(VERSIONE ITALIANA) Articolo originariamente pubblicato in inglese per il prossimo libro di BARDS OF THE BLACK SUN edito da Black Front Press, ordinabile direttamente dalle pagine dell’editore. Tale saggio è frutto di una ricerca, ascolto approfondito ed intervista con il portavoce dei progetto: Giulio “Serpico” Marini. Vi invitiamo a supportare la musica e l’editoria indipendentemente, essa rappresenta la nostra libertà di scelta, fuori dalle logiche di mercato.
Serpico entra in questo libro nello stesso modo in cui certi progetti entrano nella nostra vita: non come oggetti perfettamente documentati, ordinati e già definiti, ma come percorsi umani e musicali che si costruiscono nel tempo, attraverso stratificazioni, ritorni, deviazioni e riconoscimenti reciproci.
Se per altri capitoli il lavoro d’archivio e strumenti come la Wayback Machine sono stati essenziali per ricomporre frammenti dispersi, in questo caso la fonte principale è stata completamente diversa: la memoria vissuta, il filo diretto delle esperienze condivise e la testimonianza di un rapporto personale che ha attraversato scene differenti senza perdere la propria autenticità.
La mia amicizia con Giulio “Serpico” Marini nasce all’interno dell’underground metal italiano e, con il passare degli anni, è diventata qualcosa di più profondo di una semplice conoscenza musicale.
Abbiamo attraversato stagioni differenti, cambiamenti di contesto, momenti di maggiore vicinanza e periodi di distanza. Ed è forse proprio la natura non lineare di questo percorso ad aver reso più evidente ciò che rimane quando tutto il resto cambia: la stima, la lealtà, la qualità umana.
Nel tempo anche la collaborazione con Nihilistic Avant-Garde Music è diventata un punto di contatto concreto. Non un’“operazione”, né una collaborazione costruita artificialmente, ma la prosecuzione naturale di un’affinità artistica che esisteva già.
Serpico occupa inoltre una posizione particolare all’interno del paesaggio attraversato da questo libro.
Più di molti altri rappresenta infatti un autentico ponte fra la scena metal e ciò che, per comodità, definiamo neofolk o, in senso più ampio, quella sfera musicale più acustica, rituale e introspettiva.
Un ponte che non nasce da un’estetica presa in prestito, ma dalla stessa intensità tradotta attraverso linguaggi differenti.
All’interno di questo quadro, persino i nostri percorsi ideologici — il suo legato agli ambienti SHARP, il mio maturato invece in contesti anarchici — non sono mai diventati un ostacolo definitivo.
Abbiamo seguito strade diverse, certamente.
Ma abbiamo scelto di mettere davanti a tutto ciò che conta davvero: l’amicizia, la fiducia e la volontà di continuare a percorrere un tratto di strada insieme.
Prima di Serpico: imparare ad ascoltare
Per comprendere Serpico bisogna cominciare molto prima della nascita del progetto.
Prima del nome.
Prima di una direzione artistica consapevole.
Prima ancora che l’idea stessa di fare musica assumesse una forma definita.
L’origine risiede piuttosto in una condizione: un modo di incontrare il suono che contiene già, fin dall’infanzia, qualcosa di interpretativo e stratificato.
I primi ascolti arrivano attraverso una mediazione.
Cassette registrate dalla radio, voci che traducono i testi mentre le canzoni stanno ancora suonando, parole sovrapposte alla musica in modo tale che forma e significato non arrivino mai in una condizione di assoluta “purezza”.
È proprio all’interno di questa frattura che nasce un principio destinato a rimanere costante: la musica non è un oggetto immobile da consumare, ma una materia mutevole da ricostruire.
Persino la voce di Bob Dylan può essere aggirata, sostituita da una narrazione italiana, senza che il rapporto emotivo con la canzone si indebolisca.
Anzi, forse può persino rafforzarsi.
Ciò che conta non è la fedeltà al modello originario, ma la ricostruzione personale.
L’ascolto diventa quindi un gesto attivo.
Non consumo, ma decodificazione.
Ed è un’idea destinata a ritornare molti anni dopo nella logica stessa di Serpico: un progetto che non si cristallizza, ma continuamente traduce.
Dalla disciplina del pianoforte al corpo della chitarra
Il primo incontro formale con la musica segue una strada tradizionale: lezioni di pianoforte, disciplina, studio, ripetizione.
Ben presto, tuttavia, la struttura da sola rivela i propri limiti.
La scoperta del rock e, immediatamente dopo, del metal spalanca una dimensione differente.
Non più soltanto precisione, ma impatto.
Non soltanto studio, ma corpo.
Il passaggio alla chitarra diventa quasi inevitabile.
Non rappresenta un rifiuto del pianoforte, quanto piuttosto uno spostamento di prospettiva.
La chitarra permette deviazione, imperfezione, esplorazione.
Può diventare uno strumento attraverso il quale costruire un’identità, invece di limitarsi a riprodurre una forma.
Da quel momento l’immersione nel metal — soprattutto black metal e doom — non costituisce un fine in sé.
Diventa piuttosto un metodo attraverso il quale esplorare atmosfera, peso e densità.
L’interesse non risiede esclusivamente nell’aggressività, ma soprattutto nella possibilità di costruire ambienti sonori capaci di evocare qualcosa che si trovi oltre la superficie stessa del suono.
Roma, la fine degli anni Novanta e una scena prima dei social
Alla fine degli anni Novanta questo percorso individuale incontra la dimensione collettiva dell’underground romano.
È un ecosistema fluido, costruito più sugli incontri che sulle strutture, più sulla presenza che sulla visibilità.
Piazza di Spagna diventa uno dei luoghi informali di ritrovo.
Locali come il Circolo degli Artisti e il Frontiera ospitano una rete continuamente mutevole di gruppi, musicisti e ascoltatori.
La musica accade ovunque vi sia la possibilità di farla esistere: club, centri sociali, cortili, stanze improvvisate, persino spazi rurali quando è possibile montare un palco.
La logica è elementare:
se esiste la possibilità di suonare, si suona.
Ciò che definisce quel momento non è tanto il genere musicale quanto l’esperienza.
La distanza fra artista e pubblico è minima.
Le gerarchie sono fragili.
L’underground non viene percepito semplicemente come il gradino inferiore di una scala destinata a condurre al “successo”, ma come una forma di convivenza.
Esistono figure che facilitano gli incontri: promoter che creano possibilità più che controllare gli accessi.
Si partecipa a un concerto non soltanto per la line-up, ma anche per la certezza di incontrare persone, condividere tempo, appartenere per qualche ora a qualcosa.
Questa dimensione comunitaria è fondamentale.
La musica diventa un pretesto per creare relazioni, un linguaggio condiviso attraverso il quale mondi differenti possono entrare in contatto senza necessariamente scontrarsi.
Quando l’underground cambia forma
Con il passare del tempo, però, quel sistema comincia lentamente a erodersi.
Il numero delle band aumenta, mentre diminuiscono gli spazi capaci di ospitarle.
Le piattaforme digitali introducono nuove possibilità di visibilità, ma contemporaneamente favoriscono una progressiva perdita dell’interazione fisica.
I progetti si moltiplicano e, spesso, finiscono per esistere in isolamento.
L’underground non scompare.
Si trasforma.
E in parte comincia perfino ad assomigliare, nelle proprie logiche, al mainstream, pur non possedendone naturalmente la scala.
All’interno di questa trasformazione emerge anche un altro rischio: quello di confondere la coerenza con l’immobilità.
Alcuni artisti rimangono per decenni all’interno di un’identità rigidamente definita nel nome dell’autenticità.
Ma quella fedeltà può trasformarsi in stagnazione.
La musica rimane identica mentre il contesto cambia e, alla fine, ciò che dovrebbe garantire coerenza produce invece disconnessione.
Altri musicisti scelgono di muoversi.
Ed è possibile leggere proprio in questa prospettiva la migrazione dal metal verso territori come il neofolk, il martial industrial o diverse forme ibride.
Quando un linguaggio non offre più gli strumenti necessari per esprimersi, viene abbandonato.
Gli artisti non scompaiono.
Migrano.
Portano con sé la propria sensibilità in territori nuovi e la rimodellano attraverso forme differenti.
La nascita di Serpico
Serpico nasce precisamente in questo punto d’intersezione.
Ma non come calcolo.
E nemmeno come reazione a una scena.
Nasce per necessità.
Le precedenti esperienze musicali — band, collaborazioni, progetti — conservavano tutte, anche quando particolarmente serie e strutturate, una dimensione collettiva.
Esistevano all’interno di reti, rapporti e contesti condivisi.
Serpico rompe questo modello.
È un movimento verso l’interno, nel quale la necessità di esprimersi si separa progressivamente sia dalla ricerca di una validazione esterna sia dal contesto stesso.
La prima fase del progetto è profondamente astratta.
Drone, ambient e tessiture psichedeliche dominano il linguaggio.
L’attenzione è rivolta più all’atmosfera che alla struttura, più all’immersione che alla “canzone”.
Il suono diventa spazio.
Successivamente entra in gioco un nuovo elemento: la scoperta della circolarità del blues e, in particolare, del delta blues.
La ripetizione rivela allora la propria natura non come limite, ma come principio strutturale.
Pattern minimi possono generare trance, continuità e movimento interiore.
La musica smette di avanzare necessariamente lungo una linea e comincia a svilupparsi attraverso cicli.
È da questo punto che il linguaggio di Serpico inizia ad allargarsi organicamente.
Elementi folk, country e neofolk affiorano lentamente in superficie.
Non si tratta di scelte stilistiche deliberate o di operazioni di genere.
Sono piuttosto estensioni naturali di un approccio che era già presente.
Serpico non adotta i generi.
Li assorbe, li riconfigura e li integra all’interno di una struttura più ampia.
Per questa ragione ciò che definisce realmente il progetto non è una coerenza stilistica rigida, ma la continuità.
Ogni pubblicazione può cambiare pelle e, contemporaneamente, rimanere riconoscibile.
Esiste sotto la superficie una logica comune che collega ogni trasformazione.
L’America immaginata e quella raccontata
Un ulteriore livello entra nel progetto attraverso le tradizioni folk e country americane.
Per un ascoltatore europeo questi linguaggi giungono spesso filtrati attraverso il cinema: il western, il deserto, la figura solitaria che attraversa spazi smisurati.
Ma sotto questa superficie esiste una struttura narrativa molto più concreta.
Sono canzoni che raccontano storie legate a precisi contesti sociali e storici, frequentemente attraversate dalla fatica, dalla fede, dalla perdita.
Quando questi elementi entrano nel linguaggio di Serpico, non diventano imitazione.
Diventano traduzione.
La distanza culturale smette di essere un limite e diventa una risorsa.
Ciò che emerge è quindi un linguaggio ibrido, modellato contemporaneamente dall’influenza e dallo spostamento.
1978: la soglia
Ogni progetto possiede un inizio.
Ma non ogni inizio sa già ciò che diventerà.
1978, debutto di Serpico, non si presenta come una dichiarazione definitiva né come l’esposizione di un’identità ormai compiuta.
Funziona piuttosto come una soglia.
È il primo tentativo di dare forma a un linguaggio che sta ancora imparando a riconoscersi.
Ed è precisamente qui che risiede uno dei suoi punti di forza.
L’album cattura il momento in cui una necessità comincia a trasformarsi in forma.
Il titolo stesso è rivelatore.
1978 non indica soltanto un anno di nascita, ma un punto d’origine insieme personale e simbolico.
Il disco si sviluppa come una cartografia interiore: meno geografica che psicologica, meno narrativa che atmosferica.
Fin dalla traccia di apertura, “The Dark Eye of Rome”, l’ascoltatore viene immerso in un ambiente sonoro che privilegia la densità rispetto alla chiarezza.
La chitarra non opera come tradizionale veicolo melodico.
Diventa vibrazione sostenuta.
Campo di tensione.
Una presenza che si espande e si contrae.
La città richiamata dal titolo non viene descritta.
Viene evocata.
Roma diventa più presenza che luogo.
Più che costruire canzoni nel senso convenzionale del termine, Serpico costruisce ambienti: architetture sonore all’interno delle quali il tempo sembra comportarsi secondo regole differenti.
Le influenze drone e ambient non sono decorazioni.
Sono elementi strutturali.
La ripetizione non serve a condurre verso una progressione, ma a creare sospensione.
In un simile contesto anche variazioni minime acquistano un peso enorme, perché l’evento principale non è lo sviluppo, ma l’immersione.
In “Il Monsignore nel Chiostro delle Vergini”, una voce rarefatta, quasi liturgica, introduce una suggestione narrativa che tuttavia non viene mai completamente sviluppata.
Il significato non viene consegnato.
Viene suggerito.
“Pater Metamorphosis” approfondisce ulteriormente questa logica liminale.
Il materiale sonoro muta senza raggiungere una vera risoluzione.
Non c’è uno sviluppo chiaramente definito, quanto piuttosto una metamorfosi lenta.
Quando il disco raggiunge “Eremo di San Michele”, l’isolamento è ormai completo.
L’eremo cessa quasi di essere un luogo fisico e diventa una condizione mentale: sottrazione al mondo esterno, ingresso in una dimensione interiore.
Ciò che distingue 1978 da molti dischi d’esordio è precisamente il rifiuto di definirsi troppo rapidamente.
Non esiste il tentativo di consolidare immediatamente uno stile riconoscibile.
Non vi è il bisogno di aderire a un genere specifico.
L’album rimane aperto, esplorativo, deliberatamente irrisolto.
E questa apertura non rappresenta un limite.
È una dichiarazione d’intenti.
Serpico nasce non da un’identità già definita, ma dalla necessità di costruirne una.
The Tombstone Cowboy: attraversare il deserto
Se 1978 rappresenta la soglia, The Tombstone Cowboy costituisce il momento del consolidamento.
Soprattutto sul piano narrativo.
L’album funziona come un viaggio concettuale, pur sottraendosi continuamente a qualsiasi definizione troppo rigida.
Una figura solitaria si allontana dalla civiltà.
Attraversa deserti, cimiteri e territori senza nome.
La natura del viaggio rimane volutamente ambigua.
Potrebbe condurre all’annientamento.
Potrebbe condurre alla trascendenza.
La destinazione non viene mai rivelata.
Il cowboy non è un personaggio nel senso cinematografico tradizionale.
È una proiezione.
Un archetipo spogliato della mitologia eroica della frontiera e ricostruito all’interno di un immaginario molto più oscuro e introspettivo.
Questo non è il West della conquista.
È il West di ciò che rimane dopo.
Non espansione, ma attraversamento.
Già in “California Sun” la luce appare ambigua.
È un sole che sembra illuminare rovine più che vita, proiettando ombre lunghissime sopra territori esausti.
Le chitarre sono dense, sature, ipnotiche.
La musica non accompagna realmente l’ascoltatore verso una destinazione.
Lo mantiene piuttosto sospeso.
Ed è precisamente questa la tensione fondamentale dell’album:
movimento e immobilità nello stesso istante.
In “Jesus in the Grave” gli elementi blues si espandono fino a trasformarsi in un rituale rallentato, dilatato al punto da dissolversi in una meditazione sulla morte e sulla trasformazione.
Qui la ripetizione manifesta tutta la propria forza.
La circolarità del delta blues continua a pulsare sotto una superficie molto più astratta e quasi psichedelica.
Brani come “Guns on My Grave” e “Graveyard Lullabies” approfondiscono ulteriormente la sensazione di una fine imminente.
Ma anche in questo caso non arriva mai una vera conclusione.
Soltanto un’atmosfera progressivamente più densa.
È nella seconda metà del disco che emerge forse con maggiore chiarezza il suo nucleo profondo.
Con “La Confraternita della Morte” il linguaggio stesso scompare.
Il pezzo si sviluppa come un lungo rito strumentale nel quale drone e feedback si accumulano fino a costruire un campo sonoro compatto e immersivo.
La chitarra smette definitivamente di essere melodia.
Diventa vib
English Version
Serpico enters this book the way certain projects enter life: not as a neatly documented object, but as a human and musical journey that has been built over time—through layers, returns, and mutual recognition. If, for other chapters, archival work and tools such as the Wayback Machine were essential to reassemble scattered fragments, here the most important source has been something else entirely: lived memory, the direct thread of shared experiences, and the testimony of a relationship that has moved across different scenes without losing authenticity.
My friendship with Giulio “Serpico” Marini was born in the Italian underground metal world and, over the years, grew into something deeper than a simple musical acquaintance. We have passed through different seasons, shifting contexts, phases of closeness and phases of distance; and yet it is precisely this non-linear path that made clearer what remains when everything else changes: esteem, loyalty, human quality. In time, the collaboration with Nihilistic Avant-Garde Music became a concrete point of contact—not an “operation,” but a natural continuity: the simplest and most honest way to give form to an artistic affinity that already existed. Serpico, more than many others, holds a particular position within the landscape this book explores: a real bridge between the metal scene and what, for convenience, we call neofolk, or more broadly the more acoustic, ritual, introspective sphere. A bridge not built from borrowed aesthetics, but from the same intensity translated into different languages. And within this framework, even our ideological trajectories—his in SHARP environments, mine in anarchist circles—never became a definitive obstacle. We have had divergent paths, yes, but we chose to place first what truly matters: friendship, trust, the willingness to walk a shared road.
To understand Serpico, one must begin long before the project itself—before the name, before any conscious artistic direction, before even the idea of making music as a defined act. The origin lies in a condition: a way of encountering sound that is already interpretative, already layered. Childhood listening happens through mediation: cassette tapes recorded from radio broadcasts, voices translating lyrics while the songs are still playing, words laid over sound so that form and meaning never arrive “pure.” In that fracture a principle is born that will remain constant: music is not a fixed object to consume, but a mutable field to reconstruct. Even Bob Dylan’s voice can be bypassed—replaced by an Italian narration—while the emotional connection does not weaken, and may even intensify. What matters is the personal reconstruction, not the original model. Here listening becomes an active gesture: decoding rather than consumption. And that idea—music as transformable matter—returns later in Serpico’s logic: a project that does not freeze; it translates.
The first formal encounter with music follows a traditional route: piano lessons, discipline, repetition. But structure alone soon reveals its limits. The discovery of rock and, shortly after, metal opens another dimension—not precision, but impact; not only study, but body. The move to guitar becomes inevitable. It is not a rejection of the piano, but a shift in perspective. The guitar allows deviation, imperfection, exploration. It becomes an instrument for constructing identity rather than reproducing form. From this point, immersion into metal—especially black metal and doom—does not function as an end in itself, but as a method for exploring atmosphere, weight, density. The interest is not only aggression, but the creation of sonic environments able to evoke something beyond the surface of sound.
By the late 1990s, this individual trajectory intersects with the collective dimension of the Roman underground. It is a fluid ecosystem built on encounters rather than structures, on presence rather than visibility. Piazza di Spagna becomes an informal meeting point; venues like Circolo degli Artisti and Frontiera host a constantly shifting network of bands and listeners. Music happens wherever it can: clubs, social centres, courtyards, improvised rooms, even rural spaces when a stage is possible. The logic is simple: if there is a chance to play, you play. What defines that moment is not genre, but experience. The separation between artist and audience is minimal, hierarchies are fragile, and the underground is not a ladder toward “success” but a form of coexistence. There are facilitators—promoters who create opportunities more than they police access. You attend a show not only for the lineup, but for the certainty of meeting people, sharing time, belonging to something. This communal dimension is essential: music becomes a pretext for connection, a shared language through which different worlds can touch without colliding.
Over time, the system erodes. The number of bands increases, while the spaces capable of hosting them decrease. Digital platforms bring new forms of visibility, but also a progressive loss of physical interaction: projects multiply and often exist in isolation. The underground does not vanish—it transforms—and, in part, begins to resemble the mainstream in its logic, without the mainstream’s scale. Within this transformation another risk appears: coherence turning into stagnation. Some artists remain fixed inside a defined identity for decades in the name of authenticity; yet this fidelity often produces immobility. The music stays the same while the context evolves, and the result is disconnection. Others choose to move. The migration from metal into zones such as neofolk, martial industrial, or hybrid forms can be read in this way: when a language no longer provides adequate tools for expression, it is abandoned. Artists do not disappear; they migrate, carrying their sensibility into new territories and reshaping it through different forms.
Serpico emerges precisely at this intersection, but not as calculation and not as a reaction to a scene. It is a necessity. Previous musical experiences—bands, collaborations, projects—retain a collective dimension even when serious or structured. They exist within shared frameworks and networks. Serpico breaks that model. It is an inward movement in which the need to express detaches from external validation and even from context itself. The early phase is abstract: drone, ambient, and psychedelic textures dominate. The focus is atmosphere over structure, immersion over “song.” Sound becomes space. Then a new element enters: the discovery of circularity within blues and delta blues. Repetition reveals itself as a structural principle, not a limitation. Minimal patterns generate trance, continuity, internal motion. Music stops progressing linearly and begins unfolding in cycles. From there the language expands organically. Folk, country, and neofolk elements rise to the surface—not as deliberate stylistic choices, but as natural extensions of an approach already in place. Serpico does not adopt genres; it absorbs them, reconfigures them, integrates them into a broader framework. What defines Serpico, then, is not stylistic coherence but continuity: each release can change skin while remaining recognisable, connected by an underlying logic.
Another layer enters through American folk and country traditions. For a European listener, these forms often arrive filtered through cinema: the western, the desert, the archetype of the lone figure. Yet beneath that surface lies a more direct narrative structure: songs as stories tied to specific social and historical contexts, frequently marked by hardship, faith, or loss. When these elements enter Serpico, they do not become imitation but translation. Cultural distance becomes a resource. What emerges is a hybrid language shaped by influence and displacement.
Every project has a beginning, but not every beginning is already aware of what it will become. 1978, Serpico’s debut, does not present itself as a definitive statement or a fully formed identity. Instead, it functions as a threshold—an initial attempt to give shape to a language still discovering itself. And that is precisely its strength: the album captures the moment in which necessity begins to take form. The title is revealing: 1978 is not only a birth year, but a marker of origin—personal and symbolic. The record unfolds like an internal cartography, less geographic than psychological, less narrative than atmospheric. From the opening track, “The Dark Eye of Rome,” the listener is immersed in a sonic environment that privileges density over clarity. Guitar does not function as a conventional vehicle for melody; it becomes sustained vibration, a field of tension that expands and contracts. The city in the title is not described but evoked—more presence than place. Rather than constructing songs in the traditional sense, Serpico builds environments—sonic architectures in which time behaves differently. Drone and ambient influence is structural, not decorative. Repetition does not serve progression, but suspension: small variations carry disproportionate weight because immersion is the main event. In “Il Monsignore nel Chiostro delle Vergini,” a sparse, almost liturgical voice introduces a narrative suggestion never fully developed. Meaning is not delivered; it is implied. “Pater Metamorphosis” intensifies that liminal logic: the sonic material shifts without resolution, a gradual mutation rather than clear development. By the time the album reaches “Eremo di San Michele,” isolation is complete: the hermitage becomes less a location than a condition—withdrawal from the outside world, entry into an interior dimension. What distinguishes 1978 from conventional debut records is its refusal to define itself too quickly. There is no attempt to consolidate a recognisable style, no effort to align with a specific genre. The album remains open, exploratory, deliberately unresolved. This openness is not a limitation; it is a declaration: a project that begins not from a fixed identity, but from the need to construct one.
If 1978 is threshold, The Tombstone Cowboy is consolidation—particularly on the narrative level. It works as a concept journey, even as it resists rigid definition: a solitary figure moves away from civilisation, traversing deserts, graveyards, and unnamed territories. The narrative remains ambiguous: the journey may lead to annihilation or to transcendence, but the outcome is left unresolved. The cowboy is not a character in the cinematic sense; it is a projection, an archetype stripped of heroic frontier mythology and rebuilt inside a darker, more introspective framework. This is not the West of expansion, but of aftermath—not conquest, but crossing. From “California Sun,” light is already complicated: a sun that illuminates ruins rather than life, casting long shadows on exhausted terrain. Guitars are dense, saturated, hypnotic. The music does not guide the listener forward so much as hold them in suspension. The album’s defining tension is precisely this: motion and stasis in the same breath. In “Jesus in the Grave,” blues elements expand into a slow ritual, stretched until they dissolve into a meditation on death and transformation. Here repetition becomes especially powerful: delta blues circularity echoes beneath a more abstract, almost psychedelic surface. Tracks such as “Guns on My Grave” and “Graveyard Lullabies” deepen the sense of finality, yet never provide closure—only thicker atmosphere. The second half reveals the record’s core. With “La Confraternita della Morte,” language drops away entirely. The piece unfolds as an extended instrumental rite in which drone and feedback accumulate into a dense, immersive field. Guitar ceases to be melody and becomes vibration—a resonant body that recalls experimental minimalism and the physical intensity of acts such as Swans. Time stretches, dissolves, reorganises itself around repetition. “There, Where the Sun Is Born” pushes further toward a metaphysical space. The influence of Neil Young’s work on Dead Man becomes perceptible—not as direct reference, but as shared sensibility: a western dissolving into meditation on passage, on crossing between worlds. “To the Mountains” closes without resolving the journey. The mountains—symbols of ascent or revelation—remain distant, undefined, unreachable. The listener is left not with an answer, but with a direction. What makes The Tombstone Cowboy compelling is its refusal to meet expectations. While rooted in blues, folk, and neofolk languages, it systematically removes their most accessible elements. There is no comfort here, no nostalgic reconstruction of past forms. These traditions are used as structural tools, reshaped into something darker, slower, more ambiguous. That also explains the polarised reception: listeners tied to rigid genre frameworks may struggle to find an entry point; those accustomed to crossing boundaries between metal, ambient, folk, and experimental forms tend to recognise the internal coherence. Accessibility here depends not on familiarity, but on openness. Ultimately, The Tombstone Cowboy is not an album that asks to be understood immediately. It requires a different mode of listening—immersion over interpretation, presence over analysis. It is, above all, an album about crossing: not toward something, but through something. And like all true crossings, it leaves the destination unresolved.
Seen as a whole, Serpico’s trajectory is not fragmented, but continuous. Each phase carries traces of the previous one; each transformation preserves a core element. From early listening as decoding to underground participation, from collective contexts to solitary expression, the path unfolds as process rather than rupture. What remains, in the end, is not a genre, nor a scene, nor a fixed identity. It is a method: a way of relating to music not as a product, but as a necessity. A way of constructing a space—coherent, alternative—where disparate elements can coexist: gothic imagery, western archetypes, ritual structures, personal memory. Not as escape from reality, but as a way to endure it.
Discography
Albums
1978 — 2021
The Tombstone Cowboy — 2025
Singles & Related Releases
The Dark Eye of Rome — 2021
Lysergic Death Symposium — 2021
On The Road to Botany Bay — 2025





