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Luctamina Rerum Natura Alunt: la poetica oscura di Corrado Videtta negli Argine (Bards Of The Black Suns, BFP 2026)

(VERSIONE ITALIANA) Articolo originariamente pubblicato in inglese per il prossimo libro di BARDS OF THE BLACK SUN edito da Black Front Press, ordinabile direttamente dalle pagine dell’editore. Tale saggio è frutto di una ricerca, ascolto approfondito ed intervista con il portavoce dei progetti: Corrado Videtta. Vi invitiamo a supportare la musica e l’editoria indipendentemente, essa rappresenta la nostra libertà di scelta, fuori dalle logiche di mercato.

Luctamina Rerum Naturam Alunt

Le radici oscure e la poesia eterea degli Argine

Ricostruire una traiettoria artistica come quella degli Argine richiede necessariamente un metodo fondato su due fonti complementari.

Da una parte il lavoro d’archivio e la verifica documentale, con strumenti come la Wayback Machine, indispensabili quando bisogna recuperare materiali dispersi, vecchie versioni di siti, interviste scomparse e frammenti di una storia che il tempo digitale rischia continuamente di cancellare.

Dall’altra — e soprattutto — la voce di chi quella storia l’ha vissuta dall’interno.

Nel caso degli Argine, la testimonianza di Corrado Videtta è essenziale non soltanto per ricostruire con precisione date e successioni, ma per comprendere il contesto umano, le decisioni estetiche, le esitazioni, le deviazioni e quelle fratture che una semplice discografia non potrebbe mai raccontare.

Ho avuto modo di conoscere Corrado più profondamente nell’agosto del 2025, in seguito a un incontro nato quasi per caso e che, a posteriori, sembra invece appartenere a quella categoria di appuntamenti che aspettavano soltanto di accadere.

A fornire l’occasione fu ancora una volta Marcu, conosciuto anche come Menefreghistu, un amico rumeno che desiderava semplicemente incontrare, senza formalità e senza aspettative, uno dei musicisti ai quali era maggiormente legato.

Quella serata generò qualcosa di inatteso.

Ragionamenti condivisi.

Visioni comuni.

Un modo di concepire la musica che, fin dalle prime conversazioni, possedeva qualcosa di stranamente familiare, quasi ci conoscessimo da anni.

È anche per questo che questo capitolo non rappresenta soltanto un lavoro di ricostruzione.

È, almeno in parte, un atto di gratitudine.

Oltre la scena

Esistono gruppi che appartengono profondamente a una scena.

E ne esistono altri che, pur essendo nati all’interno di una scena precisa, finiscono progressivamente per superarne i confini.

Gli Argine appartengono alla seconda categoria.

Definirli semplicemente neofolk è certamente comodo, ma insufficiente.

Collocarli esclusivamente nell’orbita dark o post-punk sarebbe forse storicamente più aderente alle loro origini, ma rimarrebbe comunque riduttivo.

Fin dall’inizio gli Argine hanno costruito un proprio linguaggio.

Riconoscibile e contemporaneamente mutevole.

Un linguaggio che ha rifiutato sia la rigidità delle etichette sia la falsa sicurezza della ripetizione.

La loro storia è una continua ridefinizione.

Un’identità che non si è mai irrigidita fino a diventare formula e che, nonostante tutte le trasformazioni, ha conservato una profonda coerenza.

Non necessariamente una coerenza stilistica.

Una coerenza spirituale.

Ricostruire in maniera puntuale tutti coloro che, con ruoli più o meno determinanti, sono transitati nella formazione degli Argine è quasi impossibile.

Non soltanto perché le line-up hanno conosciuto numerosi cambiamenti, ma perché la collaborazione — la volontà di confrontarsi con altri artisti, aprire il suono a strumenti differenti, introdurre nuove voci e sensibilità — è sempre stata una delle caratteristiche fondamentali del progetto.

Per questo, più che inseguire una cronologia puramente nominale di ingressi e uscite, appare molto più utile leggere la storia degli Argine attraverso le tre fasi che Corrado stesso individuava nelle prime versioni del sito ufficiale argine.net: fase embrionale, fase di costruzione e fase di consolidamento.

19 ottobre 1992

Tutto comincia il 19 ottobre 1992.

Corrado Videtta decide di formare un gruppo che gli permetta di esprimersi senza filtri, «senza veli» e senza vincoli morali o etici imposti dall’esterno.

Rientrato dal servizio militare, si rivolge alle poche persone che gli sono ancora realmente vicine.

Non soltanto individui accomunati dagli stessi gusti musicali.

Persone con le quali condivide anche un determinato atteggiamento nei confronti dell’esistenza.

In questa fase primordiale gli Argine nascono all’interno di un orizzonte chiaramente post-punk.

Le prime prove passano principalmente attraverso cover di Joy Division, CCCP e Diaframma, riferimenti che lasceranno tracce profonde nel DNA della band.

La formazione iniziale è ancora ridotta all’essenziale.

Un nucleo appena nato, guidato più da un’urgenza condivisa che da una struttura già definita.

È in questo momento che Corrado riallaccia soprattutto il rapporto con Marco Consorte, destinato a diventare una delle figure centrali nella storia del progetto.

Negli anni Consorte sarà prima bassista, poi chitarrista e voce degli Argine, oltre che coautore insieme a Corrado di una parte considerevole del repertorio.

Già allora emerge come figura difficilmente classificabile, naturalmente predisposta alla sperimentazione, capace di muoversi con sorprendente naturalezza fra il folle e il sublime e di alimentare il gruppo con una costante inquietudine creativa.

Nello stesso periodo compare un’altra presenza caratteristica.

Dedè, una giovane donna che introduce teatralmente i concerti e che, come gli stessi Argine, gravita attorno al centro sociale autogestito Tien’a’ment.

Non si tratta di un luogo marginale nella storia di quella scena.

Da lì passeranno artisti molto differenti fra loro, da Death In June agli Extrema fino ai Napalm Death.

La fase embrionale si chiude con diversi concerti in Campania e persino con una prima apparizione televisiva su un’emittente privata, nell’ambito del concorso Ombrafestival.

Cercare una forma

Il passaggio alla fase di costruzione è segnato da un’instabilità quasi fisiologica.

È quella di un gruppo che sta ancora cercando la propria forma definitiva e che non teme di sperimentare nemmeno sul piano pratico.

Per un breve periodo gli Argine ricorrono alla batteria elettronica.

Una soluzione provvisoria, perfettamente coerente con una fase nella quale tutto appare ancora possibile.

Nel novembre del 1993 entra nella formazione Davide Fusco, dei Trees.

La collaborazione dura relativamente poco e, per varie ragioni, il gruppo torna successivamente alle percussioni elettroniche.

Il rapporto umano però rimane.

Fusco continua a essere una figura stimata e l’amicizia sopravvive all’esperienza musicale.

Dal febbraio del 1994 inizia invece uno dei momenti più importanti dell’intera storia degli Argine.

Quasi un anno di silenzio.

Una lunga fase di riflessione.

Un’interruzione soltanto apparente, perché proprio in quel periodo viene piantato il seme della futura trasformazione artistica del gruppo.

Entra stabilmente il flauto, destinato a diventare uno degli elementi riconoscibili del linguaggio degli Argine attraverso Francesco Destriere.

Parallelamente Corrado e Marco cominciano a definire sempre più chiaramente la natura del messaggio artistico che intendono costruire.

Sonorità acustiche ma sperimentali.

Una musica percepita come più contemporanea e soprattutto più aderente alla loro visione rispetto a soluzioni già codificate.

La svolta viene ulteriormente rafforzata dall’ingresso stabile del violinista Alfredo Notarloberti, destinato a diventare una vera colonna sonora dell’identità degli Argine.

Corrado lo nota nei pressi del Conservatorio di Napoli mentre è alla ricerca di nuovi musicisti.

Da quel momento la storia personale del gruppo comincia a incontrare anche quella discografica.

Attraverso Genny Rossi e il negozio di dischi Demos, luogo fondamentale nella vicenda degli Argine, il gruppo entra infatti in contatto con l’etichetta Energeia.

Nel maggio del 1995 arriva così la prima pubblicazione ufficiale:

“Martedì sera”, inserita nella compilation Intimations of Immortality Vol. 2, con Patrizio Destriere al sax.

Deviazioni necessarie

La crescita del gruppo non segue però una linea retta.

Esistono deviazioni, ritorni e ripensamenti.

Sono aggiustamenti inevitabili per una band che sta ancora decidendo cosa vuole realmente diventare.

A seguito di alcuni piccoli incomprensioni interne, gli Argine tornano temporaneamente verso una direzione più esplicitamente post-punk.

Entra il batterista Sergio Delle Cese, che in seguito diventerà manager dei CSI e di Giovanni Lindo Ferretti, e la formazione attraversa diverse configurazioni provvisorie.

In alcuni momenti il gruppo arriva a esibirsi nella forma più essenziale possibile:

chitarra, basso, batteria.

È quasi come se gli Argine stessero mettendo alla prova il proprio scheletro.

Eppure proprio queste deviazioni rendono sempre più chiara la direzione che appare ormai inevitabile.

La strada acustica.

Più personale.

Più aderente all’idea artistica che Corrado e Marco stanno costruendo.

In questo contesto anche l’uscita di Delle Cese diventa quasi naturale.

Non una rottura drammatica.

Semplicemente la traiettoria della band sta portando altrove.

Collaborare significa trasformarsi

Parallelamente prende forma un’altra caratteristica destinata a diventare essenziale nel metodo degli Argine: la capacità di attirare presenze realmente funzionali al progetto.

Mai semplicemente decorative.

Persone chiamate a innestare timbri, sensibilità e competenze precise all’interno della musica, rafforzandone l’identità senza alterarne il nucleo.

Cecilia Videtta entra progressivamente nell’orbita degli Argine come voce e presenza ricorrente, contribuendo nel tempo alla costruzione di una delle dimensioni vocali più riconoscibili del gruppo.

Carmen D’Onofrio, successivamente legata anche ai Camerata Mediolanense, diventa una delle voci più significative nella storia degli Argine, capace di unire intensità interpretativa e rigore formale.

Un’altra figura fondamentale collegata ai Camerata Mediolanense è Elena Previdi, il cui apporto timbrico assume particolare importanza.

Nella composizione “Memorie” suona la fisarmonica, introducendo una vibrazione popolare e contemporaneamente solenne, perfettamente coerente con la tensione emotiva del pezzo.

Sul versante delle riletture e delle contaminazioni, l’incontro con Cristiano Santini, legato ai Dish-is-Nein e ai Disciplinatha, diventa emblematico.

È lui a realizzare il remix di “Memorie”, successivamente incluso sia nella compilation Rifrazioni sia nel mini-CD collegato a quella fase.

Un ulteriore segnale di come gli Argine abbiano sempre concepito la canzone come materia viva.

Qualcosa capace di mutare senza perdere la propria identità.

Anche Verdiana Raw compare ripetutamente in diversi concerti, entrando in quella rete di collaborazioni dal vivo che, nel mondo degli Argine, non costituisce mai un semplice “supporto”.

È un’altra possibilità di trasformazione.

I Colori del Silenzio: due anime nella stessa cassetta

In questo stesso periodo prende forma il demotape I Colori del Silenzio, sorta di antologia dei primi anni del gruppo.

Il dettaglio più rivelatore è la divisione netta delle due facciate:

Lato A: post-punk.
Lato B: acustico.

È quasi una fotografia perfetta di ciò che sta accadendo.

Due anime che convivono all’interno dello stesso oggetto.

Due direzioni che apparentemente competono fra loro e che, in realtà, contribuiranno entrambe a costruire il linguaggio futuro.

La successiva fase di consolidamento coincide con un periodo di notevole fertilità compositiva.

Molte delle canzoni nate allora, dopo un processo di maturazione, confluiranno nel primo album ufficiale.

Viene registrato un secondo demotape, Mundana Humana Instrumentalis, formato da dodici brani inediti e da una cover di “Atmosphere” dei Joy Division.

È in questo momento che compare Giuseppe Episcopo.

L’incontro avviene, significativamente, proprio da Demos, mentre Episcopo sta acquistando I Colori del Silenzio.

L’intesa culturale e musicale è immediata.

Segue un terzo demotape, Eliaco, che raccoglie esecuzioni dal vivo e materiale sperimentale inedito.

Le recensioni positive convincono Energeia a proporre finalmente la registrazione del primo album ufficiale.

Ancora una volta la coerenza viene privilegiata rispetto alla stabilità della formazione.

Patrizio e Alessandro Destriere lasciano il gruppo e vengono sostituiti dal trombettista Fulvio De Fuccia e dalla tastierista Federica Leoni.

Mundana Humana Instrumentalis: un disco come organismo

L’idea iniziale è semplice: registrare professionalmente il materiale del demo.

Ma due mesi trascorsi in studio modificano inevitabilmente il progetto.

La prossimità quotidiana.

L’ambiente.

Il confronto costante.

La materia comincia a cambiare.

Nascono anche due nuovi brani:

“Place de sûreté”
e
“La lunga strada per Tule”.

L’album ospita inoltre diverse collaborazioni, fra le quali Lucia Vitrone, cantante dei Contropotere e attrice nella compagnia di Mario Martone, e Manlio Titomanlio, alla ghironda.

La copertina utilizza una xilografia dell’artista ravennate Marisa Iannucci.

Mundana Humana Instrumentalis, pubblicato nel 1997, non è soltanto un esordio particolarmente riuscito.

È un manifesto.

Il concetto centrale è quello dell’armonia, articolato attraverso la celebre tripartizione boeziana di derivazione pitagorica:

mundana, humana, instrumentalis.

L’armonia del cosmo.

L’armonia dell’uomo.

L’armonia del suono.

Non si tratta di erudizione applicata superficialmente alla musica.

È un modo di concepire l’album come organismo unitario.

Una forma che pensa.

Emergerà da qui una delle convinzioni più persistenti degli Argine: un disco non dovrebbe essere una successione casuale di canzoni.

Deve essere una costruzione coerente.

Quasi un libro diviso in capitoli.

Federico Fiumani e Marisa Allasio

Dopo l’uscita dell’album segue una serie di concerti, fra i quali un tributo ai Joy Division al Velvet Club di Roma.

Il 28 novembre 1997, durante un concerto dei Diaframma a Napoli, Corrado incontra Federico Fiumani, figura che gli Argine hanno sempre guardato con grande considerazione.

Il gruppo gli racconta l’intenzione di pubblicare un 7″ contenente una reinterpretazione di “Marisa Allasio”.

La proposta è quella di far cantare proprio Fiumani.

L’invito viene accettato.

Sul lato B del disco viene inserita una nuova versione di “Mundana Humana Instrumentalis”.

Anche la formazione cambia nuovamente.

Dopo l’uscita di Giuseppe Episcopo entra Tommaso De Fuccia, al basso e alle percussioni.

Il rapporto artistico e umano con Episcopo, tuttavia, proseguirà in altre forme.

È già evidente una delle caratteristiche più profonde del progetto.

Gli Argine hanno sempre cercato la massima corrispondenza possibile fra ciò che desideravano esprimere e il modo scelto per esprimerlo.

Anche quando questo significava cambiare pelle.

Forse è proprio questa una delle loro caratteristiche più profonde.

Dal principio dell’armonia al principio del conflitto

I tre demotape — I Colori del Silenzio, Mundana Humana Instrumentalis ed Eliaco — documentano la fase nella quale il linguaggio della band comincia a essere messo definitivamente a fuoco.

Ed è già presente una dicotomia fondamentale.

Da una parte la memoria post-punk degli esordi.

Dall’altra la progressiva definizione di una grammatica acustica, classica e dark, capace di contenere simultaneamente contemplazione e tensione.

Con Luctamina in Rebus, pubblicato nel 2001, gli Argine compiono però qualcosa che va oltre il normale concetto di evoluzione da un album all’altro.

Costruiscono quasi un controcanto teorico e poetico al debutto.

Se Mundana Humana Instrumentalis ruotava intorno all’armonia, all’equilibrio fra forme, strumenti e intenzioni, qui l’asse viene completamente spostato.

Al centro compare il conflitto.

Conflitto come materia.

Come motore.

Come principio ordinatore.

Non un conflitto ridotto a posa estetica o a generiche atmosfere oscure.

Un conflitto totale, attraversato nella sua dimensione cosmica, naturale, umana, interiore e storica.

Il disco non propone semplicemente un’atmosfera più cupa.

Propone una filosofia del contrasto.

Una musica che non vuole decorare l’ascolto.

Vuole pungere.

Luctamina in Rebus: l’arte della tensione

La forza dell’album risiede soprattutto nella tensione controllata.

Strutture acustiche e improvvise intrusioni elettriche.

Dolcezze improvvise e impennate quasi rabbiose.

Intimità cameristica e aperture che arrivano a sfiorare la new wave.

La declamazione parlata, fondamentale nelle prime fasi del gruppo, convive con linee vocali più melodiche.

Due modalità complementari della stessa urgenza espressiva.

Anche la sequenza dei brani sembra organizzata come una serie di quadri che si rispondono.

Dalla breve e tenebrosa apertura di “Luctamina Rerum Naturam Alunt” fino alla conclusione strumentale di “Rovine”, nella quale il violino torna a occupare il centro emotivo.

E il finale non risolve.

Lascia sedimentare una domanda.

Altra caratteristica essenziale è la varietà.

Non soltanto variazione di atmosfere, ma di timbri, strumenti e densità degli arrangiamenti.

L’eterogeneità non diventa mai dispersione perché la coerenza non viene affidata al genere.

È affidata a una mano compositiva riconoscibile.

A una concezione precisa della forma-canzone.

Ogni brano appare quasi come un mondo autonomo e, contemporaneamente, l’album continua a funzionare come un singolo organismo.

Ospiti e collaboratori ampliano ulteriormente la tavolozza senza deformarla.

Gli Argine assumono sempre più chiaramente la forma di un laboratorio aperto ma rigoroso.

La voce come elemento drammaturgico

In Luctamina in Rebus la voce non è mai semplicemente “canto”.

Assume una vera funzione drammaturgica.

Corrado ha sempre attribuito al linguaggio un ruolo fondamentale.

Qui la voce può dichiarare.

Insinuare.

Suggerire.

Tagliare.

L’uso della parola parlata permette al testo di entrare nella musica come ulteriore vettore di tensione.

E mette in evidenza una delle costanti degli Argine.

I testi non sono semplicemente parole costruite per accompagnare una canzone.

Sono nuclei poetici.

Spesso potrebbero esistere autonomamente.

“Memorie”: quando il conflitto diventa Storia

All’interno di questa architettura “Memorie” rappresenta probabilmente il punto nel quale il conflitto si trasforma esplicitamente in storia.

Il brano sposta l’attenzione su un’Italia lacerata.

Evoca le ultime fratture della guerra civile e trasforma la memoria in una meditazione sul coraggio e sul prezzo degli ideali.

La tesi viene formulata senza bandiere:

il coraggio non ha colore.

Non è un episodio isolato.

È una chiave interpretativa dell’intero album.

Luctamina in Rebus vuole scuotere chi attraversa l’esistenza senza ardore.

Richiamare, attraverso angoscia e turbamento, al valore stesso della vita.

Senza trasformare la profondità in retorica.

L’ascolto brano per brano rende ancora più evidente questa dialettica fra delicatezza e impatto.

“Magiche Armonie” mostra la capacità del gruppo di costruire una malinconia elegante senza perdere tensione.

“Mosaico” mette a fuoco l’incontro fra linguaggio e vertigine emotiva.

“Immoto Nel Vento” evidenzia la cura melodica e il peso della voce.

“Eterno Occidente” spinge verso una scrittura più nervosa, con il basso maggiormente in evidenza e un andamento quasi marziale.

“Gelsemio” sospende invece ogni cosa all’interno di una tenerezza rarefatta.

La title track concentra infine gran parte della poetica dell’album nella convivenza degli opposti:

vita e morte,

sensualità e rumore,

respiro organico e attrito bellico.

Fino a trasformare tutto in un unico ambiente sonoro.

L’occasione World Serpent

Se quella degli Argine è una storia di idee, è anche una storia di incontri e di occasioni.

Il gruppo ha sempre funzionato come crocevia all’interno dell’underground italiano.

Il mondo del Tien’a’ment.

La rete delle collaborazioni.

Il legame simbolico con le matrici new wave e dark che continuano a sopravvivere nella loro musica.

Corrado mi ha raccontato un episodio che chiarisce quanto, già immediatamente dopo Mundana Humana Instrumentalis, gli Argine fossero vicini a entrare direttamente in uno dei principali circuiti internazionali del neofolk e del post-industrial.

Corrado consegna personalmente una copia del disco a Tony Wakeford, dei Sol Invictus, lasciandogli anche i contatti.

Wakeford ascolta il lavoro.

Gli piace.

E formula una proposta concreta: far transitare le future pubblicazioni degli Argine attraverso la sua etichetta Tursa, distribuita dalla World Serpent Distribution.

In quel momento storico sarebbe significato entrare immediatamente in una rete europea di distribuzione e visibilità enormemente più ampia.

Corrado tenta di costruire un accordo attraverso Energeia.

Invita la propria etichetta a comprendere l’importanza strategica di quell’apertura.

Le parti, però, non riescono a trovare un accordo commerciale.

L’occasione sfuma.

Da questo punto di vista Luctamina in Rebus rappresenta anche una sorta di bivio mancato.

Un disco che avrebbe potuto entrare direttamente nell’orbita di World Serpent e che viene invece pubblicato attraverso una diversa configurazione, con una prima edizione condivisa fra Oktagon, Misty Circles e Wolf Age.

Una soluzione che, nella pratica, segna anche la necessità per Corrado di modificare il proprio percorso discografico.

Paradossalmente, proprio l’occasione mancata rende ancora più chiaro il dato fondamentale.

Gli Argine erano già abbastanza forti da attirare attenzione fuori dall’Italia.

E abbastanza consapevoli da tentare un salto di scala.

L’Europa

Quella mancata occasione non rallenta il gruppo.

Al contrario.

Luctamina in Rebus ottiene una risonanza reale all’interno della scena e apre una fase particolarmente intensa di concerti in Italia e all’estero.

Gli Argine entrano progressivamente in un circuito europeo sempre più strutturato.

Arrivano anche in uno dei luoghi simbolicamente più importanti dell’universo dark e alternative europeo:

il Wave-Gotik-Treffen di Lipsia.

E ancora una volta il live non rappresenta semplicemente una replica del disco.

È un’altra fase della trasformazione.

Un laboratorio nel quale i brani cambiano pelle e il progetto misura la propria forza contro spazi e pubblici differenti.

Anche le compilation contribuiscono a consolidare questa proiezione internazionale.

Non semplici souvenir di scena.

Strumenti di distribuzione transnazionale.

Particolarmente significativa è la presenza degli Argine nel monumentale compendio Looking for Europe, collegato all’omonimo libro, accanto a nomi come Death In June, Sol Invictus, Sonne Hagal e numerosi altri.

All’interno di quella mappa, estremamente eterogenea, gli Argine vengono collocati fra i pochi progetti italiani percepiti come punti importanti del paesaggio neofolk europeo.

Luctamina in Rebus diventa così molto più di un grande album.

È un punto di non ritorno.

Anche senza la firma più prestigiosa che avrebbe potuto accompagnarlo, la sua onda lunga apre porte, moltiplica contatti e trasforma un’attenzione di nicchia in presenza concreta.

Da quel momento vedere gli Argine muoversi con autorevolezza fra Italia ed Europa non appare più improbabile.

Diventa naturale.

Le Luci di Hessdalen: cambiare senza rinnegarsi

Il disco successivo, Le Luci di Hessdalen, rappresenta un’altra svolta decisiva.

Prima ancora che un cambiamento, è un’apertura.

E soprattutto un gesto di coraggio.

Il gruppo rifiuta di ripetersi.

Sceglie di ampliare il proprio vocabolario.

La struttura neofolk, invece di irrigidirsi trasformandosi in formula, viene innestata su un linguaggio più eclettico nel quale new wave, post-punk e una vena rock molto più esplicita tornano a emergere con forza.

Il risultato è un album vario e sorprendentemente immediato.

Forse più “accessibile” rispetto a Luctamina in Rebus.

Ma non per questo meno significativo.

Cambia la superficie.

Non la profondità.

C’è inoltre un dettaglio importante che ribadisce ancora una volta la continuità all’interno della trasformazione.

Brani come “I nostri occhi”, “Spina nel fianco” e “In silenzio” affondano le proprie radici nelle prime stagioni compositive della band, nell’area di I Colori del Silenzio o comunque nello stesso periodo.

Ritornano ora con un abito differente.

Non come recuperi d’archivio.

Come riscritture consapevoli.

Il passato viene così collegato direttamente alla fase più aperta e matura del progetto.

Umori d’Autunno: la libertà dell’essenziale

Sei anni dopo, la capacità degli Argine di ridefinirsi raggiunge un nuovo punto di equilibrio con Umori d’Autunno.

Qui il suono diventa più essenziale.

Più contenuto.

Più intimo.

L’autunno non è semplicemente una stagione.

È uno stato dell’anima.

I colori evocati — castagno, grigio, blu elettrico — e persino gli odori suggeriti — terra bagnata, muffa, appartamenti chiusi, aria di cucina — non descrivono tanto un paesaggio esterno.

Costruiscono un clima percettivo.

Uno spazio all’interno del quale le emozioni possono essere riconosciute e attraversate.

Il violino viene ridotto.

Quasi razionato.

Lascia spazio all’essenziale.

E, proprio grazie a questa sottrazione, la musica sembra diventare più libera.

Capace di stimolare l’immaginazione dell’ascoltatore.

Di permettergli di vedere ciò che ha bisogno di vedere.

Corrado insiste molto su questo punto:

la musica deve avvolgere, non imporre.

Una band impossibile da classificare

Gli Argine hanno sempre resistito alle classificazioni definitive.

La stampa li ha spesso definiti neofolk.

La band ha sempre mantenuto nei confronti di quella definizione un rapporto aperto e ambiguo.

Esistono certamente affinità sonore e culturali.

Ma le radici più intime rimangono nella new wave e nel post-punk.

Più che appartenere a un singolo genere, gli Argine occupano un punto di incontro fra correnti diverse:

folk-noir,

musica cameristica,

dark,

cantautorato più letterario,

temperamento mediterraneo,

aperture classiche,

spinte elettriche.

Il metodo non consiste nell’accumulare influenze.

Consiste nel trasformarle.

Non esiste compiacimento nel sincretismo.

Esiste una naturalità profonda.

Come se ogni elemento venisse assorbito per necessità e non per posa.

Un disco non è mai soltanto musica

Questa stessa naturalezza attraversa il rapporto degli Argine con le altre arti.

Fin dagli inizi il gruppo costruisce ponti verso pittura, poesia, fotografia e scrittura.

La xilografia di Marisa Iannucci utilizzata sulla copertina del primo album.

L’impiego di collaboratori esterni per alcuni testi.

La prosa filosofica scritta da Antonio Videtta per accompagnare Luctamina in Rebus.

Il dialogo continuo fra immagini e parole.

Tutto conferma un principio:

per gli Argine un disco non è mai semplicemente musica.

È un oggetto composito.

Suono.

Immagine.

Testo.

Concetto.

Un microcosmo.

Pathos!: ritornare senza guardarsi indietro

Otto anni dopo Umori d’Autunno arriva Pathos!.

Un ritorno a lungo atteso che conferma gli Argine come una delle realtà più coerenti e resistenti del panorama alternative italiano.

Con Corrado Videtta ormai unico membro presente fin dalle origini, il progetto riafferma ancora una volta la propria natura più profonda.

Non adesione a un genere.

Un linguaggio capace di espandersi e trasformarsi senza fossilizzarsi.

La matrice dark e post-punk torna a emergere con forza proprio mentre, per molti osservatori, il panorama neofolk sembra avere perso parte della propria spinta creativa.

Pathos! si inserisce inoltre all’interno di una rete di continuità storiche legate all’esperienza Energeia.

Compare anche Daniele Landolfi, leader dei 100 Club, altra formazione collegata all’etichetta.

La sua presenza segnala non soltanto un rapporto personale.

Racconta la continuità di un ambiente e di una visione.

Un’area alternativa che nel corso degli anni ha prodotto progetti differenti ma comunicanti.

Sul piano musicale rimangono tutti gli elementi fondamentali del linguaggio Argine:

melodie decadenti e dolorose,

arrangiamenti acustici raffinati,

equilibrio costante fra intimità e tensione.

Pathos! attraversa registri diversi senza perdere compattezza.

Dark-folk aperto a linee melodiche più immediate.

Momenti vicini al neofolk classico.

Passaggi nei quali ritorna con decisione l’urgenza post-punk, sorretta da un basso pulsante e da una inquietudine che inevitabilmente richiama i Joy Division.

In altri momenti filigrane acustiche vengono interrotte da improvvise accensioni elettriche e persino dalla presenza del sax.

Ancora una volta emerge la vocazione aperta del progetto.

Pathos! è quindi un ritorno riuscito.

Vario ma compatto.

Privo di manierismo.

Sostenuto da testi profondi e mai banali.

Un disco che rifiuta le scorciatoie.

E proprio per questo pretende di essere ascoltato dall’inizio alla fine.

“Infinito” e ciò che deve ancora arrivare

Oggi gli Argine si trovano ancora una volta in una fase di passaggio.

E, come spesso è avvenuto nel corso della loro storia, il passaggio coincide con una nuova tensione creativa.

Il singolo digitale “Infinito” non appare semplicemente come un’ulteriore casella della discografia.

È un segnale.

Un punto luminoso che sembra indicare un nuovo capitolo ancora in gestazione.

Parallelamente il progetto è tornato sul palco attraverso una formazione live rinnovata, pensata per aumentare l’impatto e tradurre in maniera coerente dal vivo le più recenti trasformazioni della band.

La formazione indicata comprende Carlo Landolfi degli Instant Lake, Carolina Festa, Alessio Sica, Luigi Rubino degli Ashram e Angela Musco.

Ancora una volta emerge la natura mobile degli Argine.

Cambiare pelle senza perdere identità.

È precisamente questa combinazione fra presente inquieto e pubblico capace di seguire il gruppo attraverso svolte, silenzi e ripartenze ad alimentare l’attesa.

La sensazione è che qualcosa continui a maturare.

Non semplicemente un altro episodio isolato.

La promessa di una visione più ampia.

E così, mentre “Infinito” rimane come brano-ponte fra ciò che è stato e ciò che potrebbe arrivare, l’orizzonte continua inevitabilmente a essere quello che molti aspettano:

un nuovo album capace di raccogliere ancora una volta il filo della storia e spingerlo in avanti.

L’argine e il fiume

Alla fine, ciò che rende gli Argine importanti non è soltanto la qualità della loro musica.

E nemmeno il fatto di essere diventati, negli anni, un piccolo culto europeo.

È soprattutto la capacità di essere rimasti umani, aperti, autentici.

In una scena che troppo spesso ha finito per cristallizzarsi in gerarchie, rigidità e posture, gli Argine hanno continuato a considerare la musica come uno spazio di intensità e condivisione.

Non un piedistallo.

Un ponte.

Non un recinto.

Un argine, appunto.

Qualcosa che contiene e indirizza una forza senza spegnerla.

Forse è proprio questa l’immagine che meglio racconta l’intera storia.

Il fiume cambia.

La corrente accelera, rallenta, devia.

Il paesaggio intorno si trasforma.

Eppure l’argine rimane lì non per imprigionare l’acqua, ma per darle una direzione.

La musica degli Argine possiede contemporaneamente la solidità della pietra e la fragilità del respiro.

Il peso del concetto e la tenerezza della ferita.

La disciplina della forma e l’inquietudine di ciò che continuamente tenta di oltrepassarla.

Forse è per questo che, dopo più di trent’anni, continua ancora a parlare con tanta forza.

Perché non offre una posa da contemplare.

Offre uno spazio da attraversare.


Discografia

Demotape

I Colori del Silenzio — 1996

Mundana Humana Instrumentalis — 1996

Eliaco — 1996

Album e principali pubblicazioni

Mundana Humana Instrumentalis — 1997

Marisa Allasio — 7″, 1998

Roma — live LP, 2000

Memorie — MCD, 2000

Luctamina in Rebus — 2001

Rifrazioni — 2003

Le Luci di Hessdalen — 2004

Acqua Mossa — split 7″, 2006

Umori d’Autunno — 2010

Pathos! — 2018

Infinito — singolo digitale, 2020

Alcune compilation e altre apparizioni

Intimations of Immortality Vol. 2 — 1995

The World of Gothic — 2000

Tutti a Casa! – Ain Soph Tribute — 2003

Audacia Imperat! — 2004

Looking for Europe — 2005

ENGLISH VERSION

Luctamina Rerum Naturam Alunt – Corrado Videtta’s Dark Roots and the Ethereal Poetry behind Argine

Reconstructing an artistic trajectory like Argine’s requires a “two-source” method: on the one hand, archival tools and verification (especially the Wayback Machine, invaluable for recovering lost material); on the other—and above all—the voice of those who lived the story from the inside. In Argine’s case, the founder’s testimony is essential: not only for chronological accuracy, but for understanding the human context, aesthetic decisions, and the fractures that never truly emerge from discographies alone.
I came to know Corrado Videtta more deeply in August 2025, after a meeting that began almost by chance and later felt—inevitably—like it had been waiting to happen. A friend from Romania, Marcu (aka Menefreghistu), gave me the initial push: he wanted an informal encounter, with no expectations, simply to meet one of his favourite musicians. That evening sparked something unexpected: shared reasoning, shared visions, and a way of thinking about music that felt strangely familiar, as if we had known each other for years. That connection is what makes this chapter not only an act of reconstruction, but also an act of gratitude.
There are bands that belong to a scene, and there are bands that—though born inside a scene—eventually outgrow it. Argine belong to the second category. Calling them “neofolk” is convenient, but insufficient; placing them strictly within the dark or post-punk orbit may be historically closer, yet still reductive. From the beginning, Argine forged a language of their own—recognisable and mutable at the same time—refusing both the rigidity of labels and the false comfort of repetition. Their story is one of continuous redefinition: an identity that never hardened into formula, yet retained, through every transformation, a deep coherence. Not stylistic coherence, but spiritual coherence.
Tracing the precise sequence of people who—more or less decisively—passed through Argine is almost prohibitive. Not only because the line-ups changed repeatedly, but because collaboration—the willingness to measure themselves against other artists, to open the sound to external instruments and voices—has always been one of the band’s defining traits. For that reason, rather than pursuing a purely “nominal” chronology of arrivals and departures, it is more useful to read their story as a path marked by three phases: an embryonic phase, a phase of construction, and a phase of consolidation—as Corrado himself wrote on the earliest versions of the band’s website (argine.net), still accessible today via the Wayback Machine.
Everything begins on 19 October 1992, when Corrado Videtta decides to form a band that would allow him to express himself without filters—“without veils”—and without moral or ethical constraints. Returning from military service, he turns to the few people still close to him: those who shared not only musical tastes, but a certain existential posture.
In this early stage, Argine emerge within a clearly post-punk horizon, measuring themselves primarily through covers of Joy Division, CCCP, and Diaframma—among their first decisive references. The initial line-up is still essential: a newborn nucleus guided more by shared urgency than by a defined structure. In this moment Corrado reconnects above all with Marco Consorte, who would become central to the project. Over time Consorte would serve first as bassist, then guitarist, and also as one of Argine’s voices, as well as co-author—together with Corrado—of a substantial portion of the repertoire. Even then he appeared as a singular figure, naturally inclined toward experimentation: able to move with ease between the mad and the sublime, and to feed the project with constant creative restlessness.
Around this period another distinctive presence appears: Dedè, a young woman who opened concerts with a theatrical introduction and, like the band, gravitated around the self-managed social centre Tien’a’ment, a venue that hosted significant acts (from Death In June to Extrema, up to Napalm Death). The embryonic phase closes with various shows across Campania and with a first television appearance on a private channel during the “Ombrafestival” contest.
The transition into the construction phase is marked by an instability that is almost physiological: that of a band still searching for its definitive form and unafraid to experiment even at a practical level. For a brief period the group relies on electronic drums, a provisional solution consistent with that transitional moment. In November 1993 Davide Fusco (Trees) joins, but his stay is short and, for various reasons, Argine are forced to return to electronic percussion. Fusco remains a respected figure nonetheless, and the relationship endures as genuine friendship.
From February 1994, however, a crucial moment begins: a long period of reflection—almost a year of silence—during which “the seed” of Argine’s later artistic evolution is planted. Here an important shift occurs: the flute enters the line-up permanently, an instrument destined to become central to Argine’s identity through flautist Francesco Destriere.
Meanwhile Corrado and Marco define with increasing clarity the essence of Argine’s artistic message: acoustic yet experimental sonorities, perceived as more current and more aligned with their ideal than solutions already codified. This turn is further strengthened by the permanent arrival of Alfredo Notarloberti, a violinist destined to become a pillar of the band’s sound. Corrado first noticed him near the Conservatorio di Napoli while seeking new musicians for the project. The path now begins to intersect with recording history as well: through Genny Rossi at the record shop Demos (a key reference point in this story), the band comes into contact with the label Energeia. In May 1995 Argine’s first officially released track appears: “Martedì sera,” included in the compilation Intimations of Immortality Vol. 2, with saxophonist Patrizio Destriere.
This phase also includes detours and reversals—inevitable adjustments while a band is still deciding who it truly is. Following minor internal misunderstandings, Argine return for a time to a more explicitly post-punk direction, aided by the arrival of drummer Sergio Delle Cese (who would later become manager for CSI and Ferretti) and several provisional line-up shifts. At times the band even performs in the most stripped-down form—guitar, bass, drums—as if testing the project’s bare skeleton. Yet these deviations only make clearer the direction that now feels most necessary: the acoustic path, more personal and more coherent with the artistic idea Corrado and Marco were shaping. In this context, Delle Cese’s departure becomes almost inevitable—not due to a dramatic rupture, but because the band’s trajectory was pulling elsewhere.
Alongside this evolution, another defining Argine trait begins to take shape: their ability to attract functional presences, never decorative—figures invited to graft specific timbres, sensibilities, and skills onto the project, strengthening its identity without distorting it. Cecilia Videtta gradually enters Argine’s orbit as a voice and recurring presence in later phases, contributing to one of the band’s most recognisable vocal lines. Carmen D’Onofrio—now associated with Camerata Mediolanense—emerges as one of the most significant voices in Argine’s history, combining interpretive intensity with formal rigour. Elena Previdi, another fundamental figure connected to Camerata Mediolanense, provides a decisive timbral contribution: she plays accordion on “Memorie,” adding a “popular” yet solemn vibration perfectly aligned with the track’s emotional tension.
On the side of reworkings and crossings, the meeting with Cristiano Santini (Dish-is-Nein / Disciplinatha) becomes emblematic: he creates the remix of “Memorie,” later included both in the compilation Rifrazioni and on the mini-CD tied to that period—evidence of how Argine always treated the song-form as living matter, capable of mutating without losing identity. Finally, Verdiana Raw appears as a recurring presence in several concerts, contributing to that network of live collaborations which, for Argine, is never mere “support,” but another form of transformation.
In the meantime the demotape I Colori del Silenzio is prepared—an anthology of the band’s first years. Its most revealing feature is its clear split: Side A (post-punk) and Side B (acoustic), as if Argine were photographing, within the same object, two competing souls.
The consolidation phase coincides with a creative period in which many songs are composed that, once matured, will enter the first album. The band records the second demotape Mundana Humana Instrumentalis, featuring twelve unreleased tracks plus a cover of Joy Division’s “Atmosphere.” Here Giuseppe Episcopo enters the picture, forming an immediate cultural and musical bond. He is met, significantly, at Demos—while purchasing I Colori del Silenzio. A third demotape follows, Eliaco, collecting live performances and experimental unreleased material. Positive reviews persuade Energeia to propose recording the first official album, Mundana Humana Instrumentalis. Once again coherence is valued over stability: Patrizio and Alessandro Destriere leave and are replaced by trumpeter Fulvio De Fuccia and keyboardist Federica Leoni.
The initial plan—simply to re-record the demo professionally—changes during two months in the studio: the environment and daily creative proximity reshape the material, and two new pieces are composed: “Place de sûreté” and “La lunga strada per Tule.” The album also features collaborations, including Lucia Vitrone (Contropotere vocalist and actress in Mario Martone’s company) and Manlio Titomanlio (hurdy-gurdy). The cover image is a woodcut by Ravenna-based artist Marisa Iannucci.
A series of concerts follows, including a Joy Division tribute at the Velvet Club in Rome. On 28 November 1997—during a Diaframma concert in Naples—Corrado meets Federico Fiumani, a figure long held in high regard by the band. Argine share their intention to release a 7” featuring a cover of Diaframma’s “Marisa Allasio” and successfully invite Fiumani to sing on it; Side B includes a new version of “Mundana Humana Instrumentalis.” Another member joins on this release: Tommaso De Fuccia (bass/percussion), following Giuseppe Episcopo’s departure—though their collaboration (and friendship) continues in different forms.
Argine have always pursued perfect alignment—even at the cost of changing skin. That, perhaps, is their deepest distinguishing trait from the very beginning.
Argine have always pursued perfect alignment—even at the cost of changing skin. That, perhaps, is their deepest distinguishing trait from the very beginning. The demotapes I Colori del Silenzio, Mundana Humana Instrumentalis, and Eliaco document a consolidation phase in which the band brings its language into focus. Even here, a foundational dichotomy is already visible: on one side, the post-punk memory of the early years; on the other, the progressive definition of an acoustic, classical, and dark grammar capable of holding together contemplation and tension.
The first official album, Mundana Humana Instrumentalis (1997), is not merely a strong debut; it is a manifesto. It is built around the concept of harmony, articulated through the famous Boethian tripartition of Pythagorean origin: mundana, humana, instrumentalis—the harmony of the cosmos, of the body, of sound. This is not “learned decoration” but a way of thinking of the record as a single organism, a form that reasons. Here one of Argine’s most enduring characteristics becomes clear: the belief that an album should not be a random sequence of songs, but a coherent construction—almost a book divided into chapters.
With the subsequent Luctamina in Rebus (2001), Argine take a step beyond the normal idea of “evolution” from one record to the next: they build a true theoretical and poetic counter-song to their debut. If Mundana Humana Instrumentalis investigated harmony—balance between forms, instruments, and intentions—here the axis shifts decisively: conflict becomes matter, engine, and guiding theme. Not conflict reduced to aesthetic pose or “dark tones,” but a total conflict, traversed in its cosmic, natural, human, inner, and historical dimensions. The album does not simply offer a darker atmosphere; it proposes a philosophy of contrast, capable of making listening a experience that stings rather than decorates.
Its strength lies in controlled tension: acoustic frameworks and electric intrusions, sudden sweetness and almost angry surges, chamber intimacy and openings that brush against new wave. The spoken-word delivery—central in the band’s early phases—coexists with more melodic vocal lines, like two complementary modes of the same expressive urgency. Even the tracklist reads like a sequence of responding tableaux: from the brief and tenebrous opening “Luctamina Rerum Naturam Alunt” to the instrumental closure “Rovine,” where the violin returns as an emotional core and the ending does not resolve, but lets a question settle.
Another defining trait is variation: not only of mood, but of timbre, instrumentation, and the density of arrangements. Heterogeneity never turns into dispersion because coherence is not entrusted to genre, but to a recognisable writing hand and a precise idea of song-form: each piece feels like a world unto itself, yet the album holds as a single organism. Guests and collaborators contribute to that richness—expanding the palette without distorting it—and strengthen the sense of Argine as an open, rigorous workshop.
In Luctamina in Rebus, the voice is never merely “singing”: it functions dramaturgically. Videtta has always assigned language an essential role, and here the voice can declare, insinuate, suggest, cut. The spoken element allows the text to enter the music as an additional vector of tension, making visible one of Argine’s constant strengths: lyrics that are not simply “words for songs,” but poetic nuclei that can often stand on their own.
Within this architecture, “Memorie” is the point where conflict becomes history. The piece shifts the focus onto a torn Italy, evokes the final ruptures of the civil war, and turns memory into meditation on courage and the cost of ideals—delivering a truth without banners: courage has no colour. It is not an isolated episode but a key for reading the entire album: Luctamina in Rebus aims to shake those who live without ardour, to recall the listener to the value of life through anguish and turmoil, without ever turning depth into rhetoric.
Listening “track by track” reinforces that dialectic between delicacy and impact. “Magiche Armonie” shows the band’s ability to shape elegant melancholy without losing tension; “Mosaico” brings the meeting point between language and emotional vertigo into focus; “Immoto Nel Vento” highlights melodic care and vocal weight; “Eterno Occidente” pushes toward a more nervous writing style with a more prominent bass and an almost martial gait; “Gelsemio” suspends everything in rarefied tenderness; the title track concentrates the album’s poetics in the coexistence of contraries—life and death, sensuality and noise, organic breath and bellic friction—until they become a single sonic room.
If Argine’s story is a story of ideas, it is also a story of encounters. The band has always moved as a crossroads within the Italian underground: the Tien’a’ment milieu, the web of collaborations, the symbolic ties to new wave and dark matrices that remain in their DNA. In this sense Luctamina in Rebus marks a point of maturity: collaboration is not ornament, but a way of thinking—an opening with real consequences. This is why many readings perceived it as a leap forward: not only “more successful” than the debut, but more aware, more audacious in structure, richer in gesture—capable of holding together folk, gothic, and classical elements without becoming illustrative. In short, Luctamina in Rebus does not ask for aesthetic agreement; it asks for presence. It is not decorative music; it is music that means to mark, to call, to hold the listener in tension.
A story Corrado shared with me clarifies how, already in the phase immediately following Mundana Humana Instrumentalis, Argine came close to a first-rate international channel within the neofolk and post-industrial sphere. Corrado recalls giving a copy of Mundana directly to Tony Wakeford (Sol Invictus), complete with contacts. Wakeford listened, liked what he heard, and reached out with a concrete idea: to route future Argine releases through his label Tursa, distributed via World Serpent Distribution—an opportunity that, in that historical context, would have meant access to a far wider European network of distribution and visibility. Corrado attempted to broker an agreement through Energeia, urging his label to recognise the strategic value of that opening. Ultimately, however, the parties failed to reach a commercial understanding, and the opportunity slipped away.
In that sense, Luctamina in Rebus also stands as a “missed junction”: a record that might have entered that international orbit directly, but instead was released through a different arrangement, with a first edition shared between Oktagon, Misty Circles, and Wolf Age—a solution that, in practice, also marked the need for Corrado to change course discographically. Paradoxically, the near-miss only underlines the substance of the story: Argine were already strong enough to attract attention beyond Italy, and lucid enough to attempt a leap in scale.
That missed landing did not slow anything down. On the contrary, Luctamina generated real resonance within the scene and triggered an intense phase of live activity in Italy and abroad. Argine entered an increasingly structured European circuit, reaching emblematic nodes of the dark/alternative world—above all the Wave-Gotik-Treffen in Leipzig—while proving again and again that, for them, live performance was never a mere “replica” of the record. It was another phase of transformation: a laboratory where songs changed skin, where the project measured its force against different rooms and different crowds.
Compilations also helped consolidate that international projection—not merely as scene souvenirs, but as transnational distribution tools. It is significant that Argine appear in the monumental Looking For Europe compendium (tied to the book of the same name), alongside key names such as Death In June, Sol Invictus, Sonne Hagal, and many others—within a map that placed Argine among the few Italian projects perceived as foundational inside a highly heterogeneous neofolk landscape.
Luctamina in Rebus was not only a great record; it was a point of no return. Even without the most prestigious “signature,” its long wave opened doors, multiplied contacts, and turned niche attention into concrete presence—making natural what had previously seemed improbable: Argine moving with authority in Italy and across Europe, as a name increasingly difficult to ignore.
The next album, Le Luci di Hessdalen, marks another decisive turn—an opening before it is a change. It is, above all, an act of courage: the band refuses repetition and chooses to expand its vocabulary. The neofolk framework, instead of hardening into formula, is grafted onto a more eclectic lexicon in which new wave, post-punk, and a more explicit rock nerve re-emerge with force. The result is a varied and surprisingly immediate record—perhaps more “accessible” than Luctamina in Rebus, but not less meaningful: the surface changes, not the depth. A further detail reinforces continuity within transformation: tracks such as “I nostri occhi,” “Spina nel fianco,” and “In silenzio” reach back into the band’s early compositional seasons, originating in the I Colori del Silenzio area (or in pieces written in the same period) and reappearing here in new dress—not as archival retrieval, but as conscious rewriting, linking the project’s origin to its more open and evolved phase.
After this, Argine’s capacity for constant redefinition finds another high point in Umori d’Autunno, released six years later. Here the sound becomes more essential, more contained, more intimate. Autumn is not merely a season; it is a condition of the soul. The colours evoked—chestnut, grey, electric blue—and the implied scents—wet earth, must, closed apartments, kitchen air—do not describe an exterior world so much as build a perceptual climate in which emotions can be recognised and crossed. The violin is reduced and “rationed,” leaving space for the essential. The result is music that becomes freer: able to stimulate the listener’s imagination and allow them to see what they need to see. Videtta insists on this point: the music envelops, but does not impose.
Stylistically, Argine have always escaped definitive classification. If the press often spoke of neofolk, the band has maintained an open, ambiguous relationship with the label. There are sonic and cultural affinities, yes, but the most intimate roots lie in new wave and post-punk. More than belonging to a genre, Argine occupy a point of meeting between currents: folk-noir, chamber music, dark, a more literate singer-songwriter sensibility, Mediterranean temperament, classical openings and electric thrusts. Their method is never to accumulate influences, but to transform them into a personal mixture. There is no complacency in the syncretism—only a deep naturalness, as if each element were absorbed out of necessity rather than pose.
That naturalness is tied to their relationship with other arts. From the beginning, Argine have built bridges to painting, poetry, photography, writing. The Marisa Iannucci woodcut on the first album cover, the use of external collaborators for texts, the philosophical prose written by Antonio Videtta to accompany Luctamina in Rebus, the constant dialogue with images and words: all of this makes clear that, for them, a record was never “only music.” It is a composite object—an artwork made of sound, image, text, concept. A microcosm.
Eight years after Umori d’Autunno, Pathos! arrives: an awaited return that confirms Argine as one of the most coherent and resilient realities within the Italian alternative landscape. With Corrado Videtta—still the only member present from the origins—the project reasserts its deepest nature: not adherence to a genre, but a language capable of expanding and changing without fossilising. The dark and post-punk matrix resurfaces with force, precisely as the broader neofolk scene, for many, seems to have lost some of its creative drive. Pathos! also belongs within a network of historical contiguities linked to the Energeia experience, and it includes the contribution of Daniele Landolfi, leader of 100 Club (a band likewise associated with the label), whose presence signals not only personal connection but continuity of environment and vision—an alternative area that, over the years, incubated different yet communicating projects.
The sound retains Argine’s core traits: decadent and aching melodies, refined acoustic arrangements, a constant balance between intimacy and tension. Pathos! moves through different registers without losing coherence: from dark-folk open to more immediate melodic lines, to moments closer to classic neofolk, to passages where the post-punk urgency returns—supported by a pulsating bass and an unease that recalls Joy Division. In some tracks, acoustic filigree alternates with electric flares and even a saxophone presence, confirming the project’s “open” vocation. Overall, Pathos! is a successful return: varied yet compact, free of mannerism, sustained by deep and never banal lyrics—an album that does not take shortcuts and therefore rewards full listening, front to back.
Today Argine stand in another transitional phase which, as often in their history, coincides with renewed creative tension. The latest digital single, “Infinito,” is not merely another discographic tile: it is a signal—a point of light suggesting a new chapter in gestation. In parallel, the project returns to the stage with a renewed live line-up designed to maximise impact and to translate the band’s most recent evolution into a coherent onstage sound. The current formation features Carlo Landolfi (Instant Lake), Carolina Festa, Alessio Sica, Luigi Rubino (Ashram), and Angela Musco—an arrangement that confirms Argine’s “mobile” nature: the ability to change skin without losing identity, and to fuel, inevitably, the audience’s anticipation for the next full-length work.
This combination—an unsettled present and a public that has followed Argine through turns, silences, and restarts—feeds the waiting. Fans sense that something is maturing: not another isolated episode, but the promise of a wider vision. And so, while “Infinito” circulates as a bridge-track between what has been and what may come, the horizon remains what everyone truly wants: a new full-length record, able to gather the thread of the story and push it forward once again.
In the end, what makes Argine so important is not only the high quality of their music, nor the fact that they became a small European cult. It is their ability to remain human, open, true. In a scene that too often crystallises into hierarchies, rigidities, and postures, Argine have kept music as a place of intensity and sharing. Not a pedestal, but a bridge. Not an enclosure, but an “argine,” precisely: something that contains and directs force without extinguishing it. Their music has the solidity of stone and the fragility of breath; the gravity of concept and the tenderness of a wound. Perhaps that is why it still speaks with such force—because it offers not a pose to admire, but a space to cross.
Discography
Demo tapes
• I Colori del Silenzio — 1996
• Mundana Humana Instrumentalis — 1996
• Eliaco — 1996
Albums and main releases
• Mundana Humana Instrumentalis — 1997
• Marisa Allasio (7”) — 1998
• Roma (live LP) — 2000
• Memorie (MCD) — 2000
• Luctamina in Rebus — 2001
• Rifrazioni — 2003
• Le Luci Hessdalein – 2004
• Acqua Mossa (split 7”) — 2006
• Umori d’Autunno -2010
• Pathos – 2018
• Infinito (digital single) – 2020
Some Compilations and other appereances
• Intimations of Immortality Vol. 2 — 1995
• Tutti a Casa! Ain Soph Tribute — 2003
• The World of Gothic — 2000
• Looking for Europe — 2005
• Audacia Imperat! — 2004

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