Nel nuovo attraversamento mensile delle proposte indipendenti selezionate da Vault Lab, emerge ancora una volta una scena estremamente viva, frammentata e ricca di identità differenti. Le uscite raccolte in questo editoriale si muovono tra metalcore, hard rock, alternative rock, grunge, pop contaminato, jazz strumentale, musica cinematica, world spiritual e sperimentazioni ibride, confermando quanto la musica indipendente continui a essere uno spazio di libertà espressiva più che una semplice categoria di mercato.
Il filo conduttore, questa volta, sembra essere la necessità di reagire: alla fatica della vita quotidiana, al senso di isolamento, alle relazioni che feriscono, alla memoria che ritorna, alla pressione del mondo contemporaneo. Alcuni artisti scelgono l’urto frontale del riff e della batteria; altri preferiscono la delicatezza del pianoforte, il calore della chitarra jazz, la voce intima o la costruzione di paesaggi spirituali. Ma in tutti i casi la musica diventa uno strumento per dare forma a qualcosa che preme dall’interno.
Dalla rabbia catartica di Braeker alla nuova energia dei Tomorrow’s Lie, dal rock poetico dei Purse Thief alla potenza stoner-metal dei PLASMAJET, dal sensualismo estivo di Dam CPH alla memoria cameristica di Luca Rossetti e James Ross, fino alle atmosfere grunge di åhm, all’universo interiore dei FunGhetto, al rock adrenalinico dei Roundabouts e alle visioni spirituali di Alê Balbo, questo editoriale racconta una pluralità di percorsi che meritano attenzione.
Braeker – “JSFS”
Con “JSFS”, Braeker consegna un brano duro, compatto e rabbioso, pensato per liberare energia e trasformare la frustrazione in movimento fisico. L’artista statunitense, originario di Dallas e oggi attivo ad Austin, si muove in un territorio che fonde rock, metalcore e pop, costruendo un sound pesante ma accessibile, aggressivo ma comunicativo. La sua formula è chiara: creare metal contaminato da elementi pop per chi ha bisogno di lasciarsi andare e sentirsi libero di essere sé stesso.
Il brano viene descritto come una traccia “hard hitting” e arrabbiata, nata dalla stanchezza verso il modo in cui la vita, a volte, colpisce senza tregua. È una premessa semplice ma estremamente efficace, perché intercetta un sentimento comune: quella rabbia quotidiana che non sempre ha un bersaglio preciso, ma che si accumula tra difficoltà, pressioni, stanchezza e senso di ingiustizia.
“JSFS” sembra pensato per tre situazioni molto fisiche: il mosh pit, l’allenamento, o il tragitto mattutino verso il lavoro quando serve una scarica per affrontare la giornata. Questa indicazione dice molto sulla natura del pezzo. Non è una canzone contemplativa, né una traccia costruita per restare sullo sfondo: è musica da usare come detonatore, come carburante, come modo per riportare il corpo dentro l’ascolto.
Il fatto che Braeker scriva, produca, mixi e masterizzi autonomamente tutta la propria musica aggiunge un elemento importante alla lettura del progetto. “JSFS” non è soltanto il prodotto di un interprete, ma di un artista che controlla l’intera filiera creativa. Questo rende ancora più interessante il contrasto tra l’immediatezza quasi istintiva del brano e il lavoro tecnico necessario a renderlo efficace.
Con oltre 140.000 ascoltatori mensili e più di 5 milioni di stream su Spotify, Braeker ha già costruito una base solida, ma “JSFS” conferma soprattutto la sua capacità di parlare a un pubblico che cerca nel metal moderno non solo pesantezza, ma anche identificazione emotiva. È un brano che non pretende di risolvere la rabbia: la prende, la amplifica e la restituisce sotto forma di energia.
Tomorrow’s Lie – “Severed”
Con “Severed”, i Tomorrow’s Lie anticipano idealmente la direzione del loro prossimo percorso, mentre la band è al lavoro sul nuovo LP Onward, previsto per l’autunno 2026. Dal materiale disponibile non emergono molti dettagli concettuali sul brano, ma già il titolo offre una chiave molto forte: “severed” significa reciso, tagliato, separato in modo netto. È una parola che porta con sé immagini di rottura, perdita, distacco e ferita.
In ambito metal e alternative rock, un titolo simile apre immediatamente uno spazio emotivo intenso. Può suggerire una relazione spezzata, una parte di sé amputata, una frattura con il passato, oppure la necessità dolorosa di liberarsi da qualcosa che non può più essere portato avanti. “Severed” sembra quindi muoversi intorno al tema del taglio: non una semplice separazione, ma un gesto definitivo, forse necessario, forse traumatico.
I Tomorrow’s Lie appartengono a un’area metal/rock statunitense che lascia intuire una scrittura diretta, energica e adatta tanto all’impatto strumentale quanto alla comunicazione emotiva. In questo senso, il brano può essere letto come una tappa verso una fase più ampia, quella dell’album Onward, il cui titolo suggerisce invece movimento in avanti, prosecuzione, superamento.
Il contrasto tra “Severed” e Onward è interessante: da una parte il taglio, dall’altra l’avanzamento. Per andare avanti, a volte, bisogna recidere. Per aprire un nuovo capitolo, bisogna chiuderne un altro. Se questa tensione sarà confermata anche dal disco, Tomorrow’s Lie potrebbero costruire un percorso narrativo molto coerente, fondato sull’idea di separarsi da ciò che trattiene per poter finalmente procedere.
“Severed” si presenta quindi come una traccia da ascoltare dentro un orizzonte di trasformazione. Non solo un singolo, ma un possibile segnale di svolta per una band che sta preparando il proprio nuovo capitolo discografico.
Purse Thief – “Modern Lover”
Con “Modern Lover”, i Purse Thief emergono dall’underground del New Mexico con un debutto che sembra voler riaffermare la bellezza pericolosa del rock’n’roll. Il brano viene presentato come una canzone sui fascini e sulle trappole di quel mondo: il rock come promessa, seduzione, disordine, libertà, ma anche come luogo in cui il pericolo non è mai del tutto separato dal desiderio.
La figura centrale è quella del “modern lover”, l’amante moderno, forse romantico e disilluso allo stesso tempo, forse consapevole di vivere in un tempo in cui anche l’amore, il desiderio e l’identità vengono continuamente performati. Il brano sembra voler catturare proprio questa contraddizione: il bisogno di autenticità dentro un mondo che rende tutto più veloce, più esposto, più fragile.
La poesia del frontman Rafael Vigilantics viene indicata come motore del brano, con un percorso evocativo che va da Joni Mitchell a Jonathan Richman. È un riferimento molto interessante, perché suggerisce una scrittura capace di unire sensibilità cantautorale, osservazione quotidiana, ironia, fragilità e immediatezza rock. Da Joni Mitchell può arrivare l’attenzione poetica per i sentimenti e le sfumature; da Jonathan Richman quella capacità di rendere il rock ingenuo solo in apparenza, diretto, umano, quasi disarmante.
“Modern Lover” sembra quindi porsi in una zona dove il rock non è solo suono, ma personaggio. La canzone probabilmente vive di immagini, di voce, di piccole deviazioni emotive più che di pura aggressione. È il tipo di brano che può funzionare proprio perché non cerca di essere perfetto o sovraprodotto, ma vivo, riconoscibile, radicato in una scena sotterranea.
Il full EP previsto per settembre potrà chiarire meglio l’identità complessiva dei Purse Thief, ma già questo primo singolo offre un’indicazione promettente: una band che sembra guardare al rock come a un luogo ancora carico di rischio, ironia, poesia e possibilità.
PLASMAJET – “Deceptive Security”
Con “Deceptive Security”, i tedeschi PLASMAJET presentano uno dei brani più veloci e diretti del loro album Solastalgia, costruendo una traccia capace di parlare tanto agli amanti del metal quanto a quelli dello stoner e, per certi aspetti, anche a un pubblico punk rock. La band si muove in un territorio fatto di groove, durezza, melodia e sporco sonoro, una miscela che richiama immagini di nuvole di fumo, sabbia desertica e rulli compressori.
Il titolo è particolarmente efficace: “Deceptive Security”, sicurezza ingannevole. È una formula che suggerisce un mondo in cui ciò che sembra stabile, protettivo o rassicurante nasconde in realtà un meccanismo fragile, falso o manipolatorio. Nel contesto dell’album Solastalgia, termine che richiama il disagio provato di fronte alla trasformazione o perdita del proprio ambiente, il brano può essere letto come un attacco alla falsa tranquillità del presente.
Musicalmente, PLASMAJET puntano su una spinta molto fisica. Il brano, essendo tra i più rapidi del disco, sembra privilegiare impatto, velocità e tensione, senza però rinunciare a quella componente stoner che dà peso e spessore al riff. La band non si limita a “correre”: costruisce una massa sonora che avanza con decisione, unendo sporco e armonia, melodia e durezza.
È proprio questo equilibrio a rendere interessante il progetto. PLASMAJET non sembrano appartenere a un solo recinto: hanno l’attitudine del rock, la pesantezza del metal, il groove dello stoner e una certa immediatezza che potrebbe intercettare anche chi viene da sonorità punk più ruvide.
“Deceptive Security” è un singolo solido, energico e comunicativo. Una traccia che conferma la capacità della band di spingere sull’acceleratore senza perdere identità, costruendo un suono potente, sporco e trascinante.
Dam CPH – “Heat In The Sand”
Con “Heat In The Sand”, Dam CPH torna a lavorare su un immaginario sensuale, caldo e notturno, costruendo un duetto indie-dance country che racconta l’attrazione irresistibile tra due persone durante una notte in riva al mare. L’artista di Copenhagen, già capace di muoversi tra pop, atmosfere estive, sensualità e narrazioni romantiche, firma qui un brano che unisce gioco, desiderio e una progressiva intensificazione emotiva.
Il brano vive tutto in una scena precisa: un falò, le ombre, la musica, la folla che urla, due corpi che iniziano con uno scambio timido di sguardi e finiscono per essere completamente assorbiti l’uno dall’altro. È un racconto molto visivo, quasi cinematografico, dove l’ambiente non è semplice sfondo ma parte attiva della tensione: la sabbia, il sale, le pesche, l’acqua, l’alba.
La struttura a due voci, maschile e femminile, consente al brano di costruire un dialogo intimo e progressivo. Non c’è soltanto seduzione, ma un gioco di avvicinamento, una danza emotiva in cui l’attrazione cresce fino a far sparire il resto del mondo. Dam CPH lavora spesso su questo tipo di dinamiche: momenti in cui due persone sembrano isolate dentro una bolla, mentre tutto intorno continua a muoversi.
La definizione di indie-dance country duet è interessante perché suggerisce una contaminazione non ovvia. Da un lato c’è la morbidezza romantica del pop, dall’altro un sapore country nelle immagini e forse nelle linee melodiche, mentre la componente dance mantiene il brano vivo, fisico, adatto al movimento. Il risultato è una traccia estiva ma non banale, sensuale senza diventare pesante, leggera ma con una precisa costruzione narrativa.
“Heat In The Sand” conferma Dam CPH come un autore capace di trasformare la canzone pop in piccole scene emotive. Una traccia calda, romantica e crescente, che cattura il momento in cui una connessione fugace sembra poter durare per sempre.
Luca Rossetti / James Ross – “Souvenir”
Con “Souvenir”, Luca Rossetti e James Ross propongono una composizione strumentale raffinata, costruita come un dialogo intenso ed evocativo tra pianoforte e violoncello. Il brano nasce dal desiderio di trasformare memorie ed emozioni in musica, affidando a due strumenti dalla forte capacità narrativa il compito di dare forma a ciò che spesso resta sospeso nella memoria.
L’esecuzione del pianista James Ross e della violoncellista Francesca Lovotti sembra porsi al centro di questa operazione. Il pianoforte e il violoncello sono strumenti perfetti per raccontare il ricordo: il primo può suggerire chiarezza, fragilità, distanza; il secondo porta con sé una qualità più umana, vocale, carnale, quasi una voce interiore che emerge dal tempo.
Il titolo “Souvenir” non indica semplicemente un oggetto del passato, ma una traccia emotiva. Un souvenir non è mai soltanto ciò che resta: è il modo in cui decidiamo di trattenere un’esperienza, un luogo, una persona, un frammento di vita. In questo senso, il brano sembra lavorare proprio sulla trasformazione del ricordo in suono, senza bisogno di parole.
La forza della composizione sta probabilmente nella sua misura. Non cerca l’effetto spettacolare, ma l’intensità del dialogo. Piano e violoncello si rispondono, si sostengono, si cercano, creando un paesaggio emotivo intimo e cinematografico. La memoria non viene raccontata come nostalgia semplice, ma come materia viva, ancora capace di muoversi e cambiare forma.
“Souvenir” è una traccia elegante, sensibile e profondamente evocativa. Una composizione che può parlare agli amanti della musica classica contemporanea, del minimalismo emotivo e delle colonne sonore più intime.
åhm – “Memorial Garden”
Con “Memorial Garden”, gli svedesi åhm costruiscono una traccia alternative rock di matrice grunge, oscura, pesante e profondamente atmosferica. Il brano trae ispirazione dalla crudezza di In Utero dei Nirvana, dai groove robusti dei Queens of the Stone Age e dalle atmosfere scure di Soundgarden e Alice in Chains. Sono riferimenti importanti, ma il brano sembra volerli usare come coordinate emotive più che come semplice imitazione.
Il titolo, “Memorial Garden”, è molto evocativo. Un giardino della memoria è uno spazio ambiguo: luogo di raccoglimento, ma anche di perdita; luogo naturale, ma segnato dal lutto; spazio di quiete, ma attraversato da ciò che non torna. Questa tensione tra bellezza e oscurità sembra adattarsi perfettamente a un sound grunge-alternative, dove il peso emotivo non viene nascosto ma trasformato in suono.
La band lavora su un immaginario scuro e materico. La componente Nirvana suggerisce rawness, urgenza, imperfezione; i Queens of the Stone Age portano l’idea di groove ipnotico e desertico; Soundgarden e Alice in Chains aggiungono gravità, armonie cupe e un senso di discesa interiore. “Memorial Garden” sembra nascere proprio dall’intersezione di questi elementi: un brano pesante, ma non solo aggressivo; malinconico, ma non fragile.
Il fatto che åhm stiano completando il loro debut EP e cercando la giusta etichetta per pubblicarlo rende questa uscita particolarmente significativa. “Memorial Garden” appare come una dichiarazione d’identità: la band vuole collocarsi in un territorio rock oscuro, intenso, radicato nella tradizione grunge ma aperto a una sensibilità moderna.
Una traccia da ascoltare per chi cerca chitarre pesanti, atmosfere cupe e quella forma di malinconia sporca che il miglior alternative rock sa ancora evocare.
FunGhetto – “Lipstick”
Con “Lipstick”, FunGhetto prosegue il viaggio interiore di Antonello Aversa, chitarrista, bassista, compositore, arrangiatore e produttore alla guida del progetto. La musica di FunGhetto nasce dalla necessità di esplorare suoni e atmosfere capaci di raccontare esperienze di vita, emozioni profonde e riflessioni intime, muovendosi tra alternative rock, noise rock, suggestioni etniche, arpeggi ipnotici e richiami alla new wave anni Ottanta.
Il titolo “Lipstick” suggerisce immediatamente un’immagine forte e ambivalente. Il rossetto può essere segno di seduzione, identità, maschera, ferita estetizzata, traccia lasciata su un bicchiere o su una pelle. Dentro l’universo di FunGhetto, è facile immaginarlo non come semplice dettaglio visivo, ma come simbolo di una presenza, di un desiderio, di una memoria o di un conflitto.
Il progetto ha spesso lavorato su temi intensi: paure, speranze, rinascita, conflitto interiore. “Lipstick” sembra inserirsi bene in questo quadro, soprattutto se pensato come videoclip ufficiale: un brano che probabilmente unisce dimensione sonora e immagine, costruendo un piccolo viaggio visivo oltre che musicale.
Una delle caratteristiche più rilevanti di FunGhetto è la capacità di reinventarsi attraverso collaborazioni e stratificazioni sonore. La presenza, in passato, della vocalist Nuccia Paolillo ha lasciato una forte impronta espressiva in diversi brani, mentre il progetto ha dimostrato di saper accogliere contributi differenti senza perdere coerenza.
“Lipstick” conferma questa natura in continua evoluzione: una musica che non vuole restare dentro una sola definizione, ma attraversare stati d’animo, immagini e paesaggi sonori. FunGhetto resta un progetto profondamente personale, dove ogni brano sembra nascere da una necessità più che da una formula.
Luca Rossetti / James Ross – “Noir”
Con “Noir”, Luca Rossetti costruisce una composizione cinematica originale che invita l’ascoltatore a entrare in un mondo di mistero, suspense ed emozione. Il titolo richiama immediatamente l’immaginario del thriller senza tempo: ombre, luci basse, strade notturne, attese, segreti, figure che si muovono tra verità e ambiguità.
Il brano viene presentato come un viaggio attraverso ombra e luce, dove ogni nota racconta una storia e ogni silenzio costruisce anticipazione. È una descrizione che coglie perfettamente la natura della musica cinematica: non basta scrivere una melodia, bisogna creare spazio narrativo. “Noir” sembra proprio lavorare su questo equilibrio tra suono e immagine, tra tensione e sospensione.
Rispetto a “Souvenir”, che si muove in una dimensione più intima e memoriale, “Noir” mostra un lato più narrativo e atmosferico. Qui il centro non è solo l’emozione, ma il clima: la capacità della musica di evocare una scena, di far percepire una porta socchiusa, un passo nel buio, una verità non ancora rivelata.
La forza della composizione sta nel rapporto tra note e silenzi. In un brano noir, ciò che non viene detto è spesso più importante di ciò che viene esplicitato. Il silenzio diventa attesa, minaccia, respiro. Luca Rossetti sembra comprendere questa dinamica e costruire una musica che non riempie tutto, ma lascia spazio all’immaginazione.
“Noir” è una traccia elegante e suggestiva, ideale per chi ama la musica cinematica capace di evocare mondi senza bisogno di immagini reali. Un piccolo thriller sonoro, sospeso tra mistero e sentimento.
Roundabouts – “Don’t Slow Down”
Con “Don’t Slow Down”, i Roundabouts portano nell’editoriale una scarica di hard rock uptempo, energico e dichiaratamente adrenalinico. La band olandese, guidata da una voce femminile, costruisce un brano che fa del movimento la propria ragione d’essere: il titolo dice già tutto, non rallentare.
La traccia nasce per trasmettere energia. Non cerca complicazioni eccessive, ma punta su un rock diretto, veloce, fisico, costruito per dare una spinta immediata all’ascoltatore. È musica da strada, da palco, da volume alto, da ritornello che accompagna una corsa o una serata live.
Il fatto che la band sottolinei la propria natura female-fronted aggiunge un elemento importante alla proposta: la voce diventa motore carismatico del brano, non semplice elemento melodico. In un hard rock di questo tipo, l’interpretazione deve sostenere la velocità e trasformarla in presenza scenica. “Don’t Slow Down” sembra pensato proprio per questo: non solo suonare energico, ma comunicare un’attitudine.
La canzone funziona perché abbraccia completamente la propria idea. Nessun rallentamento, nessuna deviazione superflua, solo full throttle rock. È un brano che probabilmente trova la sua dimensione migliore dal vivo, dove l’immediatezza della struttura e la spinta ritmica possono trasformarsi in coinvolgimento collettivo.
Con “Don’t Slow Down”, i Roundabouts firmano una traccia solida, diretta e divertente, perfetta per chi cerca rock energico senza filtri. Un promemoria semplice ma efficace: a volte la miglior risposta è continuare ad accelerare.
XEquinsuXochaX / Arbuckle’s Nightmare – “Throw It All Away”
Con “Throw It All Away”, debutto di Arbuckle’s Nightmare, secondo artista legato a XEquinsuXochaX Productions, entriamo in un territorio sonoro ibrido e fortemente emotivo, dove metalcore, dubstep drop e screamo convivono con vocalità femminili melodiche. Il brano racconta il sentimento crudo e isolante di essere così stanchi della solitudine da essere disposti a buttare via tutto.
Il titolo è estremamente diretto: “Throw It All Away”, gettare tutto via. Non come gesto teatrale, ma come espressione di un limite emotivo raggiunto. La frase “screaming into the distance with no one to witness” restituisce perfettamente il cuore del brano: urlare nel vuoto, senza che nessuno sia lì ad ascoltare, e percepire quella mancanza di testimoni come ulteriore conferma della propria solitudine.
Musicalmente, la miscela tra metalcore e dubstep crea una tensione interessante. Da una parte c’è il peso delle chitarre, l’impatto della batteria, l’aggressività dello screamo; dall’altra i drop elettronici aggiungono una dimensione moderna, quasi digitale, adatta a rappresentare il collasso emotivo in una forma più frammentata e contemporanea.
Le voci femminili melodiche rappresentano il centro emotivo del brano. In una struttura pesante e aggressiva, la melodia non serve ad addolcire semplicemente il suono, ma a dare volto alla ferita. È lì che la canzone può diventare davvero comunicativa: nel contrasto tra devastazione e vulnerabilità.
“Throw It All Away” è una traccia intensa, adatta a chi cerca un metal moderno contaminato dall’elettronica e attraversato da un forte nucleo emotivo. Un debutto che punta sull’urgenza, sull’isolamento e sulla volontà di trasformare il buio in impatto sonoro.
Markko Mendes – “Soul And Hope (Reimagined)”
Con “Soul And Hope (Reimagined)”, il chitarrista e produttore brasiliano Markko Mendes presenta una reinterpretazione strumentale raffinata, parte dell’EP My Guitar, My Groove, uscito a livello internazionale l’8 maggio 2026. Il progetto raccoglie quattro singoli già apprezzati sulle piattaforme digitali e conferma la chitarra come centro espressivo dell’identità artistica di Mendes.
Il brano rappresenta perfettamente il cuore estetico dell’EP: una fusione elegante di smooth jazz, soul, funk e ritmi brasiliani, costruita con gusto contemporaneo e respiro internazionale. La chitarra non è usata come strumento di virtuosismo fine a sé stesso, ma come voce principale, capace di raccontare emozioni, colori e sfumature.
Il titolo “Soul And Hope” suggerisce già una direzione luminosa: anima e speranza. Nella versione “Reimagined”, questi elementi sembrano acquisire maggiore profondità sonora, come se il brano originale venisse riletto con più spazio, più maturità, più attenzione all’atmosfera. La speranza non viene raccontata in modo ingenuo, ma attraverso un groove elegante e una musicalità calda.
Markko Mendes possiede una cifra riconoscibile proprio nel modo in cui unisce la ricchezza ritmica brasiliana con l’eleganza della black music internazionale. Il risultato è una musica strumentale accessibile, raffinata, adatta tanto all’ascolto rilassato quanto a un pubblico attento alla qualità esecutiva.
“Soul And Hope (Reimagined)” è una traccia che comunica positività senza superficialità. La chitarra canta, il groove sostiene, l’arrangiamento respira. Mendes conferma così la propria posizione nella scena strumentale contemporanea, costruendo ponti tra culture, emozioni e linguaggi musicali diversi.
The Doomed – “Page 1”
Con “Page 1”, i The Doomed aprono idealmente una nuova pagina del loro percorso post-punk. La band statunitense ha appena pubblicato un EP omonimo di quattro brani, confermando un’evoluzione verso un suono oscuro, atmosferico e sempre più definito. Il titolo del brano è semplice ma ricco di potenziale: “Page 1”, pagina uno, inizio, soglia, primo capitolo.
In un contesto post-punk, un titolo simile può assumere una valenza quasi narrativa. Non si tratta solo di cominciare, ma di mettere per iscritto una nuova condizione emotiva. La pagina bianca non è mai neutra: può essere promessa, minaccia, ricordo da riscrivere, spazio in cui ordinare il caos.
La band sta già lavorando al prossimo EP e si prepara a portare la propria musica dal vivo dopo la conclusione delle nuove registrazioni. Questo rende “Page 1” ancora più significativo: non è solo un brano, ma un possibile manifesto di fase. The Doomed sembrano voler costruire un’identità progressiva, in cui ogni uscita aggiunge un tassello a un mondo fatto di ombre, atmosfere e tensioni interiori.
Dal punto di vista sonoro, ci si può aspettare una traccia coerente con un’estetica post-punk scura: linee ritmiche asciutte, chitarre atmosferiche, voce intensa, senso di sospensione e inquietudine. Il brano probabilmente non cerca l’esplosione, ma la costruzione di uno spazio mentale.
“Page 1” è quindi una traccia da leggere come apertura: un primo passo dentro un universo ancora in espansione, dove il post-punk diventa linguaggio di oscurità, memoria e trasformazione.
Alex Sandra – “COMEBACK”
Con “COMEBACK”, Alex Sandra firma un brano pensato per chi è stato tradito, sottovalutato, accusato ingiustamente o lasciato indietro. È una canzone sulla caduta, ma soprattutto sul rifiuto di restare a terra. Il messaggio è chiaro e diretto: quando la vita ti spezza fino a farti dimenticare chi sei, arriva il momento di rialzarti.
Il titolo in maiuscolo accentua la natura dichiarativa del brano. “COMEBACK” non è un ritorno silenzioso o timido: è una risposta. È il momento in cui chi era stato dato per finito decide di riapparire, non per chiedere permesso, ma per riprendersi spazio. In ambito rock/metal, questo tema trova una forma naturale, perché permette alla musica di unire rabbia, energia e senso di riscatto.
Il brano parla a un pubblico ampio proprio perché intercetta esperienze comuni: essere giudicati male, non essere creduti, essere lasciati soli nel momento peggiore, vedere altri aspettarsi la propria sparizione. “COMEBACK” trasforma tutto questo in una spinta opposta: non sparire, non restare giù, non lasciare che siano gli altri a definire la tua fine.
La forza della canzone sta nella sua accessibilità emotiva. Non serve un concept complesso per comprenderla: il nucleo è immediato, quasi fisico. È un brano che può funzionare come colonna sonora personale per chi sta attraversando una fase di ricostruzione.
Con “COMEBACK”, Alex Sandra propone una traccia energica e motivazionale, capace di unire peso rock/metal e messaggio di resilienza. Una canzone per chi è stato spinto a terra, ma non ha intenzione di restarci.
Alê Balbo – “Existência”
Con “Existência”, Alê Balbo prosegue il viaggio di Mantras in the Chaos, confermando la propria idea di musica come pratica spirituale e spazio di trasformazione. La traccia, sesta del nuovo album, viene presentata come un invito a risvegliare la coscienza spirituale nel mezzo del piano materiale, lasciando che il corpo fluttui, le tensioni quotidiane si sciolgano e l’immaginazione navighi lungo i fiumi della foresta.
Il brano unisce frequenze prodotte da cristalli, un trio di congas arricchito da riverbero e delay, suoni dell’aria e la flauta Abuelita, strumento tradizionale andino particolarmente associato alla Bolivia. Questi elementi costruiscono una dimensione sonora profondamente contemplativa, in cui ogni timbro sembra avere una funzione simbolica oltre che musicale.
Le frequenze dei cristalli suggeriscono purificazione, vibrazione sottile, ricerca di equilibrio; le congas portano il corpo, il battito, la presenza terrena; i suoni dell’aria aprono lo spazio; la flauta Abuelita introduce una voce ancestrale, quasi una guida nel paesaggio interiore. “Existência” non è quindi una canzone nel senso tradizionale, ma una meditazione sonora costruita per favorire pace, connessione e ascolto profondo.
Il titolo è essenziale e vastissimo: esistenza. Alê Balbo non affronta il tema in modo filosofico astratto, ma attraverso il suono, invitando l’ascoltatore a percepire la vita come flusso, respiro, attraversamento. La dimensione materiale non viene negata, ma trasfigurata: corpo e spirito non sono opposti, bensì parti dello stesso cammino.
Nel percorso dell’artista brasiliano, legato allo sciamanesimo, al sound healing e alla ricerca di equilibrio tra corpo, mente e spirito, “Existência” rappresenta una tappa particolarmente coerente. È una traccia che chiede disponibilità, ascolto lento, presenza. Non impone un’emozione, ma apre uno spazio.
Conclusione
Le proposte raccolte in questo editoriale confermano quanto il panorama indipendente sia oggi attraversato da energie diverse ma ugualmente significative. Da una parte troviamo la forza fisica del rock e del metal: la rabbia catartica di Braeker, la tensione dei Tomorrow’s Lie, la spinta stoner dei PLASMAJET, il grunge oscuro di åhm, l’adrenalina dei Roundabouts, la vulnerabilità pesante di XEquinsuXochaX e la determinazione di Alex Sandra. Dall’altra emergono traiettorie più atmosferiche, poetiche o spirituali: il rock underground dei Purse Thief, la sensualità narrativa di Dam CPH, la memoria cameristica di Luca Rossetti e James Ross, l’universo evocativo dei FunGhetto, il jazz raffinato di Markko Mendes, il post-punk dei The Doomed e la meditazione sonora di Alê Balbo.
Ciò che unisce questi artisti non è un suono comune, ma una stessa necessità di espressione. Ogni brano nasce da un’urgenza: liberare rabbia, raccontare una ferita, trasformare un ricordo, danzare dentro il desiderio, ritrovare sé stessi, attraversare l’oscurità o cercare una forma di pace. In questo senso, la musica continua a essere uno spazio di resistenza contro l’appiattimento e la distrazione.
Vault Lab prosegue il proprio lavoro di ascolto proprio a partire da qui: dalla convinzione che anche dentro un flusso infinito di nuove uscite esistano ancora brani capaci di fermare l’attenzione, aprire immagini e costruire connessioni reali. Che si tratti di un riff metalcore, di una ballata strumentale, di un groove jazz o di una frequenza spirituale, la domanda resta sempre la stessa: cosa resta dopo l’ascolto?
In questi casi, resta qualcosa. Una tensione, una voce, una vibrazione, una traccia emotiva. Ed è per questo che vale la pena continuare a cercare.
