LETATLIN – La sepoltura delle farfalle
ARK Records — digipack CD
BUY HERE — ACQUISTA QUI:
https://www.arkrecords.net/shop/letatlin-la-sepoltura-delle-farfalle/
Il fascino delle opere irrisolte
Dopo le suggestioni neomedievali dei Lupercalia, il secondo episodio di Among the Ruins ci conduce in un territorio completamente differente.
Questa rubrica nasce per raccontare i dischi presenti nella nostra collezione, acquistati per il piacere di ascoltarli e possederli. Non seguiamo una cadenza precisa e non ci interessa limitarci al solo contenuto musicale: osserviamo anche il supporto, la confezione, le scelte grafiche e il modo in cui l’edizione fisica dialoga con ciò che contiene.
Questa volta abbiamo tra le mani La sepoltura delle farfalle dei romani Letatlin, pubblicato da ARK Records. Un disco difficile, eccessivo, talvolta persino respingente, che sembra voler essere molte cose contemporaneamente senza accettare di diventare definitivamente nessuna di esse.
Ed è proprio da questa contraddizione che nasce il suo fascino.
Un involucro tangibile per una musica inafferrabile
L’edizione fisica si presenta in un gradevole digipack, caratterizzato da figure in rilievo che attribuiscono alla confezione una dimensione tattile oltre che visiva.
È una scelta particolarmente coerente con la natura dell’album. La sepoltura delle farfalle non è infatti un’opera che si limita a essere ascoltata: cerca continuamente una reazione fisica, crea attrito e restituisce la sensazione di qualcosa che si muove sotto la superficie.
Il rilievo del digipack interrompe la piattezza della stampa, proprio come la musica dei Letatlin rifiuta di scorrere su un unico livello. Le immagini possono essere toccate, avvertite con le dita, mentre le composizioni procedono per stratificazioni, deformazioni e sovrapposizioni.
Non ci troviamo davanti a un’edizione sfarzosa o costruita attorno a elementi spettacolari. La confezione rimane essenziale, ma possiede una sua identità e riesce a non sembrare un semplice contenitore. È un oggetto sobrio e inquieto, adatto a custodire un disco che fa della tensione la propria condizione naturale.
Un disco che rifiuta una direzione unica
Definire La sepoltura delle farfalle è complicato. Al suo interno convivono ricerca sonora, new wave, industrial, noise, suggestioni gothic, elettronica e una forma di rock sperimentale continuamente sottoposta a deformazione.
Ogni elemento sembra pronto a contraddire quello precedente.
Una struttura ritmica industriale può sostenere una voce recitata, trattata e sovrapposta su più livelli; una trama elettronica può lasciare improvvisamente spazio a un passaggio più rarefatto; una composizione apparentemente lineare può spezzarsi, moltiplicarsi o arrestarsi prima di aver trovato una conclusione rassicurante.
I Letatlin non sembrano interessati a percorrere strade ordinariamente battute. Evitano il ritornello rassicurante, la progressione prevedibile e il bisogno di rendere immediatamente decifrabile ogni soluzione. Il loro linguaggio procede invece per contaminazioni, scarti e improvvisi cambiamenti di prospettiva.
Questa libertà rappresenta il principale punto di forza del disco, ma anche il suo rischio maggiore.
Tra Joy Division e Swans
Due riferimenti possono aiutare a orientarsi all’interno dell’album, pur senza esaurirne il contenuto: Joy Division e Swans.
Dai primi sembra provenire il malessere esistenziale, quella sensazione di turbamento che non trova mai un vero punto di risoluzione. Non si tratta semplicemente di riprodurre un suono post-punk, quanto di assorbirne l’inquietudine: la percezione che qualcosa sia irrimediabilmente spezzato e che nessuna melodia possa ricomporlo del tutto.
Dagli Swans emerge invece una teatralità oscura, decadente e sperimentale. La musica diventa gesto, insistenza, ripetizione e pressione. Le voci non raccontano soltanto: occupano lo spazio, si deformano e talvolta sembrano trasformarsi in un ulteriore strumento ritmico.
I Letatlin assimilano queste influenze senza limitarsi a riprodurle. Le inseriscono in una miscela personale fatta di trame sonore, recitazione, rumori, strutture rock e pulsazioni industriali. Il risultato non dà quasi mai la sensazione di qualcosa di già sentito, anche quando le coordinate culturali rimangono chiaramente riconoscibili.
Contemplazione e contaminazione
L’album concentra in poco più di quaranta minuti una quantità sorprendente di sfumature. È contemplativo e aggressivo, rarefatto e sovraccarico, intimista e teatrale.
La sua coerenza non deriva dall’uniformità del suono, ma dalla persistenza di una vena claustrofobica che attraversa l’intero lavoro. Ogni traccia cambia linguaggio, intensità e costruzione, ma sembra provenire dallo stesso spazio chiuso.
È come se i brani rappresentassero differenti manifestazioni dello stesso malessere.
In alcuni momenti questo continuo cambiamento genera un autentico sussulto emotivo. In altri, però, l’accumulo di idee rischia di diventare dispersivo. Il disco sembra avvolgersi attorno alle proprie spire, aggiungendo soluzioni, deviazioni e dettagli fino a perdere temporaneamente il proprio centro.
La sperimentazione è autentica, ma non sempre disciplinata.
Il rischio dell’eccesso
La sepoltura delle farfalle è, in più di un’occasione, un disco forzato.
Alcuni passaggi sembrano voler dimostrare la propria complessità invece di lasciarla emergere spontaneamente. Certe scelte appaiono eccessive, quasi come se la band temesse che una soluzione più essenziale potesse essere scambiata per una rinuncia.
Da qui nasce la sensazione di un’incompiutezza di fondo.
Non è necessariamente l’incompiutezza di un’opera priva di idee. Al contrario: è quella di un lavoro che ne possiede forse troppe e che non sempre decide quali sviluppare fino in fondo. Il disco sembra voler essere tutto e nulla contemporaneamente, rifiutando di stabilire dove cominci la forma e dove inizi la sua disgregazione.
Ci si potrebbe chiedere dove termini l’ispirazione e dove cominci l’artificio.
Il problema è che l’album non concede quasi mai il tempo necessario per trovare una risposta.
“Taiwan”: il tarlo nella mente
Proprio quando La sepoltura delle farfalle sembra sul punto di perdersi definitivamente dentro la propria complessità, arriva un brano come “Taiwan”.
È uno di quei momenti capaci di modificare la percezione dell’intero lavoro. Non risolve le sue contraddizioni e non chiarisce improvvisamente il progetto dei Letatlin: si limita a dimostrare quanto questa musica possa diventare efficace quando tutte le sue componenti trovano un equilibrio inquieto.
“Taiwan” non cerca necessariamente di conquistare l’ascoltatore attraverso una melodia immediata. Si insinua piuttosto come un tarlo, una presenza che continua a lavorare nella memoria anche dopo la conclusione del brano.
È proprio questa capacità di lasciare un residuo a salvare il disco nei suoi passaggi più dispersivi. Ogni volta che la costruzione sembra diventare troppo cerebrale, emerge un’immagine sonora, una frase, un ritmo o una voce in grado di aderire alla mente.
Il disco non viene semplicemente ricordato: rimane appiccicato addosso.
Dal CD-R all’album ufficiale
Cinque dei brani presenti in La sepoltura delle farfalle erano già apparsi nel precedente CD-R autoprodotto 1919: naissance du robot: “Plastic Shape”, “Taiwan”, “Antigas”, “Naissance du Robot” e “(31)”.
Alcune versioni risultano molto simili, quando non quasi identiche, a quelle precedenti. Non si tratta però di un limite significativo. Le autoproduzioni in CD-R, soprattutto in un panorama indipendente e sperimentale, difficilmente riescono a ottenere la diffusione che meriterebbero.
La loro inclusione permette quindi a quel materiale di entrare in una pubblicazione maggiormente strutturata e di essere ascoltato all’interno di un percorso più ampio.
I brani nuovi non sfigurano accanto alle composizioni recuperate. Mantengono la stessa inquietudine e la stessa volontà di contaminazione, contribuendo a dare all’album una natura compatta nonostante la sua apparente frammentarietà.
La continuità non è lineare, ma emotiva.
Un ascolto che richiede di essere ripetuto
Non basta un solo passaggio per comprendere davvero La sepoltura delle farfalle.
Al primo ascolto si viene colpiti soprattutto dall’accumulo: voci, rumori, elettronica, pulsazioni industriali, passaggi wave e frammenti recitati. Nei passaggi successivi iniziano invece a emergere connessioni meno evidenti, piccoli richiami e strutture nascoste sotto l’apparente disordine.
È un disco che richiede tempo, ma non rende necessariamente piacevole concederglielo.
Riascoltarlo significa tornare volontariamente dentro una dimensione faticosa, claustrofobica e disturbante. Non è il tipo di lavoro da utilizzare come sottofondo o da lasciare scorrere durante altre attività. La sua presenza è troppo insistente; persino nei momenti più rarefatti continua a generare una sensazione di instabilità.
Non accompagna l’ascoltatore: lo occupa.
Questa caratteristica può allontanare chi cerca nella musica uno spazio di distensione. Per chi accetta invece di affrontarlo alle sue condizioni, l’album può trasformarsi in un’esperienza capace di rivelare nuovi dettagli a ogni passaggio.
Il ruolo di ARK Records
Con questa pubblicazione, ARK Records conferma una delle qualità più interessanti del proprio catalogo: la capacità di proporre generi differenti mantenendo un livello qualitativo e una precisa attenzione per le realtà meno facilmente classificabili.
I Letatlin rappresentano perfettamente questa attitudine. La loro musica non è immediata, non appartiene interamente a una singola scena e non sembra costruita per seguire le richieste di un mercato facilmente individuabile.
Pubblicare un disco come La sepoltura delle farfalle significa riconoscere il valore dell’originalità anche quando questa assume una forma scomoda. Poche uscite, ma selezionate con attenzione: un approccio che permette all’etichetta di conservare una fisionomia riconoscibile pur muovendosi tra neofolk, darkwave, industrial, neoclassica e sperimentazione.
Considerazioni finali
La sepoltura delle farfalle è un disco difficile da amare senza riserve, ma ancora più difficile da dimenticare.
È eccessivo, dispersivo e, in alcuni momenti, dichiaratamente forzato. Cerca continuamente nuove strade, ma non sempre riesce a stabilire quale debba essere la propria destinazione. La sua complessità può apparire tanto affascinante quanto artificiosa, mentre la volontà di contaminare ogni linguaggio rischia talvolta di soffocare le singole idee.
Eppure lascia qualcosa.
Rimangono la teatralità delle voci, le trame industriali, le improvvise aperture, il rumore che si piega attorno alle strutture rock e soprattutto quella vena claustrofobica che attraversa ogni composizione. Rimane “Taiwan”, con la sua capacità di annidarsi nella memoria. Rimane il dubbio di non aver ancora compreso fino in fondo ciò che si è appena ascoltato.
Forse non è fondamentale stabilire dove finisca l’ispirazione e dove cominci l’artificio.
Davanti a un’opera simile, conta soprattutto quello che resta quando il disco termina: ciò che continua a muoversi nella mente, quello che resiste sotto la pelle e che, anche senza sapere esattamente perché, non riusciamo più a rimuovere.
ENGLISH VERSION
AMONG THE RUINS — PHYSICAL REVIEWS #2
LETATLIN – La sepoltura delle farfalle
ARK Records — digipack CD
The fascination of unresolved works
After the neo-medieval imagery of Lupercalia, the second episode of Among the Ruins leads us into an entirely different territory.
This series was created to discuss the records in our personal collection, purchased for the pleasure of hearing and owning them. It follows no fixed schedule, and its focus is not limited to the music itself: we also examine the physical medium, packaging, artwork and the way an edition interacts with its contents.
This time we are holding La sepoltura delle farfalle by the Roman band Letatlin, released by ARK Records. It is a difficult, excessive and sometimes openly abrasive album, apparently determined to become several different things at once without ever agreeing to settle into any one of them.
Its fascination emerges precisely from this contradiction.
A tangible container for elusive music
The physical edition comes in an attractive digipack featuring embossed figures that give the packaging a tactile as well as visual dimension.
It is an especially appropriate choice for the nature of the album. La sepoltura delle farfalle does not merely ask to be heard: it continuously seeks a physical response, creating friction and giving the impression of something moving underneath the surface.
The embossed details interrupt the flatness of the printed image, much as Letatlin’s music refuses to remain on a single level. The artwork can be felt beneath the fingers, while the compositions proceed through layers, distortions and overlapping elements.
This is not an extravagant edition built around spectacular extras. The package remains restrained, yet it possesses a recognisable identity and never feels like a simple container. It is a sober but restless object, well suited to an album that treats tension as its natural condition.
An album that refuses a single direction
Defining La sepoltura delle farfalle is difficult. Sound research, new wave, industrial music, noise, gothic suggestions, electronics and a constantly deconstructed form of experimental rock all coexist within it.
Every element appears ready to contradict the one that came before.
An industrial rhythm may support a spoken voice that has been processed and layered several times; an electronic texture may suddenly give way to a more rarefied passage; an apparently linear composition may fracture, multiply or stop before reaching any reassuring conclusion.
Letatlin show no interest in following familiar roads. They avoid comforting choruses, predictable progressions and the need to make every solution immediately intelligible. Their language advances through contamination, interruption and sudden shifts in perspective.
This freedom is the album’s greatest strength, but also its most significant risk.
Between Joy Division and Swans
Two references may help the listener navigate the album, although neither can fully explain its contents: Joy Division and Swans.
From the former comes a sense of existential unease, a disturbance that never reaches genuine resolution. This is not simply a matter of reproducing a post-punk sound, but of absorbing its anxiety: the perception that something has been irreparably broken and that no melody will ever fully restore it.
From Swans emerges a dark, decadent and experimental theatricality. Music becomes gesture, insistence, repetition and pressure. The voices do not merely narrate: they occupy the space, become distorted and occasionally transform into additional rhythmic instruments.
Letatlin absorb these influences without merely reproducing them. They place them inside a personal mixture of sound textures, spoken passages, noise, rock structures and industrial pulsations. The result rarely feels derivative, even when its cultural coordinates remain clearly recognisable.
Contemplation and contamination
In little more than forty minutes, the album contains a remarkable number of shades. It is contemplative and aggressive, rarefied and overloaded, intimate and theatrical.
Its coherence does not come from a uniform sound, but from the persistent claustrophobic vein running throughout the work. Every track changes its language, intensity and structure, yet all of them seem to originate from the same enclosed space.
It is as though each composition represents a different manifestation of the same distress.
At its best, this continuous change creates a genuine emotional shock. At other times, however, the accumulation of ideas becomes dispersive. The record seems to coil around itself, adding solutions, deviations and details until it temporarily loses its centre.
The experimentation is genuine, but not always disciplined.
The risk of excess
On more than one occasion, La sepoltura delle farfalle feels forced.
Some passages appear determined to demonstrate their complexity rather than allowing it to emerge naturally. Certain decisions seem excessive, almost as though the band feared that a more restrained solution might be mistaken for surrender.
This creates a sense of fundamental incompleteness.
It is not the incompleteness of a work lacking ideas. Quite the opposite: it may possess too many of them and does not always decide which ones deserve to be developed fully. The album seems to want to become everything and nothing simultaneously, refusing to establish where form ends and its disintegration begins.
One could ask where inspiration finishes and artifice starts.
The problem is that the record rarely grants enough time to find an answer.
“Taiwan”: the worm inside the mind
Just as La sepoltura delle farfalle appears ready to disappear completely inside its own complexity, a track such as “Taiwan” arrives.
It is one of those moments capable of altering the perception of the entire work. It neither resolves the album’s contradictions nor suddenly explains Letatlin’s intentions. It simply demonstrates how effective this music can become when all of its components achieve an uneasy balance.
“Taiwan” does not necessarily attempt to conquer the listener through an immediate melody. It enters the mind more like a worm, continuing to work within the memory after the track has ended.
This capacity to leave a residue saves the album during its most dispersive moments. Whenever the construction becomes excessively cerebral, an image, phrase, rhythm or voice emerges and adheres to the listener’s mind.
The record is not merely remembered: it sticks to the skin.
From self-produced CD-R to official album
Five tracks from La sepoltura delle farfalle had already appeared on the self-produced CD-R 1919: naissance du robot: “Plastic Shape,” “Taiwan,” “Antigas,” “Naissance du Robot” and “(31).”
Some of these versions are very similar, if not nearly identical, to their earlier counterparts. This is not a significant weakness. Self-produced CD-R releases, particularly within independent and experimental scenes, rarely receive the circulation they deserve.
Their inclusion allows the material to become part of a more structured release and to be heard within a broader journey.
The newer compositions stand confidently beside the recovered material. They preserve the same unease and desire for contamination, giving the album a compact emotional identity despite its apparent fragmentation.
Its continuity is not linear, but emotional.
A record that demands repeated listening
A single listen is not enough to understand La sepoltura delle farfalle.
During the first encounter, the listener is struck mainly by the accumulation of voices, noise, electronics, industrial pulsations, wave elements and spoken fragments. Later listens reveal less obvious connections, subtle echoes and structures hidden beneath the apparent disorder.
It is an album that demands time without necessarily making that time pleasant.
Listening again means voluntarily returning to a tiring, claustrophobic and disturbing dimension. This is not a record to use as background music or allow to play while concentrating on something else. Its presence is too insistent; even during its most rarefied moments, it continues to generate instability.
It does not accompany the listener. It occupies them.
This characteristic may repel those who seek relaxation through music. For anyone willing to confront the album on its own terms, however, it can reveal new details with every passage.
The role of ARK Records
With this release, ARK Records confirms one of the most interesting qualities of its catalogue: the ability to present different musical genres while maintaining a high standard and a particular interest in projects that resist easy classification.
Letatlin perfectly represent this approach. Their music is not immediate, does not belong completely to a single scene and seems unconcerned with the demands of an easily identifiable market.
Releasing an album such as La sepoltura delle farfalle means recognising the value of originality even when it assumes an uncomfortable form. Few releases, but carefully selected ones: an approach that allows the label to preserve a recognisable identity while moving between neofolk, darkwave, industrial, neoclassical music and experimentation.
Final thoughts
La sepoltura delle farfalle is difficult to love without reservations, yet even more difficult to forget.
It is excessive, dispersive and, in certain moments, openly forced. It searches continuously for new roads without always establishing where those roads should lead. Its complexity can seem both fascinating and artificial, while its determination to contaminate every language occasionally threatens to suffocate the individual ideas.
And yet it leaves something behind.
The theatrical voices remain, together with the industrial textures, sudden openings, noise folding itself around rock structures and, above all, the claustrophobic vein running through every composition. “Taiwan” remains, embedded within the memory. So does the suspicion that we have not yet fully understood what we have heard.
Perhaps it is not essential to establish where inspiration ends and artifice begins.
When facing a work like this, what matters most is what remains after the record stops: what continues moving through the mind, what persists underneath the skin and what, even without knowing exactly why, we are no longer able to remove
