Vault Lab

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Vault Lab – Settembre tra schranz estremo, oscurità metal, paesaggi notturni, microtonalità e racconti fantasy

Settembre continua ad arricchire il percorso editoriale di Vault Lab con una selezione di progetti estremamente diversi tra loro, ma accomunati da una forte tensione immaginativa. In questo nuovo editoriale attraversiamo territori sonori che vanno dall’elettronica più dura e fisica al metal atmosferico, dal downtempo notturno alla musica strumentale, dalla sperimentazione microtonale alla composizione orchestrale fantasy.

Il filo conduttore non è un genere, ma una visione: ogni artista costruisce un proprio mondo. Nekrohard lavora sulla pressione del corpo e della macchina ritmica; Sairen evoca rovine, oscurità e decadenza; Barış Erbil trasforma il basso in guida notturna e cinematografica; Francis Mesrine apre una riflessione sulla percezione e sulla luce che cambia direzione; M341 invita a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare da un valzer incantato; Absorbance spinge il math rock verso la microtonalità e l’elettronica; Yannick Fortin costruisce una vera scena fantasy orchestrale, pensata come capitolo di una storia più ampia.

Ne nasce un editoriale ricco di contrasti: dancefloor e oscurità, tecnica e immaginazione, corpo e racconto, ombra e meraviglia. Una fotografia della scena indipendente nella sua forma più libera, dove l’intensità può assumere molte forme diverse.


Nekrohard – “18”

Con “18”, pubblicato il 15 settembre 2026, Nekrohard firma una traccia che sembra voler dichiarare fin dai primi istanti una nuova fase del proprio percorso sonoro. Il brano viene presentato come una delle tracce principali del nuovo SCHRANZ EP 01, e questa collocazione è importante: non si tratta di un episodio secondario, ma di un pezzo pensato per rappresentare con chiarezza l’evoluzione dell’artista verso un suono più diretto, più duro e più maturo.

Lo schranz è un territorio elettronico che vive di pressione, velocità e impatto. Non cerca la melodia rassicurante, né la costruzione elegante e levigata della techno più minimale. Al contrario, punta sul corpo, sulla ripetizione ipnotica, sul kick distorto, sulla sensazione di essere trascinati dentro una macchina ritmica inarrestabile. “18” sembra muoversi esattamente in questa direzione: una traccia costruita per il dancefloor, ma non per un dancefloor patinato. Qui l’ambiente evocato è più oscuro, industriale, sotterraneo, quasi meccanico.

Il brano rappresenta, secondo lo stesso artista, una svolta verso una dimensione più raw e uncompromising. Sono due parole fondamentali per comprenderne il carattere. “Raw” indica qualcosa di grezzo, non addolcito, non eccessivamente ripulito. “Uncompromising” suggerisce invece l’assenza di compromessi: Nekrohard non sembra cercare un punto d’incontro con l’ascoltatore occasionale, ma preferisce affermare con decisione la propria identità sonora.

In questo senso, “18” funziona come una dichiarazione di intenti. I fast grooves danno al brano una spinta costante, una sensazione di movimento continuo, mentre i distorted kicks ne definiscono il carattere più aggressivo. Il kick non è solo base ritmica, ma elemento centrale, quasi una firma timbrica. È il colpo che struttura lo spazio, che impone il passo, che trasforma la traccia in esperienza fisica.

L’energia incessante di cui parla Nekrohard è probabilmente il vero cuore del pezzo. “18” sembra concepito per non lasciare tregua, per lavorare sull’accumulo, sulla pressione, sulla resistenza dell’ascoltatore. È musica che non chiede di essere contemplata a distanza, ma attraversata con il corpo. Il dancefloor diventa un luogo di immersione totale, quasi una prova di forza.

Rispetto a un’elettronica più melodica o atmosferica, qui la maturità non sta nella complessità armonica, ma nella capacità di controllare l’impatto. Costruire un brano duro non significa semplicemente aumentare velocità e distorsione; significa saper dosare tensione, dinamica, densità e ripetizione. “18” sembra puntare proprio su questa consapevolezza: un suono più scuro e maturo, non soltanto più aggressivo.

Il titolo, breve e numerico, aggiunge un ulteriore elemento di freddezza e astrazione. “18” non offre una narrazione esplicita, non racconta una storia in modo tradizionale, ma si presenta come codice, numero, traccia, unità di energia. In un contesto schranz, questa essenzialità funziona molto bene: il brano non ha bisogno di spiegarsi, perché comunica attraverso ritmo, distorsione e pressione sonora.

Con questa uscita, Nekrohard conferma una direzione artistica precisa: portare la propria elettronica verso un suono più oscuro, fisico e radicale. “18” è una traccia pensata per chi cerca nella musica elettronica non leggerezza, ma intensità; non evasione morbida, ma immersione in un flusso ritmico duro e ipnotico.

È un brano che parla al pubblico della techno più estrema, dello schranz, delle sonorità industriali e dei contesti club in cui la musica diventa energia collettiva, sudore, resistenza e perdita del controllo. Nekrohard non cerca di addolcire il proprio linguaggio: lo spinge in avanti, lo rende più cupo, più compatto, più maturo.

“18” è quindi una traccia potente e coerente, capace di rappresentare bene il nuovo corso dell’artista. Un brano che non vuole piacere a tutti, ma che sa esattamente dove vuole andare: verso il buio, verso il volume, verso il corpo, verso un dancefloor senza compromessi.


Sairen – “V’empire”

Con “V’empire”, pubblicato il 6 novembre 2020 e tratto dall’album Vestiges, Sairen porta nell’editoriale una traccia dal fascino oscuro e stratificato, capace di evocare fin dal titolo un immaginario decadente, notturno e quasi gotico. Il brano arriva da un lavoro già pubblicato, ma mantiene una forza espressiva che lo rende perfettamente adatto a essere riscoperto all’interno di una selezione dedicata alle nuove e vecchie traiettorie della musica indipendente più intensa.

Il titolo “V’empire” è particolarmente efficace perché gioca su più livelli. Da un lato richiama chiaramente la parola “empire”, quindi un impero, una struttura di potere, una grandezza forse ormai consumata dal tempo. Dall’altro, la grafia con l’apostrofo e la presenza iniziale della “V” possono suggerire un richiamo al vampirico, al sangue, alla notte, a una forma di dominio oscuro e seducente. È un titolo breve, ma molto visivo, capace di costruire subito un’atmosfera.

Inserito in un album chiamato Vestiges, il brano assume un significato ancora più interessante. “Vestiges” rimanda a tracce, resti, impronte, ciò che sopravvive dopo una caduta o una scomparsa. In questo contesto, “V’empire” può essere letto come il frammento di un impero decaduto, la memoria di una potenza perduta, una rovina sonora che continua a emanare ombra e magnetismo.

Sairen sembra muoversi in un territorio in cui il metal non è soltanto aggressione, ma costruzione atmosferica. Il brano suggerisce un immaginario cupo, probabilmente segnato da chitarre pesanti, tensione melodica e un senso di malinconia oscura. Non siamo davanti a una semplice traccia estrema, ma a un pezzo che sembra voler evocare un mondo: castelli interiori, crepuscoli, rovine, potere, solitudine, ombre lunghe.

La forza di “V’empire” sta proprio nella sua capacità di creare un paesaggio. Il metal, quando lavora bene sull’atmosfera, diventa quasi architettura: costruisce stanze, corridoi, spazi mentali in cui l’ascoltatore entra e si muove. Qui il titolo aiuta a immaginare un ambiente solenne e decadente, dove l’energia non è solo violenza, ma anche gravità, teatralità e senso del tragico.

Il fatto che il brano provenga da Vestiges lo colloca dentro una dimensione di memoria e residuo. “V’empire” non sembra parlare di un impero nel momento della sua massima espansione, ma forse del suo dopo: ciò che resta, ciò che persiste, ciò che continua a infestare. È un’immagine molto potente, perché lega il suono all’idea di sopravvivenza dell’ombra.

Rispetto alla fisicità elettronica di Nekrohard, Sairen propone un’intensità diversa: meno legata al corpo del dancefloor e più vicina a un immaginario narrativo, oscuro e metallico. Dove “18” colpisce attraverso ritmo e distorsione meccanica, “V’empire” sembra agire attraverso atmosfera, visione e densità emotiva.

Sairen conferma con questo brano una capacità interessante di fondere impatto e immaginario. “V’empire” è una traccia che non si limita a suonare oscura: costruisce un simbolo, un luogo, una rovina. È musica che sembra guardare verso il passato, ma non in modo nostalgico; piuttosto, come se scavasse tra i resti di qualcosa di antico per riportarne alla luce la forza inquietante.

In questo senso, “V’empire” rimane una proposta efficace e suggestiva, capace di parlare agli ascoltatori che cercano nel metal non solo potenza, ma anche atmosfera, decadenza e profondità visiva.


Barış Erbil – “Moonlight Hesitation”

Con “Moonlight Hesitation”, pubblicato il 25 settembre 2026, il bassista e compositore di Istanbul Barış Erbil firma un brano notturno, cinematografico e profondamente atmosferico, costruito intorno a un basso ipnotico e a una tensione emotiva che si sviluppa lentamente, senza mai cercare l’esplosione facile. È una traccia che vive di sospensione, chiaroscuro e respiro, pensata per playlist late-night, downtempo, cinematiche e dark-ambient.

Il titolo è già una piccola scena: “Moonlight Hesitation”, esitazione al chiaro di luna. Non c’è movimento brusco, non c’è certezza, non c’è dichiarazione immediata. C’è invece un momento sospeso, una decisione rimandata, una fragilità illuminata da una luce fredda e notturna. La luna, in questa immagine, non è semplicemente decorazione poetica: diventa il simbolo di una condizione emotiva ambigua, tra malinconia e speranza, tra immobilità e desiderio di avanzare.

Il brano viene descritto come un bass-led cinematic night piece, e questa definizione è fondamentale. Qui il basso non è soltanto fondamento ritmico o accompagnamento armonico, ma vero motore narrativo. Barış Erbil, essendo bassista, mette il proprio strumento al centro della costruzione sonora: il groove non serve solo a sostenere il brano, ma a guidarlo. Il basso diventa voce profonda, pulsazione notturna, linea ipnotica che accompagna l’ascoltatore dentro il paesaggio.

La traccia è definita dark, slow-burning, quietly hopeful. Tre elementi che ne chiariscono perfettamente l’identità. “Dark” indica l’ombra, la profondità, il colore emotivo dominante. “Slow-burning” suggerisce una crescita graduale, una fiamma lenta, un’intensità che non si consuma subito ma si accumula nel tempo. “Quietly hopeful” introduce invece una sfumatura preziosa: nonostante il buio, nonostante l’esitazione, nel brano resta una forma di speranza, discreta, non retorica, quasi nascosta nella trama sonora.

Particolarmente interessante è l’uso delle voci vocoder, accostate al lato più malinconico dei Daft Punk, non a quello da dancefloor. Questa precisazione è importante: non siamo nel territorio dell’euforia elettronica, ma in quello della voce filtrata come presenza fragile, quasi disumana e insieme emotiva. Il vocoder, in questo contesto, non serve a creare distacco, ma a produrre una malinconia particolare: una voce che sembra arrivare da lontano, filtrata dalla notte, più simile a un ricordo che a una confessione diretta.

Il brano si apre con una whispering ambient intro, un’introduzione ambient sussurrata, che cresce progressivamente fino a diventare un ampio paesaggio sonoro. Questa struttura rende “Moonlight Hesitation” una composizione più narrativa che puramente ritmica. Non parte per colpire subito, ma per avvolgere. Il suo movimento è quello di un’espansione lenta: dal dettaglio minimo al respiro largo, dalla penombra iniziale a uno spazio più ampio e cinematico.

La conclusione circolare e onirica aggiunge un ulteriore livello di fascino. Un finale circolare non chiude davvero: riporta all’inizio, suggerisce un loop emotivo, una condizione che continua, un pensiero che ritorna. È una scelta perfetta per un brano che parla di esitazione. Quando non si decide, quando si resta sospesi, il tempo può diventare circolare. La musica segue questa logica, creando una sensazione di sogno, ritorno e sospensione.

“Moonlight Hesitation” funziona perché non forza mai la propria emotività. Non cerca il grande climax drammatico, ma costruisce una forma di intensità più sottile. È una traccia che abita la notte senza trasformarla in cliché: la notte qui è spazio mentale, luogo di dubbio, ma anche possibilità di ascolto più profondo.

Barış Erbil dimostra una forte sensibilità compositiva, soprattutto nella capacità di mettere il basso al centro senza trasformare il brano in un esercizio tecnico. Il basso guida, ma non sovrasta. È il cuore pulsante di un paesaggio sonoro in cui ambient, downtempo, vocoder e tensione cinematografica convivono con grande equilibrio.

“Moonlight Hesitation” è una proposta raffinata, scura e contemplativa, perfetta per chi cerca musica notturna, lenta, ipnotica e carica di atmosfera. Una traccia che non illumina la notte: la attraversa con passo esitante, lasciando intravedere una speranza silenziosa.


Francis Mesrine – “Rifrazione”

Con “Rifrazione”, pubblicato il 24 settembre 2026, Francis Mesrine introduce nell’editoriale una traccia dal titolo estremamente evocativo, capace di suggerire immediatamente un lavoro sulla percezione, sulla luce, sulla trasformazione e sulla deviazione dello sguardo. Anche se al momento le informazioni disponibili non offrono un pitch esteso sul concept del brano, il titolo permette già di entrare in un immaginario preciso e molto fertile.

La rifrazione è un fenomeno fisico: la luce cambia direzione quando attraversa materiali diversi. Ma, applicata alla musica, diventa una metafora potentissima. Significa che ciò che ascoltiamo non arriva mai in modo lineare; attraversa filtri, superfici, stati d’animo, memorie, distorsioni interiori. Ogni emozione, passando attraverso di noi, si piega, cambia forma, assume un colore diverso.

In questo senso, “Rifrazione” può essere letta come una traccia legata alla trasformazione della percezione. Il titolo suggerisce un brano non necessariamente costruito sull’impatto frontale, ma su sfumature, passaggi, variazioni, giochi di luce e ombra. La musica potrebbe diventare il luogo in cui un sentimento viene scomposto, come un fascio luminoso che attraversa un prisma e si apre in molte direzioni.

Il nome Francis Mesrine aggiunge a sua volta un’aura particolare, quasi cinematografica. Senza forzare collegamenti non esplicitati, l’accostamento tra un nome dal suono narrativo e un titolo come “Rifrazione” crea un’impressione di mistero, di racconto obliquo, di identità non immediatamente leggibile. È il tipo di brano che sembra invitare l’ascoltatore non tanto a una risposta, quanto a una percezione.

Rispetto agli altri artisti presenti in questa selezione, Francis Mesrine occupa uno spazio più astratto. Nekrohard costruisce una macchina ritmica, Sairen una rovina oscura, Barış Erbil un paesaggio lunare. “Rifrazione”, invece, sembra lavorare sul passaggio tra immagine e deformazione, tra luce e deviazione, tra ciò che appare e ciò che cambia attraversando un altro mezzo.

Questa idea è particolarmente interessante perché si adatta bene alla musica indipendente contemporanea, dove spesso i generi non si presentano più come blocchi rigidi, ma come superfici attraversate da influenze diverse. La rifrazione può diventare così anche una metafora artistica: un suono che parte da un punto, attraversa esperienze differenti e arriva all’ascoltatore trasformato.

Il brano, almeno da quanto emerge dal materiale disponibile, sembra quindi possedere un potenziale fortemente atmosferico e interpretativo. “Rifrazione” non ha bisogno di raccontare tutto in modo esplicito: il titolo già suggerisce movimento, deformazione, profondità. È una parola che contiene scienza e poesia, precisione e mistero.

Con questa uscita, Francis Mesrine porta nella selezione un elemento di sospensione percettiva. “Rifrazione” sembra il tipo di traccia che non colpisce solo per ciò che mostra, ma per ciò che devia, nasconde, moltiplica. Una proposta da ascoltare lasciandosi guidare dai riflessi, più che cercando una linea retta.


M341 – “Beautiful Life”

Con “Beautiful Life”, pubblicato il 23 settembre 2026, M341 porta nell’editoriale una traccia dal carattere elegante, immaginifico e delicatamente cinematografico. Il pitch dell’artista è breve ma molto evocativo: “A stroll to an enchanting waltz… Close your eyes and imagine…”. Poche parole che bastano a definire un’esperienza d’ascolto precisa: non una canzone da seguire razionalmente, ma un piccolo viaggio da visualizzare a occhi chiusi.

Il titolo “Beautiful Life” apre subito una dimensione luminosa. Dopo brani attraversati da oscurità, pressione elettronica, rovine metalliche, esitazioni notturne e rifrazioni interiori, M341 introduce una forma diversa di intensità: la meraviglia. Non una meraviglia ingenua o superficiale, ma quella che può nascere da una musica capace di rallentare il passo e trasformare l’ascolto in passeggiata.

L’idea del valzer è centrale. Il valzer non è soltanto un ritmo ternario: è movimento circolare, eleganza, danza, memoria europea, sospensione romantica. Una “passeggiata verso un valzer incantato” suggerisce una scena quasi fiabesca, come se l’ascoltatore venisse accompagnato dentro un luogo sospeso tra realtà e immaginazione. C’è qualcosa di visivo in questa descrizione: si potrebbe pensare a una sala illuminata da una luce tenue, a un cammino in un giardino notturno, a una sequenza cinematografica senza parole.

La forza di “Beautiful Life” sembra stare proprio nella capacità di evocare immagini senza imporle. “Close your eyes and imagine” è un invito esplicito all’ascoltatore: chiudi gli occhi e costruisci il tuo paesaggio. M341 non descrive tutto, non spiega troppo, ma apre uno spazio. È un approccio molto efficace per la musica strumentale o atmosferica, perché lascia che sia l’ascoltatore a completare il quadro.

Il titolo, nella sua semplicità, può essere letto come una dichiarazione di fiducia. Parlare di una vita bella non significa ignorare l’ombra, ma scegliere di guardare ciò che resta incantevole, ciò che continua a muoversi con grazia nonostante tutto. Se il valzer porta con sé un movimento circolare, allora “Beautiful Life” può diventare anche una riflessione sulla ciclicità dell’esistenza: passo dopo passo, giro dopo giro, la vita continua a trovare forme di bellezza.

Rispetto alla durezza di Nekrohard o alla decadenza di Sairen, M341 offre una sospensione più morbida e contemplativa. Ma non per questo meno intensa. L’intensità, qui, non passa attraverso il volume o la distorsione, ma attraverso l’immagine, la delicatezza e il senso di incanto. È una traccia che sembra chiedere attenzione, non per la sua aggressività, ma per la sua capacità di creare uno spazio emotivo.

“Beautiful Life” è quindi una proposta raffinata e suggestiva, ideale per chi cerca musica capace di accompagnare l’immaginazione. M341 costruisce un piccolo quadro sonoro in forma di valzer, una passeggiata interiore dove la bellezza non viene dichiarata con enfasi, ma lasciata affiorare con naturalezza.


Absorbance – “Breaking Point”

Con “Breaking Point”, pubblicato il 24 settembre 2026, Absorbance torna con nuovo materiale tratto dall’EP microtonale Tonecrusher, confermando una direzione artistica estremamente particolare, tecnica e fuori dagli schemi convenzionali. Il brano viene presentato come una fusione tra math rock e suoni elettronici, costruita sul sistema di accordatura 55-EDO, elemento che rende immediatamente la proposta diversa rispetto alla maggior parte delle uscite rock o alternative contemporanee.

Il titolo “Breaking Point” è già molto significativo. Il “punto di rottura” può essere inteso come una soglia emotiva, fisica o strutturale: il momento in cui qualcosa non regge più, in cui una tensione accumulata arriva al limite e deve necessariamente trasformarsi. In un contesto come quello di Absorbance, questa idea sembra funzionare anche sul piano musicale. La rottura non è soltanto tematica, ma sonora: rottura dell’accordatura tradizionale, rottura della forma rock canonica, rottura delle aspettative dell’ascoltatore.

Il cuore del brano è la scelta del sistema 55-EDO, cioè una suddivisione dell’ottava in 55 parti uguali. Questo tipo di approccio microtonale permette di esplorare intervalli che non appartengono al sistema temperato occidentale più comune, aprendo spazi armonici più instabili, obliqui, talvolta stranianti. In altre parole, “Breaking Point” non lavora soltanto su riff o strutture ritmiche complesse, ma su una diversa percezione dell’intonazione.

Questa caratteristica si sposa perfettamente con il math rock, genere che già per natura vive di geometrie ritmiche, incastri, cambi di accento, precisione e tensione. L’aggiunta della microtonalità porta però il discorso ancora più avanti: non è solo il ritmo a diventare irregolare o spigoloso, ma anche l’armonia. Il brano sembra così costruire una sensazione di instabilità controllata, come se ogni elemento fosse sul punto di spezzarsi, pur restando all’interno di una logica compositiva precisa.

La componente elettronica aggiunge un ulteriore livello. Non si tratta semplicemente di “decorare” il math rock con suoni sintetici, ma di ampliare la tavolozza timbrica e rendere l’ambiente sonoro più ibrido, più contemporaneo, forse persino più alieno. Se il math rock porta struttura, incastro e tensione fisica, l’elettronica può introdurre profondità, texture, manipolazione e senso di dislocazione.

Absorbance sembra quindi interessato a una musica che non vuole risultare comoda. “Breaking Point” è una traccia che, già dal concept, chiede all’ascoltatore di uscire dalle coordinate abituali. Non punta sulla familiarità immediata, ma sulla scoperta di un linguaggio diverso. È musica per chi ama quando la tecnica non rimane esercizio sterile, ma diventa ricerca percettiva.

Il collegamento con l’EP Tonecrusher è altrettanto importante. Il titolo dell’EP suggerisce l’idea di “schiacciare”, deformare o frantumare il tono. In questo contesto, “Breaking Point” sembra assumere una funzione quasi programmatica: portare il suono fino al limite, spingere l’accordatura, il ritmo e la forma verso un punto di tensione massima.

Rispetto ad altre proposte più atmosferiche o narrative della selezione Vault Lab, Absorbance occupa uno spazio più sperimentale e tecnico. Qui l’intensità non passa necessariamente attraverso l’aggressività frontale o la malinconia, ma attraverso la complessità. La sfida è percettiva: ascoltare qualcosa che non si allinea subito alle nostre abitudini armoniche e lasciarsi guidare da una logica diversa.

“Breaking Point” è quindi una proposta coraggiosa, cerebrale ma non fredda, capace di unire math rock, elettronica e microtonalità in un’identità sonora riconoscibile. Absorbance conferma una ricerca personale e radicale, adatta a chi cerca nella musica indipendente non solo canzoni, ma veri esperimenti di linguaggio.


Yannick Fortin – “Ce qui était caché fut révélé”

Con “Ce qui était caché fut révélé”, pubblicato l’11 settembre 2026, Yannick Fortin porta nell’editoriale Vault Lab una composizione orchestrale dal forte carattere narrativo, pensata non semplicemente come brano musicale, ma come vero e proprio capitolo di una storia. L’artista lo chiarisce fin dal pitch: non si tratta soltanto di una canzone, ma di una Story, un frammento del racconto più ampio intitolato La fabuleuse histoire d’Isatys.

Il titolo, traducibile come “Ciò che era nascosto fu rivelato”, apre immediatamente una dimensione di mistero, scoperta e rivelazione. Siamo davanti al quinto capitolo della storia di Isatys, un giovane bambino perduto in un mondo magico. In questo episodio, Isatys scopre una parte della propria storia, del proprio passato e della propria fede toccando un oggetto di famiglia. La magia gli rivela molte cose, alcune delle quali avrebbe forse preferito non conoscere.

È proprio questa tensione tra conoscenza e dolore a rendere il brano interessante. La rivelazione non è presentata come un momento puramente luminoso o liberatorio. Al contrario, porta con sé una componente oscura: scoprire la verità significa anche affrontare ciò che era stato nascosto, forse rimosso, forse protetto dal silenzio. In questo senso, “Ce qui était caché fut révélé” lavora su un tema molto forte della narrativa fantasy: il momento in cui il protagonista comprende che la propria identità è più complessa, più fragile e più dolorosa di quanto immaginasse.

La composizione viene descritta come prevalentemente fantasy e dark, non particolarmente epica se non per pochi secondi nel finale. Questa scelta è significativa. Fortin non sembra interessato a costruire una colonna sonora basata sull’esplosione eroica o sull’avventura trionfale. Preferisce invece un tono più interiore, misterioso, quasi iniziatico. La magia non è spettacolo, ma rivelazione. Il mondo fantastico non è solo meraviglia, ma anche zona d’ombra.

Dal punto di vista sonoro, il brano unisce librerie orchestrali virtuali, synth e strumenti reali, tra cui il violino suonato dallo stesso Fortin e il contributo di una violoncellista. Questo intreccio tra virtuale e reale è perfettamente coerente con la natura del progetto: una musica che vuole costruire mondi immaginari, ma mantenendo una componente umana, espressiva e fisica. Il violino e il violoncello, in particolare, possono dare alla composizione una profondità emotiva che va oltre la semplice orchestrazione digitale.

L’approccio di Yannick Fortin è quello di un compositore che cerca di creare non soltanto musica, ma scene musicali. Nella sua nota personale, l’artista spiega di voler guidare l’ascoltatore verso un altro mondo, un mondo costruito attraverso la sua stessa immaginazione. È una dichiarazione importante, perché colloca il brano in una zona vicina alla musica da film, alla soundtrack fantasy, alla narrazione sonora e alla composizione programmatica.

“Ce qui était caché fut révélé” funziona infatti come una scena senza immagini. L’ascoltatore può immaginare Isatys che tocca l’oggetto di famiglia, il momento in cui la magia si attiva, il passato che riaffiora, la meraviglia che si mescola alla paura. La musica diventa il mezzo attraverso cui la storia prende forma, non attraverso parole o dialoghi, ma tramite colore orchestrale, tensione armonica, timbri scuri e aperture improvvise.

Il fatto che il finale contenga solo un breve momento più epico rende la costruzione ancora più efficace. L’epica, usata con misura, non domina il brano ma arriva come conseguenza della rivelazione: un lampo, una soglia, forse un accenno di destino che si apre davanti al protagonista. È un modo più raffinato di lavorare sul fantasy, meno legato all’enfasi e più vicino alla dimensione emotiva del racconto.

Con questa composizione, Yannick Fortin dimostra una forte sensibilità narrativa. “Ce qui était caché fut révélé” non vuole essere semplicemente ascoltata, ma attraversata come un capitolo. È musica che chiede all’ascoltatore di immaginare, di entrare nel mondo di Isatys, di accettare il mistero e il peso della scoperta.

Una proposta orchestrale intensa e suggestiva, perfetta per chi ama il fantasy oscuro, le colonne sonore narrative e quelle composizioni capaci di trasformare un brano in una scena, un’immagine, un frammento di racconto.


Conclusione

Questo nuovo editoriale di settembre per Vault Lab raccoglie artisti molto diversi tra loro, ma uniti dalla capacità di costruire mondi sonori riconoscibili. Nekrohard apre la selezione con “18”, una traccia schranz estrema, fisica e senza compromessi, pensata per un dancefloor oscuro e radicale. Sairen, con “V’empire”, porta una dimensione metal atmosferica e decadente, in cui il suono diventa rovina, memoria e ombra. Barış Erbil, con “Moonlight Hesitation”, firma un brano notturno, downtempo e cinematografico, guidato dal basso e attraversato da una speranza silenziosa.

A queste visioni si aggiungono le traiettorie più astratte e immaginifiche di Francis Mesrine, che con “Rifrazione” lavora sul concetto di luce, percezione e trasformazione; di M341, che con “Beautiful Life” apre una parentesi elegante e fiabesca in forma di valzer; di Absorbance, che con “Breaking Point” spinge math rock, elettronica e microtonalità verso un punto di tensione sperimentale; e di Yannick Fortin, che con “Ce qui était caché fut révélé” trasforma la musica orchestrale in racconto fantasy, in capitolo narrativo, in rivelazione oscura.

Sono brani lontani per linguaggio, ma vicini per intensità. Alcuni parlano al corpo, altri alla mente, altri ancora all’immaginazione. C’è chi lavora sulla pressione del ritmo, chi sulla profondità dell’atmosfera, chi sulla deformazione percettiva, chi sulla danza, chi sulla struttura stessa del suono e chi sulla narrazione.

La forza della scena indipendente sta proprio qui: nella possibilità di ospitare nello stesso orizzonte uno schranz abrasivo, un metal decadente, un notturno cinematico, un brano microtonale, un valzer incantato e una composizione orchestrale fantasy. Ogni artista, con strumenti e linguaggi diversi, cerca una forma personale di espressione.

Vault Lab continua a seguire queste traiettorie perché la musica indipendente resta uno dei luoghi più fertili per la sperimentazione e per la costruzione di immaginari. In un panorama spesso dominato da formule prevedibili, questi brani ricordano che esiste ancora uno spazio per l’ombra, per il rischio, per la bellezza, per la tecnica e per il racconto.

“18”, “V’empire”, “Moonlight Hesitation”, “Rifrazione”, “Beautiful Life”, “Breaking Point” e “Ce qui était caché fut révélé” sono sette modi diversi di attraversare il suono. E ciascuno, a modo proprio, lascia una traccia.

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