoria emotiva trasformata in canzone.

I nomi come chiavi d’accesso

Anche i nomi non rappresentano semplici rivestimenti estetici. Sono, piuttosto, chiavi d’accesso.

Niemandsrose deriva da Die Niemandsrose di Paul Celan, uno dei riferimenti poetici centrali nell’immaginario di Giuseppe. A colpirlo è soprattutto l’idea della “rosa di nessuno”: qualcosa di bello, vivo, quasi sacro, e tuttavia appartenente a nessuno.

All’interno di quel nome convivono solitudine, memoria, ferita e resistenza. Difficile immaginare una definizione più adatta per una musica impegnata a cercare la dimensione umana nel cuore delle rovine.

Vostok guarda invece altrove: verso il cosmo, il futuro, l’esplorazione, il desiderio dell’uomo di superare i propri limiti.

Il riferimento è naturalmente al programma spaziale sovietico e alla capsula Vostok 1, che condusse Yuri Gagarin nello spazio. Un nome apparentemente freddo, tecnico, eppure attraversato da una forma profondissima di romanticismo moderno: l’uomo che guarda oltre l’orizzonte, accompagnato dal sorriso di Yuri.

Dal death metal a una nuova grammatica sonora

Il retroterra musicale di Giuseppe nasce dal death metal.

A prima vista può sembrare lontanissimo dalla musica che realizza oggi. Per lui, tuttavia, la distanza è soltanto apparente. Sono cambiati i mezzi espressivi, ma non l’intensità, il senso del rituale e la tensione emotiva.

Tanto che, nelle sue parole, sarebbe perfettamente possibile reinterpretare sia Vostok sia Niemandsrose attraverso distorsioni estreme e volumi elevatissimi senza tradirne la coerenza più profonda.

Vi sono stati anche anni di silenzio, soprattutto durante il primo periodo universitario, quando smise quasi completamente di suonare.

Non si trattò però di un vuoto sterile.

Furono anni di ascolto, riflessione e maturazione personale. In quel periodo si avvicinò al neofolk e ampliò considerevolmente la propria cultura musicale. Quando tornò a comporre, lo fece con una maggiore consapevolezza di ciò che voleva comunicare e del modo attraverso il quale farlo.

I temi ricorrenti formano una costellazione estremamente precisa: memoria, identità, tempo, perdita, paesaggio interiore, storia vissuta dalle persone comuni, disciplina, nostalgia e ricerca di significato.

A questi si aggiunge il confronto fra l’individuo e forze più grandi di lui: la guerra, la modernità, il declino, il desiderio, il sacro, il destino, la tradizione.

In Niemandsrose tali elementi emergono in forme prevalentemente simboliche, storiche e rituali.

In Vostok diventano invece più intime, quotidiane, sentimentali.

Restituire dignità a ciò che viene dimenticato

Il nucleo morale che attraversa entrambi i progetti può essere espresso senza ambiguità: restituire dignità a ciò che viene dimenticato. E a coloro che vengono dimenticati.

Persone, luoghi, emozioni, storie minori: tutto ciò che la velocità del presente consuma e abbandona.

A questa etica corrisponde una precisa scelta stilistica. Giuseppe ricerca una forma di verità emotiva. Non sembra interessato all’ironia né a quel cinismo contemporaneo che spesso trasforma ogni cosa in distanza.

Preferisce il peso delle cose.

Anche quando quel peso risulta scomodo.

I suoi riferimenti non vengono selezionati per prestigio culturale né per costruire artificialmente un’immagine sofisticata. Vengono scelti quando esiste una risonanza autentica: una poesia, la lettera di un soldato, una fotografia, un monumento dimenticato, un film, un paesaggio industriale, una tradizione popolare, il racconto di un veterano.

Ma questi elementi devono entrare nella musica dopo essere stati trasformati. Non possono essere semplicemente applicati su di essa come ornamenti.

Una geografia di riferimenti

La mappa degli autori e delle influenze è ampia, ma sorprendentemente coerente.

Mario Rigoni Stern gli ha insegnato uno sguardo umano sulla guerra e sulla montagna, sulla dignità silenziosa degli uomini immersi nella Storia.

Giovannino Guareschi, anche attraverso l’esperienza della prigionia, gli ha trasmesso ironia, forza morale e attaccamento alle radici: lo stesso insegnamento che Giuseppe riconosce di aver ricevuto dal nonno materno.

All Quiet on the Western Front — Niente di nuovo sul fronte occidentale — rappresenta per lui un riferimento fondamentale proprio perché mostra la guerra priva di retorica: distruzione della giovinezza, perdita dell’innocenza, dissoluzione dell’uomo.

Allo stesso modo lo hanno affascinato figure come Adriano Visconti e numerosi aviatori della Prima e della Seconda guerra mondiale: uomini coraggiosi, segnati dalla disciplina, da un destino spesso tragico e dalla fedeltà a un codice personale che Giuseppe avvicina idealmente a quello dei samurai.

Nel cinema, Hayao Miyazaki costituisce una presenza imprescindibile.

In molte delle sue opere convivono volo, tecnica, nostalgia, natura e malinconia. Film come Porco Rosso e Si alza il vento parlano direttamente a una parte importante dell’immaginario di Giuseppe.

Un segno altrettanto profondo è stato lasciato da Hiroshima mon amour, nella sua capacità di intrecciare amore, trauma e memoria, e da Uomini contro, per la sua durezza morale e per la radicale forza antimilitarista.

Sul piano visivo e architettonico, Giuseppe guarda invece al Razionalismo italiano e al Futurismo di Antonio Sant’Elia: linee pure, slancio verticale, monumentalità, tensione verso il futuro.

Nelle arti figurative avverte una particolare prossimità con il lavoro di Anselm Kiefer, dove la storia diviene materia, rovina, paesaggio spirituale.

Ama inoltre il Brutalismo.

E poi c’è Paul Celan.

Nella poesia di Celan la parola diventa ferita, luce minima all’interno della catastrofe. È un’idea di linguaggio che Giuseppe sente profondamente propria.

Tutto questo entra nella sua musica non attraverso la citazione diretta, quanto come atmosfera, tensione etica, immagine interiore e modo di osservare il tempo da una prospettiva differente, lontana dalle letture più convenzionali.

L’essenzialità prima della tecnica

Giuseppe non è un feticista degli strumenti, dei pedali o della tecnologia.

Ricerca semplicità e immediatezza.

Al centro di tutto rimane la chitarra classica, già utilizzata come strumento compositivo persino negli anni dedicati al death metal.

Il principio è quasi ascetico: se un’idea funziona nella propria nudità, conserva valore anche quando cambia il suo abito sonoro.

Oggi utilizza un’Alhambra di fascia media, uno strumento che definisce semplicemente «onesto e affidabile».

L’attrezzatura viene dopo.

Prima vengono le idee.

La sua firma sonora può essere ricondotta a due elementi tanto semplici quanto riconoscibili: arpeggio e melodia.

Un movimento armonico che respira e accompagna; sopra di esso, una linea melodica capace di lasciare un segno o di aprire uno spazio emotivo.

Per Giuseppe è in quell’equilibrio fra struttura e sentimento che emerge qualcosa di profondamente personale: un arpeggio che cammina e una melodia che lo attraversa.

L’esperimento Vostok live from the basement — quattro brani registrati dal vivo con la sola presenza di chitarra e voce — costituisce forse l’esempio più sincero di questo approccio.

Quando quasi tutto viene eliminato, ciò che deve rimanere in piedi sono struttura, interpretazione ed emozione.

Campionamenti e field recordings?

Per il momento no, anche se Giuseppe non esclude di poterne fare uso in futuro.

La voce come interpretazione

Giuseppe non si definisce un cantante.

Quando nei suoi progetti è presente una voce, il suo ruolo è soprattutto quello di autore, direttore emotivo e interlocutore creativo.

Quando immagina una melodia precisa o un determinato movimento vocale, ne discute con l’artista scelto cercando di trasmettere indicazioni riguardo all’intenzione, all’atmosfera, ai punti di tensione e alla misura emotiva.

Gli interessa molto più spiegare il perché di una frase che imporne tecnicamente l’esecuzione.

In altri casi lascia invece piena libertà all’interprete.

Se sceglie una voce, è perché crede nella sua personalità.

Preferisce un’interpretazione autentica, anche imperfetta, a qualcosa di tecnicamente corretto ma privo di anima.

Come nasce un brano

Una composizione tipica nasce quasi sempre da una melodia che Giuseppe sente nella propria testa oppure da un arpeggio trovato istintivamente sulla chitarra.

Raramente il processo prende avvio da un ritmo o da un testo già scritto.

Prima viene un movimento musicale che contiene già un’atmosfera.

Una piccola cellula melodica può racchiudere un intero mondo. Se il nucleo possiede sufficiente forza, il resto emerge quasi naturalmente: struttura, dinamica, eventuale voce, parole, arrangiamento.

Il brano nasce nudo.

Se riesce a reggersi in quella forma essenziale, allora merita di essere sviluppato.

La pre-produzione assume per questo una grande importanza.

Nella mente di Giuseppe il pezzo esiste già in forma piuttosto definita: atmosfera, struttura, dinamiche e spesso molti dettagli sonori. A suo dire, prima di entrare in studio il brano è già chiaro per circa «l’ottanta per cento».

Eppure lo studio conserva un ruolo fondamentale.

Non disponendo di una band stabile, la visione deve necessariamente incontrare musicisti reali. È proprio in quel momento che il brano acquista corpo, vita, sfumature e, talvolta, sorprese impreviste.

Una composizione è conclusa quando melodia, atmosfera ed emozione coincidono.

Se rimane qualche imperfezione tecnica ma il pezzo comunica esattamente ciò che deve comunicare, Giuseppe preferisce fermarsi lì.

Tre brani per comprendere Vostok

Se dovesse scegliere tre composizioni capaci di spiegare Vostok, Giuseppe partirebbe da “Bonjour Tristesse”.

Il titolo contiene già un intero universo: eleganza malinconica, distanza emotiva, una leggerezza che è soltanto apparente.

Il francese è inoltre una lingua che Giuseppe sente particolarmente vicina all’atmosfera di Vostok, perché porta con sé fascino, nostalgia e misura.

Poi viene “L’ultima notte”, alla quale è particolarmente legato per il fraseggio principale della chitarra classica.

In quel brano si ritrova uno degli elementi fondamentali del suo linguaggio: una linea di chitarra capace, da sola, di generare atmosfera e memoria.

Infine “Le tue labbra”, che rappresenta il volto più intimo e sensuale del progetto.

È una composizione dolce, ravvicinata, quasi tattile.

Dimostra come Vostok non sia soltanto malinconia o distanza, ma anche desiderio e delicatezza.

Tre brani per comprendere Niemandsrose

Per Niemandsrose la triade è altrettanto chiara.

Al primo posto c’è “Love Song in Stalingrad”, praticamente il primo brano scritto per il progetto.

Contiene già numerose coordinate fondamentali del suo universo: storia, sentimento, tragedia, romanticismo fra le rovine.

È un pezzo lungo e articolato, nel quale un trio di violini e una fisarmonica malinconica riescono a esprimere efficacemente ciò che Giuseppe intendeva trasmettere fin dall’inizio.

Poi viene “Incocca, tende e scaglia”, che ne costituisce quasi l’opposto.

Minimale, ridotta all’osso, costruita su pochi accordi e una melodia semplice.

Questo contrasto è importante perché dimostra che la forza emotiva non dipende necessariamente dalla complessità.

In questo caso l’intento era rendere omaggio ad alcune figure dell’aviazione italiana attraverso essenzialità e misura.

Infine “Antonio Sant’Elia”, probabilmente il brano più propriamente neofolk composto da Giuseppe.

Al suo interno convergono musica, immaginario architettonico futurista, guerra e percezione del destino storico.

È uno dei brani che meglio chiariscono una delle anime centrali di Niemandsrose.

Francesco Argentiero e la costruzione dell’immaginario visivo

Molte delle scelte estetiche più importanti nascono dal lavoro del fratello Francesco Argentiero, che ha avuto un ruolo centrale nel dare forma visiva ai progetti di Giuseppe.

Francesco ha realizzato la copertina del primo CD di Vostok, concepito quella del secondo e creato altre immagini, compresa una legata a una cover dei Nirvana.

Qualcosa di analogo è accaduto con Niemandsrose: l’intero concetto grafico dell’EP nasce da una sua idea.

Per l’album Giuseppe è intervenuto invece più direttamente, orientando il lavoro verso una grafica ispirata agli anni Venti, dal gusto maggiormente storico ed essenziale.

Le magliette hanno seguito un percorso differente.

Nascono da idee di Giuseppe successivamente affidate ad artisti stranieri da lui apprezzati, con l’obiettivo di trasformare intuizioni e simboli in immagini dotate di una forte presenza.

I simboli come linguaggi silenziosi

Il rapporto di Giuseppe con simboli, archetipi, uniformi, architetture, paesaggi e oggetti è netto: li considera linguaggi silenziosi.

Prima ancora di essere “cose”, sono depositi di memoria, tensione emotiva e visioni del mondo.

I simboli lo interessano quando conservano una forza autentica, non quando vengono utilizzati come provocazione superficiale o pura decorazione.

Un simbolo riuscito riesce a condensare significati complessi all’interno di una forma semplice.

La croce utilizzata da Niemandsrose, per esempio, nasce da un incontro reale.

Giuseppe la vide camminando all’interno del cimitero di Antella, nei pressi di Firenze.

Lo colpì immediatamente per la sua forza silenziosa ed essenziale.

Non stava cercando un logo.

Semplicemente, quando lo vide, lo riconobbe.

Allo stesso modo esercitano su di lui un forte fascino gli emblemi delle brigate e dei gruppi dell’aviazione italiana attivi fra la Prima e la Seconda guerra mondiale.

In quei simboli Giuseppe riconosce una sintesi oggi rara di stile, coraggio, spirito di corpo e immaginazione: emblemi capaci di raccontare un’identità attraverso poche linee nette.

“Incocca, tende e scaglia”, per esempio, riprende il motto del 1º Stormo Caccia.

Le tre parole descrivono le fasi attraverso le quali viene scoccata una freccia: incoccare, tendere e scagliare.

Un’immagine perfetta.

Anche l’emblema del reparto raffigura un nativo americano intento a tendere un arco.

Documento e mito

La preferenza estetica di Giuseppe potrebbe essere riassunta attraverso una formula: fondamento documentario, risultato mitopoietico.

Ha bisogno di un punto d’ancoraggio reale: una fotografia, un motto militare, una lapide, un edificio, una biografia, un oggetto sopravvissuto al tempo.

Ma il documento nella sua nudità non basta.

L’arte comincia quando quel materiale viene trasformato e acquisisce una dimensione più ampia, quasi simbolica.

È allora che il fatto diventa racconto, il dettaglio archetipo, la cronaca destino.

La musica viene prima.

L’immagine arriva dopo.

Dentro e oltre la scena neofolk

Giuseppe vive il proprio rapporto con la scena neofolk europea con una certa modestia.

Sente di appartenervi e, nel proprio piccolo, di contribuire alla sua esistenza.

Non interpreta questa appartenenza come una questione di status o di affiliazione formale, quanto come un dialogo fra persone accomunate da una determinata sensibilità estetica e umana.

È spesso una scena composta da nicchie, distanze geografiche e percorsi fortemente individuali.

Proprio per questo i legami autentici assumono un valore ancora maggiore.

Giuseppe ha avuto l’opportunità di collaborare con Varunna, che considera uno degli artisti italiani del genere per i quali nutre maggiore rispetto.

È stato inoltre particolarmente contento di lavorare con realtà più giovani, come il progetto tedesco Zwischenlichten, nel quale vede possibili eredi e future voci di un genere che alcuni si affrettano eccessivamente a dichiarare morto.

Finché esistono nuove voci sincere, una scena rimane viva.

L’ultimo album di Niemandsrose contiene inoltre una collaborazione con A Copy for Collapse.

Daniele è un amico con il quale Giuseppe si sente quasi quotidianamente nonostante la distanza.

Anche questo aspetto è significativo: il dialogo non deve rimanere rinchiuso entro i confini di un genere, ma può e deve aprirsi ogni volta che esistono rispetto reciproco e una visione condivisa.

In sintesi: appartenenza, sì.

Settarismo, no.

Radici chiare e mente aperta.

Le collaborazioni che Giuseppe rifiuterebbe sono invece quelle costruite esclusivamente sull’opportunismo, sulla posa o sulla convenienza estetica.

Quando esistono onestà, sincerità e un reale desiderio di creare qualcosa di autentico, difficilmente chiude una porta a priori.

Per lui l’intenzione conta più dell’etichetta.

Quando però manca la sostanza e tutto nasce dal calcolo, la musica finisce inevitabilmente per rivelarlo.

E se gli si domanda quale sarebbe la collaborazione dei sogni, la risposta è immediata: Lisa Gerrard.

La sua voce, nella percezione di Giuseppe, appartiene a una dimensione quasi sacrale, capace di trascendere lingua, genere e tempo.

È una di quelle presenze artistiche in grado di trasformare qualsiasi cosa tocchino.

Ed è bello, dice Giuseppe, poter continuare a sognare.

Storia, simboli e fraintendimenti

Quando si affrontano temi storici e culturali, le questioni del contesto e della responsabilità diventano inevitabili.

Giuseppe non compone musica con l’obiettivo di inseguire un consenso generico o di rendere tutto innocuo e facilmente assimilabile.

Non sente di rivolgersi indistintamente a chiunque.

Il suo interlocutore ideale è chi possiede gli strumenti, la sensibilità e l’attenzione necessari per leggere i diversi livelli del discorso senza fermarsi alla superficie.

Confida nell’esistenza di un pubblico capace di interpretare simboli, contesti, ambiguità e profondità senza richiedere continuamente spiegazioni didascaliche.

Chi cerca scorciatoie interpretative o giudizi immediati probabilmente non rappresenta il destinatario naturale di questa musica.

E non c’è nulla di problematico in questo.

Ogni linguaggio possiede il proprio pubblico.

Anche il suo.

I fraintendimenti diventano quasi inevitabili quando si lavora con simboli, storia, memoria e temi che rifiutano le semplificazioni.

Molte persone preferiscono etichettare anziché comprendere.

Giuseppe lo racconta senza esitazione: in determinati ambienti di sinistra viene considerato fascista; in alcuni ambienti di destra viene invece considerato comunista.

Dal suo punto di vista, simili reazioni rivelano soprattutto la rigidità degli schemi attraverso i quali alcune persone osservano il mondo, più che qualcosa sulla natura effettiva del suo lavoro.

Chi reagisce in questa maniera, sostiene, spesso non ha realmente compreso né la persona né l’intenzione artistica.

Cerca semplicemente una casella ideologica nella quale collocarlo, mentre il suo lavoro nasce proprio dal rifiuto delle interpretazioni automatiche e superficiali.

Giuseppe non sente il bisogno di convincere tutti.

Gli interessa essere limpido con chi decide di ascoltare davvero.

L’evoluzione di un linguaggio

Nel corso degli anni è cambiato soprattutto il modo attraverso il quale Giuseppe mette a fuoco ciò che vuole comunicare.

Nelle prime pubblicazioni esistevano urgenza, istinto e forse anche il bisogno di affermare un’identità e dimostrare qualcosa, innanzitutto a sé stesso.

C’erano energia grezza e immediatezza.

Oggi ricerca invece una maggiore precisione e una maggiore chiarezza, tanto musicalmente quanto simbolicamente.

La differenza fra i due progetti può allora essere riassunta attraverso una singola formula:

con Niemandsrose Giuseppe osserva l’uomo dentro la Storia; con Vostok osserva l’uomo dentro la vita quotidiana.

Se dovesse immaginare la propria musica sotto forma di luogo, sarebbe «una stazione di confine fuori dal tempo», come quella evocata dalla copertina di La Geometria delle Abitudini.

Se dovesse invece trasformarla in materia, sceglierebbe il ferro.

Resistente, ma non invulnerabile.

Una materia che cambia, si ossida e conserva le proprie ferite.

Giuseppe si riconosce proprio in questa ambivalenza.

Nella sua musica convivono spesso durezza e disciplina, ma anche malinconia, erosione e memoria.

«Ciò che non è straziante è superfluo»

La frase che forse meglio sintetizza la sua estetica e la sua etica artistica viene da Emil Cioran:

«Ciò che non è straziante è superfluo.»

Giuseppe non la interpreta come una celebrazione del dolore fine a sé stesso.

La considera piuttosto un rifiuto della superficialità, della decorazione vuota, dell’arte incapace di lasciare una traccia.

Gli interessa ciò che ferisce, commuove, destabilizza, tocca e rimane.

L’arte, per lui, deve possedere una necessità.

Deve contenere una verità emotiva, anche quando quella verità risulta scomoda.

Tutto il resto rischia di ridursi a semplice rumore.

Una corda abbassata di un tono

C’è infine un piccolo episodio, apparentemente insignificante, che racconta forse più di molte teorie.

Giuseppe ha tredici anni quando legge su una rivista per chitarristi un articolo dedicato ad alcune tecniche utilizzate nel death metal.

È lì che scopre l’accordatura Drop D.

Per molti sarebbe soltanto un dettaglio tecnico: abbassare di un tono la sesta corda.

Per lui equivale ad aprire una porta.

Improvvisamente lo strumento risponde in maniera diversa: maggiore profondità, maggiore tensione, nuove risonanze, geometrie differenti sotto le dita.

Da quel momento Giuseppe comporrà quasi esclusivamente utilizzando quella accordatura.

Anche all’interno di contesti ormai lontanissimi dal metal, essa continua a rappresentare il suo terreno naturale.

Spesso siamo portati a credere che uno stile nasca da grandi decisioni teoriche.

A volte, invece, tutto comincia dall’incontro casuale con una piccola modifica tecnica compiuta durante l’adolescenza.

In un certo senso, una parte importante del suo linguaggio musicale nasce proprio lì: in una stanza, una rivista fra le mani e una singola corda abbassata di un tono.

Dopo le parole, la musica

E che cosa dovrebbe rimanere al lettore dopo aver chiuso queste pagine?

La risposta di Giuseppe è tanto semplice quanto disarmante: la curiosità di cercare la sua musica e ascoltarla.

Alla fine è questo ciò che conta realmente.

Le parole possono orientare, raccontare, fornire coordinate, ricostruire un percorso.

Ma la verità di un progetto rimane custodita nelle canzoni.

Tutto il resto è contorno.

Se, terminato questo capitolo, qualcuno sentirà il bisogno di premere play, ascoltare con attenzione ed entrare per qualche minuto in quel mondo, allora queste parole avranno raggiunto il loro scopo.


Discografia di Vostok

Lo Spazio Dell’Assenza — 2013

La Geometria Delle Abitudini — 2017

Discografia di Niemandsrose

Stalingrad — EP, 2020

Come In Terra Così In Cielo — 2024


ENGLISH VERSION
Between Earth and Sky – Giuseppe Argentiero’s Inner Cartography of Niemandsrose and Vostok
The respect I feel for Giuseppe Argentiero’s projects does not arise from “affinity” in the easy sense of the word, nor from the illusion that we are alike. Quite the opposite: it comes from an affection for difference, from those subtle frictions that, rather than pushing people apart, force them to look more honestly into the mirror. With Giuseppe, there have often been contradictions: in sensibility, perspective, and in the very way of naming the world m yet precisely because of this, the dialogue has become fertile. It has never been an exercise in mutual confirmation, but rather a shared will to understand something more: about music, certainly, but also about ourselves.
My entrance into his universe happened gradually and, in a sense, in reverse. I discovered Niemandsrose first, and only later arrived at Vostok. It was a layered discovery, like opening one door onto a corridor, and then another door onto a different yet connected room. What struck me from the beginning was precisely this dual nature: two distinct projects, each with its own language and function, yet complementary, like two poles of the same inner necessity.
Marcu, also known as Menefreghistu, played a decisive role in this discovery. In the summer of 2025, he came to Naples wearing that shirt . A simple, almost accidental sign, yet one that already spoke of loyalty. During our long evening conversations, he spoke to me enthusiastically about Niemandsrose, making me listen to songs and describing images and details with the precision of someone who does not merely “consume” music, but inhabits it. That is where everything began: curiosity, listening, the need to understand more deeply.
When I later came to Vostok, I understood that it was not an appendix, nor a mere “side project”, but another face of the same gesture: historical memory and emotional memory, collective landscape and personal confession, distance and intimacy.
Over time, this respect was strengthened by a concrete collaboration with Nihilistic Avant-Garde Music, which transformed listening into relationship, and admiration into shared work. It was not an isolated operation, but a real point of contact, and above all, a mutual recognition that continues today through artistic esteem, dialogue, and attention.
There is also another bond, perhaps unexpected yet profound: a shared love for death metal, especially melodic death metal. Stated like this, it might seem far removed from what these projects express today. And yet it is not. Certain intensities do not disappear; they simply change form. This, too, creates a concrete connection between Giuseppe and me. We belong to different generations and often come from ideas and paths that do not completely overlap. Yet music proves that distance is not necessarily a barrier. Two people with different visions can recognize themselves in the same gesture: seeking truth, avoiding the superfluous, refusing to settle for posture.
In an age in which everything tends to simplify, flatten, and erase nuance, this convergence , born from differences, not despite them, is, for me, the deepest reason why it was worth writing these pages.
To understand Niemandsrose and Vostok, one must begin from an essential point: they were born from two different yet complementary needs.
Vostok emerged during a period of personal change. Giuseppe needed a “place” in which to work through private memory , relationships, melancholy and what he defines with a perfect phrase: the “space of absence” that has never left him. That space, for him, is Vostok.
Niemandsrose came later, but not as a “second project” in a merely chronological or opportunistic sense. It was born during the recording sessions for Vostok’s second album, when Giuseppe realized that two songs did not belong to that world and decided to exclude them. From that exclusion, a new necessity opened up: the need to move beyond the personal sphere and work with a broader form of memory. His passion for history did the rest, and during the pandemic the EP Stalingrad took shape: a more conceptual work, in which music becomes almost a document, evoking events and people apparently distant in space and time, yet felt as intensely close.
The initial spark, however, was the same for both projects: the need to give form to images and sensations that could not be expressed directly. Giuseppe himself offers the clearest definition: Niemandsrose is historical memory transformed into soundscape; Vostok is emotional memory in the form of song.
The names themselves are not mere cover aesthetics. They are keys.
Niemandsrose comes from Die Niemandsrose by Paul Celan, one of Giuseppe’s central poetic references. He was struck by the idea of the “rose of no one”: something beautiful, alive, and sacred that belongs to nobody. Within that name coexist solitude, memory, wound, and resistance. It is a perfect name for music that searches for the human side within the ruins.
Vostok, on the other hand, looks elsewhere: toward the cosmos, the future, the desire to overcome limits, exploration. The reference is, of course, the Soviet space programme and the Vostok 1 capsule that carried Yuri Gagarin into space. It is a cold, technical name, yet also filled with modern romanticism: man looking beyond the horizon, with Yuri’s smile.
Giuseppe’s background comes from death metal. At first glance, this may seem distant from what he does today, but for him it is not distant at all. The expressive means change; the intensity, the sense of ritual, and the emotional tension remain. So much so that, in his own words, he could reinterpret both Vostok and Niemandsrose with extreme distortion and volume without betraying their deeper coherence.
There were also years of silence, especially during the early period of university, when he almost stopped playing entirely. Yet this was not a sterile void. It was a period of listening, reflection, and personal maturation. During those years he approached neofolk and broadened his musical culture. When he returned to music, he did so with greater clarity about what he wanted to say and how he wanted to say it.
The recurring themes form a precise constellation: memory, identity, time, loss, inner landscape, history as lived by ordinary people, discipline, nostalgia, and the search for meaning. Then there is the relationship between the individual and forces greater than himself: war, modernity, decline, desire, the sacred, destiny, tradition. In Niemandsrose these themes emerge in more symbolic, historical, and ritual forms; in Vostok they become more intimate, daily, and sentimental.
The moral core guiding everything is declared without ambiguity: to restore dignity to what is forgotten. To those who are forgotten. People, places, emotions, minor histories — everything that the speed of the present consumes and discards. This ethic is tied to a clear stylistic choice: Giuseppe searches for a form of emotional truth. He is not interested in irony or contemporary cynicism. He prefers the weight of things, even when that weight is uncomfortable.
His references are not chosen for cultural prestige or to construct an image of sophistication. They are chosen when there is an authentic resonance: a poem, a soldier’s letter, a photograph, a forgotten monument, a film, an industrial landscape, a popular tradition, the story of a veteran. These references must enter the music transformed, not merely placed on top of it like ornaments.
His map of authors and influences is broad yet coherent. Mario Rigoni Stern taught him a human gaze on war and the mountains, the silent dignity of men within history. Giovannino Guareschi, also through his experience of imprisonment, transmitted irony, moral strength, and attachment to roots — the same teaching Giuseppe received from his maternal grandfather.
All Quiet on the Western Front is fundamental to him because it shows war without rhetoric: as the destruction of youth and innocence. Likewise, he has been struck by the lives of figures such as Adriano Visconti and many pilots from the First and Second World Wars: courageous men, marked by discipline, tragic destiny, and loyalty to a personal code not unlike that of the samurai.
In cinema, Hayao Miyazaki is an essential presence. In many of his films, flight, technique, nostalgia, nature, and melancholy coexist. Works such as Porco Rosso and The Wind Rises speak directly to part of Giuseppe’s imagination. Hiroshima mon amour also left a deep mark on him, through the way it binds love, trauma, and memory, as did Many Wars Ago for its moral harshness and antimilitarist force.
On a visual and architectural level, he is influenced by Italian Rationalism and the Futurism of Antonio Sant’Elia: pure lines, tension toward the future, monumentality, and upward drive. In the visual arts he feels close to the work of Anselm Kiefer, where history becomes matter, ruin, and spiritual landscape. He also loves Brutalism.
And then there is Paul Celan. In Celan’s poetry, the word is a wound, a minimal light within catastrophe. It is an idea of language Giuseppe feels deeply. All of this enters his music not as direct quotation, but as atmosphere, ethical tension, inner imagery, and a way of looking at time from a perspective that is different and less mainstream.
Giuseppe is not a fetishist of instruments, pedals, or technology. He seeks simplicity and immediacy. At the centre of everything remains the classical guitar, which he used as a compositional tool even during his death metal years. The principle is almost ascetic: if an idea holds in its naked form, then it has value even when its sonic clothing changes. Today he uses a mid-range Alhambra, an “honest and reliable” instrument. The equipment is secondary; what matters are the ideas.
His sonic signature is simple and recognizable: arpeggios and melody. A harmonic movement that breathes and accompanies; above it, a melodic line capable of leaving a mark or opening an emotional space. For him, “this is me” when structure and feeling are in balance: an arpeggio that walks, and a melody that passes through it.
The experiment Vostok live from the basement — four songs recorded live, with only guitar and voice — is a sincere example of this approach. Once almost everything has been removed, what must remain standing are structure, interpretation, and emotion.
Samples and field recordings? Not for now, although he does not exclude using them in the future.
Giuseppe does not define himself as a singer. When voice is present in the project, his role is above all that of author, emotional director, and creative interlocutor. If he has a precise melody or vocal movement in mind, he discusses it with the chosen artist, trying to transmit guidelines: intention, atmosphere, points of tension, emotional measure. He is more interested in explaining the “why” of a phrase than imposing a technical execution. At other times, he leaves complete freedom. If he chooses a voice, it is because he believes in its personality. He prefers a true interpretation, even if imperfect, to something correct but soulless.
A typical song almost always begins with a melody in his head or an arpeggio found instinctively on the guitar. It rarely begins from rhythm or from an already written text. First comes a musical movement that already carries an atmosphere within it. A small melodic cell can contain an entire world; if the nucleus is strong, the rest follows naturally — structure, dynamics, possible voice, words, arrangement. The song is born naked. If it holds in that essential form, then it is worth developing.
Pre-production matters greatly. In Giuseppe’s mind, the song already exists in a fairly defined way: atmosphere, structure, dynamics, and often many sonic details. He says it is already “eighty percent” clear before recording. Yet the studio remains fundamental. Since he does not have a fixed band, the vision must meet real musicians. It is there that the piece acquires body, life, nuance, and even unexpected surprises.
A song is finished when melody, atmosphere, and emotion coincide. Even if some technical imperfection remains, if the song communicates what it must communicate, Giuseppe prefers to stop there.
If he had to choose three songs capable of explaining Vostok, he would begin with “Bonjour Tristesse”. The title already contains a world: melancholic elegance, emotional distance, a certain only apparent lightness. French is a language he feels close to the mood of Vostok, because it carries charm, nostalgia, and measure.
Then there is “L’ultima notte”, to which he is especially attached because of its main classical guitar phrasing. In that song, an essential element of his language is present: a guitar line capable, on its own, of creating atmosphere and memory.
Finally, “Le tue labbra” represents the most intimate and sensual side of the project. It is a sweet, close, almost tactile song. It shows that Vostok is not only melancholy or distance, but also desire and delicacy.
For Niemandsrose, the triad is just as clear.
First comes “Love Song in Stalingrad”, practically the first song written for the project. It already contains many of its fundamental coordinates: history, feeling, tragedy, romanticism among the ruins. It is long, articulated, with a trio of violins and a melancholy accordion that express well what Giuseppe wanted to transmit from the beginning.
Then there is “Incocca, tende e scaglia”, almost its opposite: minimal, stripped to the bone, built on a few chords and a simple melody. This contrast matters to him because it shows that emotional strength does not depend on complexity. In that case, he wanted to pay homage to certain heroes of Italian aviation with essentiality and measure.
Finally, “Antonio Sant’Elia” is probably the most properly neofolk piece he has composed. In it, music, Futurist architectural imagination, war, and the sense of historical destiny converge. It clarifies one of the central souls of the project.
Many of the most important aesthetic choices come from the work of his brother, Francesco Argentiero, who played a central role in giving visual form to Giuseppe’s projects. Francesco designed the cover of the first Vostok CD, conceived the second, and created other images, including one connected to a Nirvana cover. Something similar happened with Niemandsrose: the entire graphic concept of the EP came from one of his ideas. For the album, Giuseppe was more directly involved, orienting the work toward a graphic style inspired by the 1920s, with a more historical and essential taste.
The T-shirt designs followed a different path. They began from Giuseppe’s own ideas and were then commissioned to foreign artists he respects, with the aim of turning intuitions and symbols into strong images.
His relationship with symbols, archetypes, uniforms, architectures, landscapes, and objects is clear: he sees them as silent languages. Before being “things”, they are vessels of memory, emotional tension, and worldview. Symbols interest him when they preserve authentic force, not when they are used as superficial provocation or empty decoration. A successful symbol condenses complex meanings into a simple image.
The Niemandsrose cross, for instance, came from a real encounter. Giuseppe found it while walking through the cemetery of Antella, near Florence. It immediately struck him because of its silent, essential force. He was not looking for a logo, but he recognized it when he saw it.
In the same way, the emblems of Italian aviation brigades and air groups between the First and Second World Wars have a strong impact on him. In those symbols he perceives a rare synthesis of style, courage, esprit de corps, and imagination. They were emblems capable of telling an identity through a few clear lines. “Incocca, tende e scaglia”, for example, takes its title from the motto of the 1st Fighter Wing. It describes the three phases of shooting an arrow: nocking, drawing, and releasing. A perfect image. Their emblem shows a Native American drawing a bow.
Giuseppe’s aesthetic preference is double: documentary foundation, mythopoetic result. He needs a real anchor — a photograph, a military motto, a gravestone, a building, a biography, an object that has survived time. But the naked document is not enough. For him, art begins when that material is transformed and acquires a wider, almost symbolic dimension. At that point, fact becomes story, detail becomes archetype, chronicle becomes destiny. The music comes first; the image comes after.
Giuseppe experiences his relationship with the European neofolk scene with humility. He feels he belongs to it and, in his own small way, contributes to it. He does not see this belonging as a matter of status or formal affiliation, but as a dialogue between people who share a certain aesthetic and human sensibility. It is often a scene made of niches, geographical distances, and individual paths, and precisely for that reason authentic bonds matter deeply.
He has had the chance to collaborate with Varunna, whom he considers one of the Italian artists in the genre he most respects. He was also pleased to work with younger realities such as the German project Zwischenlichten, whom he sees as heirs and possible future voices of a genre that some declare dead too hastily. As long as sincere new voices exist, a scene remains alive.
The latest Niemandsrose album also includes a collaboration with A Copy for Collapse. Daniele is a friend Giuseppe hears from almost every day, despite the distance. For him, this is important: dialogue must not remain closed within genre boundaries, but open itself whenever there is mutual respect and a shared vision. In short: belonging, yes, but without sectarianism. Clear roots, open mind.
The collaborations he would refuse are those built only on opportunism, pose, or aesthetic convenience. If there is honesty, sincerity, and a real desire to create something true, he rarely closes the door in advance. For him, intention matters more than the label. But when substance is missing and everything is born from calculation, it can be heard immediately.
And if there is one dream collaboration, it is Lisa Gerrard. In his view, her voice belongs to a sacred dimension that transcends language, genre, and time. She is one of those artistic presences capable of transforming everything she touches. It is good, he says, to be able to dream.
When historical and cultural themes are involved, questions of context and responsibility become unavoidable. Giuseppe does not play music in order to chase generic consensus or make everything harmless and digestible for everyone. He does not speak to everyone. He speaks to “his people”: those who possess the tools, sensitivity, and intelligence to understand the different levels of the discourse without stopping at the surface.
He trusts that there is an audience capable of reading symbols, context, ambiguity, and depth without requiring constant school-like explanations. Those who seek shortcuts or immediate judgments are probably not the natural recipients of his work — and that is fine. Every language has its audience. He has his.
Misunderstandings are inevitable when one works with symbols, history, memory, and themes that refuse simplification. Many people prefer to label rather than understand. Giuseppe states it without hesitation: in certain left-wing circles he is considered a fascist; in certain right-wing circles he is considered a communist. For him, this says more about their mental schemes than about his work. Often, those who react in this way have not truly understood either the person or the artistic intention. They search for an ideological box in which to place him, while his work is born precisely from the refusal of automatic and superficial readings. He does not feel the need to convince everyone. He is interested in being clear with those who listen deeply.
Over time, he has changed above all in the way he focuses what he wants to say. In the earliest releases, there was urgency, instinct, perhaps even the need to affirm an identity and prove something first of all to himself. There was raw energy and immediacy. Today he seeks greater precision and clarity, both musically and symbolically.
The difference between the two projects can be summarized in one line: with Niemandsrose he can look at man within history; with Vostok he can look at man within everyday life.
If he had to define his music as a place, it would be “a border station outside time”, like the cover of La Geometria delle Abitudini. If it were a material, it would be iron: resistant, but not invulnerable; something that changes, oxidizes, and preserves its wounds. He recognizes himself in this ambivalence. In his music there is often hardness and discipline, but also melancholy, erosion, and memory.
The phrase that summarizes his aesthetics and artistic ethics comes from Emil Cioran: “What is not heartbreaking is superfluous.” He does not understand this as a cult of pain for its own sake, but as a refusal of the superficial, of empty decoration, of art that leaves no trace. He is interested in what wounds, moves, unsettles, touches, or remains. For him, art must have necessity. It must contain an emotional truth, even an uncomfortable one. Everything else risks becoming mere noise.
The small but revealing episode comes from adolescence. At thirteen, Giuseppe read an article in a guitar magazine explaining some techniques used in death metal, and there he discovered Drop D tuning. For many, it might have been only a technical detail: lowering the sixth string by a tone. For him, it was like opening a door. Suddenly, the instrument responded differently: with more depth, more tension, more resonance, new geometries beneath the fingers.
Since then, he has composed almost exclusively in that tuning. Even in contexts far removed from metal, it has remained his natural ground. Many believe style depends on grand theoretical choices, while sometimes it is born from an accidental encounter with a small technical modification made as a teenager. In a sense, part of his musical language was born there: in a room, with a magazine in his hands and one string lowered by a tone.
And what should remain with the reader after closing these pages? Giuseppe’s answer is disarming and right: the curiosity to search for the music and listen to it. In the end, that is what truly matters. Words can orient, narrate, and clarify a path, but the truth of a project lies in the songs. Everything else is contour. If, after closing the chapter, someone feels the need to press play, to listen carefully, and to enter that world, then the purpose of these words has been fulfilled.

Vostok Discography
Lo Spazio Dell’Assenza — 2013
La Geometria Delle Abitudini — 2017
Niemandsrose Discography
Stalingrad EP — 2020
Come In Terra Così In Cielo — 2024

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