Vault Lab

Vault Lab – Settembre tra metal, progressive, spiritualità sonora e nuove visioni indipendenti (In copertina i Godprayer)

Vault Lab – Settembre tra progressive metal, spiritualità sonora, alternative metal e nuove visioni indipendenti

Settembre si conferma un mese particolarmente ricco per Vault Lab, con una selezione di artisti che attraversa territori sonori molto diversi tra loro: dal metal più diretto e muscolare alla sperimentazione progressive, dalla spiritualità organica alla musica classica, fino a forme ibride dove la rabbia, la tecnica e l’immaginazione diventano strumenti espressivi.

In questo editoriale trovano spazio progetti che non cercano semplicemente di aderire a un genere, ma provano a costruire un’identità riconoscibile. Godpreya lavora sull’impatto e sulla tensione; Ujig porta avanti una ricerca heavy jazz prog complessa e stratificata; Equinoxium fonde progressive metal, atmosfere cinematografiche e suggestioni classiche; Tomasoso alterna provocazione rabbiosa e mistero narrativo; We Are To Blame costruisce un alternative metal moderno e melodico; Alê Balbo invita all’ascolto interiore attraverso strumenti organici e simbologie elementali; Ania Vena restituisce Bach come linguaggio emotivo, intimo e profondamente umano.

Il risultato è un percorso vario, ma non dispersivo. Ogni artista occupa uno spazio preciso e contribuisce a raccontare una scena indipendente viva, mobile, capace di passare dalla furia alla contemplazione, dalla tecnica strumentale alla meditazione, dalla canzone metal ad alta energia alla purezza del pianoforte.


Godpreya – “Blocking Troops”

Con “Blocking Troops”, pubblicato l’11 settembre 2026, Godpreya apre questo percorso con una traccia dal titolo immediatamente forte, quasi militare, costruita intorno a un’immagine di blocco, resistenza e pressione. L’espressione “blocking troops” suggerisce un movimento compatto, una forza che occupa lo spazio, uno schieramento che impedisce il passaggio o che si prepara allo scontro.

Anche senza un pitch particolarmente esteso, il brano comunica già molto attraverso il proprio titolo. “Blocking Troops” sembra nascere come una traccia di impatto, pensata per trasmettere tensione e presenza fisica. Non è un titolo evocativo in senso delicato o poetico, ma un’immagine dura, frontale, capace di suggerire conflitto, urgenza e opposizione.

La forza di Godpreya, almeno da quanto emerge dal materiale inviato, sembra stare proprio in questa essenzialità. Il brano non ha bisogno di costruire un racconto complesso per generare un immaginario: bastano due parole per aprire una scena. Si immagina una musica che avanza per masse sonore, per colpi, per dinamiche compatte, con una volontà di occupare il centro dell’ascolto.

“Blocking Troops” può essere letto anche in chiave simbolica. Le “truppe” del titolo possono rappresentare forze esterne, ostacoli, pressioni sociali, barriere interiori o semplicemente una potenza sonora che si mette di traverso. In ogni caso, il brano sembra muoversi su un terreno di resistenza: qualcosa si oppone, qualcosa spinge, qualcosa blocca.

In un editoriale che attraversa anche territori più contemplativi e spirituali, Godpreya rappresenta il lato più diretto della selezione. “Blocking Troops” non chiede silenzio, ma attenzione. Non cerca la sospensione, ma l’impatto. È una traccia che sembra voler trasformare la tensione in energia, la pressione in suono, il conflitto in presenza.


Ujig – “Zorua – Zoroark Version”

Con “Zorua – Zoroark Version”, gli Ujig portano nell’editoriale una proposta molto più articolata, definita dalla stessa band come una versione heavy jazz prog di “Zorua”, brano già presente nel loro album Delta. Non si tratta quindi di un semplice singolo, ma di una rielaborazione, una trasformazione, una nuova forma data a un materiale già esistente.

La band dichiara di aver pubblicato quattro album in studio e diversi singoli, ed è attualmente al lavoro sul quinto disco. Questo dato è importante perché colloca il brano dentro un percorso già strutturato, fatto di esperienza, ricerca e continuità. “Zorua – Zoroark Version” non appare come un esperimento isolato, ma come una tappa coerente di una band abituata a muoversi dentro linguaggi complessi.

La definizione heavy jazz prog è particolarmente significativa. “Heavy” richiama peso, potenza e impatto; “jazz” introduce libertà armonica, dinamismo e apertura improvvisativa; “prog” suggerisce strutture non lineari, cambi di tempo, sviluppo narrativo e una concezione del brano come viaggio. Gli Ujig sembrano voler abitare esattamente questo spazio di confine: tecnico, energico, stratificato, ma non chiuso in una formula.

Il titolo stesso contiene un’idea di metamorfosi. Zorua e Zoroark rimandano a figure legate alla trasformazione, all’illusione, al passaggio da una forma all’altra. Anche senza ridurre il brano a questo riferimento, è interessante notare come l’operazione musicale rispecchi proprio il concetto di evoluzione: una traccia già nota viene ripresa, appesantita, complicata, resa più progressiva e jazzata, fino ad assumere una nuova identità.

Rispetto a molta musica costruita per l’ascolto immediato, “Zorua – Zoroark Version” sembra richiedere attenzione. È un brano che probabilmente vive di passaggi, deviazioni, cambi dinamici e dialoghi strumentali. Non punta sulla semplicità, ma sulla costruzione. Non cerca di semplificare l’ascolto, ma di renderlo un percorso.

Gli Ujig confermano così una personalità musicale ambiziosa, adatta a chi ama il progressive, la contaminazione jazz, la tecnica e le forme aperte. “Zorua – Zoroark Version” funziona anche come biglietto da visita per la dimensione live e booking ricercata dalla band: una traccia complessa, energica e riconoscibile, capace di mostrare competenza strumentale e identità compositiva.


Equinoxium – “Vernalis”

Con “Vernalis”, pubblicato l’8 febbraio 2025, Equinoxium porta nella selezione una traccia strumentale che fonde progressive metal, atmosfere cinematografiche e temi classici. Dietro il progetto troviamo Daniel Sheridan, chitarrista della Bay Area legato anche ai Potential Threat SF, qui impegnato come compositore solista.

Il titolo “Vernalis” richiama immediatamente la primavera, il ritorno alla vita, il risveglio dopo la stasi. È una parola che suggerisce luce, rinascita, ciclicità. Anche il nome del progetto, Equinoxium, sembra dialogare con questo immaginario: equinozi, passaggi, equilibrio tra ombra e luce, stagioni che cambiano. Il brano sembra quindi costruito non soltanto come esercizio strumentale, ma come paesaggio emotivo e naturale.

Le coordinate indicate dall’artista sono molto interessanti: Opeth, Iron Maiden e Vivaldi. Da Opeth può arrivare il gusto per la progressione, per le atmosfere stratificate, per il rapporto tra intensità e contemplazione; dagli Iron Maiden l’epica della chitarra metal, il senso melodico della cavalcata, la tensione eroica; da Vivaldi la componente classica, stagionale, quasi descrittiva, capace di trasformare la musica in movimento naturale.

Questa combinazione rende “Vernalis” una traccia dal forte potenziale cinematografico. Non è difficile immaginare un brano costruito per immagini: aperture melodiche, passaggi più intensi, momenti di tensione e rilascio, linee chitarristiche che raccontano senza bisogno di parole. Nel progressive metal strumentale, la tecnica rischia spesso di diventare fine a sé stessa; qui, invece, l’intenzione sembra essere narrativa.

La chitarra di Daniel Sheridan non appare solo come strumento protagonista, ma come voce. Una voce che non canta, ma descrive. Il brano sembra muoversi come una piccola suite, in cui i temi possono ritornare, trasformarsi e svilupparsi, proprio come accade nelle forme classiche e progressive.

“Vernalis” è una proposta adatta a chi cerca un metal strumentale elegante, tecnico ma non freddo, capace di unire forza e immaginazione. Equinoxium dimostra come la musica senza voce possa comunque raccontare una storia precisa: quella di una stagione che cambia, di una luce che ritorna, di una rinascita tradotta in suono.


Tomasoso – “Fuck Em All Up”

Con “Fuck Em All Up”, pubblicato il 17 settembre 2026, Tomasoso entra nella selezione con un brano dal titolo esplicito, rabbioso e volutamente provocatorio. Non c’è ambiguità, non c’è ricerca di eleganza formale: il titolo è una dichiarazione frontale, una scarica, un gesto di rottura.

Il materiale disponibile non offre molti dettagli sul concept, ma in questo caso è proprio il titolo a funzionare come centro dell’immaginario. “Fuck Em All Up” sembra appartenere a quella categoria di brani che nascono per sfogare, colpire, rompere un equilibrio. È una frase che porta con sé frustrazione, rabbia, rifiuto dell’adattamento, desiderio di reagire contro tutto ciò che opprime o ostacola.

C’è qualcosa di quasi punk in questa immediatezza, indipendentemente dal genere specifico del brano. La forza non sta nella raffinatezza del messaggio, ma nella sua brutalità. Tomasoso sembra scegliere una lingua diretta, non filtrata, capace di trasformare il disagio in detonazione sonora.

Il rischio di un titolo così forte è quello di restare solo provocazione. Ma, se sostenuto da una musica coerente, può diventare un atto liberatorio. “Fuck Em All Up” ha il potenziale di funzionare come brano di sfogo, come traccia da ascoltare quando non si cerca consolazione, ma energia. Non una canzone che accarezza, ma una che spinge.

All’interno dell’editoriale, Tomasoso rappresenta il lato più istintivo e rabbioso. Dove altri artisti costruiscono atmosfere complesse o percorsi meditativi, qui domina l’urgenza. Il brano sembra voler dire: basta spiegazioni, basta mediazioni, basta attese. La musica diventa reazione immediata.

“Fuck Em All Up” è quindi una traccia che punta tutto sull’impatto. Può non voler piacere a tutti, e forse proprio in questo trova una sua coerenza: è un brano che sceglie la rottura come linguaggio.


Tomasoso – “Tina”

Con “Tina”, sempre pubblicato il 17 settembre 2026, Tomasoso mostra una suggestione completamente diversa rispetto a “Fuck Em All Up”. Se il primo brano si presenta come un’esplosione rabbiosa e frontale, “Tina” colpisce per un titolo breve, personale, quasi confidenziale.

Al momento non risultano disponibili materiali completi, né track file, press release, immagini o dettagli specifici sul concept. È quindi importante non forzare interpretazioni non supportate. Tuttavia, il titolo consente comunque una riflessione editoriale: “Tina” è un nome proprio, e un nome proprio in musica apre sempre una possibilità narrativa.

Può trattarsi di una persona reale, di un personaggio, di un ricordo, di un simbolo, di una presenza o di un’assenza. In ogni caso, rispetto all’aggressività di “Fuck Em All Up”, qui l’attenzione sembra spostarsi verso qualcosa di più intimo. Non una frase rivolta contro il mondo, ma un nome. Non una dichiarazione di guerra, ma una figura.

Questa distanza tra i due brani rende Tomasoso interessante. La sua scrittura, almeno nei titoli, sembra capace di oscillare tra sfogo e racconto, rabbia e memoria, impatto e mistero. “Tina” potrebbe rappresentare il lato più personale del progetto, oppure potrebbe nascondere una tensione altrettanto forte dietro una superficie più semplice.

In un editoriale costruito anche sui contrasti, “Tina” funziona come pausa enigmatica. Non offre tutte le risposte, ma apre una domanda. Chi è Tina? Cosa rappresenta? Perché questo nome diventa titolo di una traccia? La mancanza di informazioni, in questo caso, non cancella l’interesse, ma lo sospende.

Tomasoso conferma così una doppia faccia: da un lato la rabbia esplosiva, dall’altro una possibile dimensione narrativa ancora da scoprire. “Tina” resta una traccia da seguire, proprio perché suggerisce senza spiegare del tutto.


We Are To Blame – “Life Lost Love”

Con “Life Lost Love”, pubblicato il 18 settembre 2026, gli svedesi We Are To Blame presentano uno dei singoli tratti dal nuovo album Omega Origin. La band descrive il brano come un anthem metal ad alta energia, capace di fondere influenze metal e pop dentro una propria impronta sonora.

Il titolo lavora su tre parole fondamentali: life, lost, love. Vita, perdita, amore. Tre nuclei emotivi universali, messi uno dopo l’altro in una sequenza semplice ma molto efficace. È un titolo che suggerisce intensità immediata, perché tocca esperienze primarie: vivere, perdere, amare.

Gli We Are To Blame sembrano muoversi in un territorio alternative metal moderno, dove la potenza delle chitarre e della sezione ritmica convive con una sensibilità melodica più accessibile. Il brano viene presentato come catchy e ad alta energia, e questo fa pensare a una traccia pensata per coinvolgere rapidamente, ma senza rinunciare all’intensità.

La componente pop non va letta come indebolimento del metal, ma come capacità di sintesi. Un buon anthem deve restare impresso, deve avere una forma riconoscibile, deve creare connessione. “Life Lost Love” sembra puntare proprio a questo equilibrio: energia metal, ritornello potenzialmente forte, emozione diretta.

Il titolo dell’album, Omega Origin, aggiunge un ulteriore livello di lettura. Omega richiama la fine, Origin l’inizio. Fine e origine convivono, chiusura e rinascita si specchiano. Dentro questo contesto, “Life Lost Love” sembra collocarsi come uno dei centri emotivi del disco: una canzone che attraversa perdita e sentimento per trasformarli in energia sonora.

La provenienza svedese richiama una tradizione importante nel metal melodico e moderno, fatta di precisione, produzione curata e attenzione alla forma canzone. We Are To Blame sembrano inserirsi in questa linea, cercando però una propria identità attraverso la fusione di potenza e accessibilità.

“Life Lost Love” è una traccia solida, moderna e comunicativa. Un brano che può parlare sia agli ascoltatori metal sia a chi cerca una scrittura più melodica, dimostrando come energia e immediatezza possano convivere senza annullarsi.


Alê Balbo – “Clareza”

Con “Clareza”, nona traccia dell’album Mantras in the Chaos, Alê Balbo porta nell’editoriale una dimensione completamente diversa, fatta di spiritualità, presenza, strumenti organici e ricerca interiore. L’artista specifica che l’album è stato prodotto senza uso di intelligenza artificiale, dettaglio importante in un progetto che fa della materia sonora naturale e rituale il proprio centro espressivo.

Il titolo “Clareza” significa chiarezza, ma non va inteso come semplice lucidità razionale. Qui la chiarezza nasce dal rallentamento, dal silenzio della mente, dalla possibilità di immergersi in uno stato di presenza e contemplazione. Il brano viene descritto come un invito a desacelerare, a guardare dentro, a entrare in contatto con le proprie profondità.

La traccia lavora su una simbologia elementale molto precisa. Lo zumbidor porta il suono e il movimento dell’aria, evocando libertà e spiritualità. È l’elemento dell’apertura, del respiro, della leggerezza. Le cascas de jatobá aggiungono invece texture che rimandano all’acqua e alle profondità, conducendo l’ascoltatore verso un’immersione interiore, un confronto con i propri timori e con ciò che resta sommerso.

Le frequenze più alte vengono riempite dalle vibrazioni dei piatti, che ampliano la sensazione di espansione, mentre i tamburi riconnettono alla terra, al radicamento e alla protezione. “Clareza” unisce così aria, acqua e terra; profondità ed espansione; libertà e protezione.

La forza di Alê Balbo sta nella coerenza della sua poetica. La musica non è pensata come semplice ascolto passivo, ma come pratica. Ogni strumento ha una funzione simbolica, ogni timbro apre una direzione, ogni elemento naturale contribuisce a costruire un percorso. La chiarezza non viene offerta come risposta immediata, ma come conquista interiore.

All’interno di Mantras in the Chaos, “Clareza” conferma la capacità dell’artista di creare brani che sembrano rituali sonori. In un tempo dominato da velocità e saturazione, Alê Balbo sceglie la via opposta: rallentare, respirare, ascoltare, attraversare il caos per trovare un centro.

È una composizione profonda, organica e contemplativa, capace di trasformare il suono in esperienza spirituale.


Ania Vena – “Adagio BWV974”

Con “Adagio BWV974”, Ania Vena chiude il proprio album Piano Pearls – J.S. Bach con una pagina di grande intensità emotiva. L’artista descrive questo brano come una forma di espressione quasi parlata, non semplicemente una sequenza di note, ma una sincerità emotiva profondamente commovente.

Questa chiave di lettura è essenziale. Bach viene spesso percepito come rigore, architettura, ordine perfetto. In “Adagio BWV974”, però, Ania Vena sembra mettere in luce la dimensione più umana e vulnerabile della composizione. Il pianoforte non esegue soltanto: parla. Ogni frase musicale diventa simile a un pensiero, ogni pausa a un respiro, ogni nota a una parola non pronunciata.

Essendo il brano finale dell’album, l’Adagio assume anche un valore di commiato. Non chiude il percorso con spettacolarità, ma con raccoglimento. È una conclusione intima, meditativa, affidata alla profondità del tocco e alla capacità dell’interprete di far emergere la musica dal silenzio.

La definizione di “speech-like expression” permette di immaginare un’esecuzione in cui la tecnica non è mai fine a sé stessa. Il controllo pianistico resta fondamentale, ma viene messo al servizio dell’espressione. L’obiettivo non è stupire, ma commuovere; non mostrare virtuosismo, ma restituire verità.

In questo senso, “Adagio BWV974” dialoga idealmente con un’idea di Bach non museale, ma viva. Una musica antica che continua a parlare perché contiene emozioni essenziali: malinconia, dignità, preghiera, sospensione, profondità.

Ania Vena offre una lettura raffinata e sensibile, capace di trasformare il brano in una voce interiore. “Adagio BWV974” è una conclusione luminosa nella sua delicatezza, una pagina pianistica che lascia spazio al silenzio e alla riflessione.


Conclusione

Questo editoriale di settembre per Vault Lab racconta una scena indipendente ampia, contrastata e profondamente viva. Ogni artista porta una direzione precisa: Godpreya trasforma la tensione in impatto con “Blocking Troops”; Ujig rielabora il proprio materiale in chiave heavy jazz prog con “Zorua – Zoroark Version”; Equinoxium costruisce un viaggio strumentale tra progressive metal, classicità e cinema con “Vernalis”; Tomasoso alterna furia e mistero con “Fuck Em All Up” e “Tina”; We Are To Blame fondono metal e melodia pop in “Life Lost Love”; Alê Balbo apre uno spazio spirituale e organico con “Clareza”; Ania Vena restituisce Bach come linguaggio emotivo con “Adagio BWV974”.

La varietà di queste proposte dimostra quanto la musica indipendente possa ancora essere uno spazio di ricerca reale. Non c’è un’unica forma di intensità: può essere un riff pesante, una struttura progressive, un titolo provocatorio, una voce melodica, un tamburo rituale o un pianoforte che parla.

Settembre diventa così un mese di attraversamenti: dalla rabbia alla contemplazione, dalla tecnica alla spiritualità, dal metal alla musica classica, dalla tensione esterna alla ricerca interiore. Vault Lab continua a seguire queste traiettorie perché dentro ognuna di esse c’è un tentativo autentico di trasformare esperienza, immaginazione e identità in suono.

Una selezione eterogenea, potente e ricca di sfumature, che conferma ancora una volta quanto la scena indipendente sia capace di sorprendere quando sceglie di non restare ferma dentro confini prestabiliti.

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