Vault Lab

vintage music collection with vinyl and ukulele

Nuove scoperte tra metal, rock, elettronica, visioni gotiche e canzone d’autore

Ogni mese la scena indipendente conferma la propria natura più interessante: non essere un blocco unico, ma un territorio in continuo movimento, dove linguaggi lontanissimi possono convivere nello stesso spazio di ascolto. In questa nuova selezione multigenere, Vault Lab attraversa metal latinoamericano, rock americano, gothic pop metal, canzone italiana, horror opera elettronica, folk-rock obliquo, alternative pop, groove metal, progressive fusion, nu metal, sperimentazione industriale e visioni cinematiche.

Il filo conduttore non è il genere, ma l’urgenza. Alcuni brani nascono dalla rabbia, altri dalla nostalgia, altri ancora da un bisogno di libertà, da un immaginario letterario, da una tensione sociale o da una ricerca interiore. C’è chi usa il metal come strumento di denuncia, chi rielabora il classic rock come mito personale, chi costruisce architetture progressive monumentali, chi trasforma l’alienazione contemporanea in elettronica sospesa e chi cerca nella canzone un modo per ridurre, anche solo per pochi minuti, la distanza tra sé e il mondo.

Queste uscite dimostrano che la musica indipendente non vive solo di singoli da consumo rapido, ma anche di progetti che cercano una propria identità, una propria estetica e una propria necessità comunicativa. È dentro questa pluralità che si muove il nostro editoriale: non una classifica, ma un viaggio tra artisti che, ciascuno a modo proprio, provano a lasciare un segno.


In Ad Hominem – “Toda Mi Ira”

Con “Toda Mi Ira”, i cileni In Ad Hominem chiudono il loro album Entre Fuego y Sombras con una scarica di rabbia limpida, frontale e profondamente umana. Il brano viene presentato come una canzone contro tutte quelle persone che cercano vantaggi e benefici personali inventando sentimenti che, in realtà, non esistono. È un tema molto forte, perché non riguarda soltanto il tradimento affettivo, ma una forma più ampia di manipolazione: usare l’emozione come maschera, fingere legami per ottenere qualcosa, trasformare la vulnerabilità altrui in terreno di conquista.

Il titolo, “Toda Mi Ira”, non lascia spazio a interpretazioni pacificate. Qui la rabbia non viene nascosta, sublimata o resa elegante: viene presa di petto e trasformata in materia metal. Tuttavia, il brano non sembra muoversi in una rabbia cieca o generica. Al contrario, la sua forza nasce proprio dalla precisione del bersaglio: la falsità emotiva, l’opportunismo, la capacità di certe persone di costruire sentimenti artificiali solo per trarne profitto.

Dal punto di vista musicale, la band conferma la propria identità: un metal serio, diretto, emotivo, costruito su potenza strumentale e intensità interpretativa. Entre Fuego y Sombras viene descritto come un disco capace di trasformare ferite reali, ingiustizia, perdita, rabbia e mancanza di opportunità in musica pesante e sincera. “Toda Mi Ira” sembra quindi funzionare come conclusione naturale del percorso: non una chiusura accomodante, ma un ultimo atto di esposizione.

Il brano possiede una qualità catartica. Non vuole semplicemente denunciare, ma liberare. La rabbia diventa energia, il dolore diventa struttura, la frustrazione trova una forma che può essere condivisa. In Ad Hominem dimostrano ancora una volta di non usare il metal come semplice esercizio di stile, ma come linguaggio necessario per raccontare ciò che brucia.

“Toda Mi Ira” è una chiusura potente e coerente: un brano che non chiede comprensione a chi ha ferito, ma restituisce dignità a chi ha attraversato il danno. Una traccia intensa, viscerale e profondamente vera.


Aric Coyote – “Born to Be Free”

Con “Born to Be Free”, Aric Coyote continua a costruire il proprio immaginario di all-American rocker legato ai temi della libertà, della strada, dell’estate e della ricerca di un destino personale. Dopo brani come “Summer Winds” e “Summer of Seventeen”, l’artista statunitense torna con una canzone che già dal titolo dichiara il proprio orizzonte: nascere per essere liberi.

Il brano si inserisce perfettamente nella tradizione del classic American rock: chitarre aperte, senso melodico diretto, immaginario da viaggio, energia positiva e un’idea di canzone pensata per accompagnare momenti di passaggio. Aric Coyote non cerca di reinventare radicalmente la forma rock; piuttosto, ne recupera una funzione antica e ancora efficace: dare voce al desiderio di movimento, di possibilità, di fuga verso qualcosa di più autentico.

“Born to Be Free” funziona perché abbraccia senza ironia un sentimento universale. In un’epoca spesso cinica, frammentata e disillusa, scrivere un inno alla libertà può sembrare quasi fuori tempo. Eppure è proprio questa sincerità a dare forza al brano. La libertà, qui, non è uno slogan astratto, ma una condizione emotiva: il bisogno di non restare intrappolati, di continuare a cercare, di credere che esista ancora una strada aperta davanti a noi.

La canzone sembra parlare a chi ama il rock classico nella sua dimensione più luminosa e narrativa: quel rock che appartiene alle highway, ai finestrini abbassati, alle chitarre che accompagnano un cambiamento interiore. La produzione e l’attitudine suggeriscono una musica fatta per essere ascoltata ad alto volume, ma anche per essere riconosciuta come parte di una memoria emotiva collettiva.

Con “Born to Be Free”, Aric Coyote conferma una poetica chiara e coerente. Il suo rock non cerca maschere, non punta sull’ambiguità, ma su un sentimento diretto e comunicativo. È musica per chi continua a credere nella possibilità di ripartire, anche quando la strada è lunga e il mondo sembra aver perso parte della propria innocenza.


John Bolsoi – “Maze of Dreams”

Con “Maze of Dreams”, John Bolsoi propone un brano dalla forte ambizione cinematografica, costruito come un punto di incontro tra orchestrazione, rock moderno, gothic pop metal e immaginario multimediale. La traccia fa parte di un progetto più ampio, Loveath / Laberintos de Amoruerte, che si estende tra musica, libri, visual storytelling e produzioni audiovisive, confermando la volontà dell’artista di costruire non solo canzoni, ma un universo narrativo.

Il brano ha già raccolto attenzione internazionale, tra radio, magazine e curatori, ed è stato selezionato per rotazione su Breaking Sound Radio negli Stati Uniti. Ma al di là dei riscontri, ciò che colpisce è l’identità della proposta: “Maze of Dreams” viene descritta come un campo di battaglia ad alta definizione in cui l’eredità raffinata della sala da concerto incontra il ruggito primordiale dello stadio. È una definizione efficace, perché restituisce la doppia natura del pezzo: eleganza orchestrale e impatto arena rock.

La componente femminile vocale sembra giocare un ruolo centrale, dando al brano una dimensione drammatica, emotiva e teatrale. I riferimenti a un’estetica vicina a Evanescence aiutano a collocare la traccia in una zona gothic rock/pop metal, ma “Maze of Dreams” punta a una scala più ampia, quasi da soundtrack epica. Non è solo una canzone: è una scena, un capitolo, una soglia narrativa.

Il titolo richiama un labirinto onirico, un luogo in cui desiderio, perdita, visione e disorientamento convivono. In questo senso, la struttura sonora sembra riflettere l’idea di un percorso complesso, fatto di aperture orchestrali, tensioni rock, crescendo emotivi e una dimensione melodica fortemente comunicativa.

“Maze of Dreams” convince per la sua capacità di pensare in grande senza perdere accessibilità. È una traccia progettata per attraversare confini: rock, pop metal, orchestrazione, storytelling, media diversi. John Bolsoi dimostra una visione molto chiara: trasformare la canzone in parte di un mondo più vasto, dove musica e narrazione procedono insieme.


Marco Petruzzella – “Un grammo di separazione”

Con “Un grammo di separazione”, Marco Petruzzella lavora su un concetto tanto semplice quanto potente: la distanza è un’illusione. Da questa frase nasce una canzone che sembra interrogare il rapporto tra vicinanza e assenza, tra legame e separazione, tra ciò che crediamo lontano e ciò che invece continua ad agire dentro di noi.

Il titolo è molto riuscito. “Un grammo di separazione” suggerisce una distanza minima, quasi impercettibile, ma comunque capace di pesare. Un grammo è poco, eppure esiste. È una misura lieve, ma concreta. La separazione diventa così qualcosa di sottile, non necessariamente spettacolare, ma sufficiente a modificare la percezione di una relazione, di un ricordo, di una presenza.

Petruzzella si muove nel territorio del pop-rock italiano, con una sensibilità che sembra unire immediatezza melodica e ricerca testuale. Dopo il riconoscimento ottenuto con “Tiziano”, entrato nelle Groover Charts Italian/International, e il percorso legato al Premio InediTO e al premio LCE, l’artista conferma un’attenzione particolare alla parola e alla costruzione emotiva.

“Un grammo di separazione” può essere letto come una canzone sulla persistenza dei legami. La distanza fisica, emotiva o temporale non cancella ciò che ha avuto peso. Anzi, a volte proprio l’assenza rende più chiaro ciò che continua a esistere. Il brano sembra muoversi dentro questa ambivalenza: il desiderio di superare la separazione e la consapevolezza che, forse, ciò che ci unisce non ha mai davvero smesso di farlo.

È una traccia che punta sulla delicatezza più che sull’impatto frontale, cercando di trasformare una riflessione intima in un’immagine accessibile. Marco Petruzzella mostra una buona capacità di partire da un’intuizione poetica e farla diventare canzone, senza appesantirla con eccessi retorici.


Edik San – “Per Edgar Poe”

Con “Per Edgar Poe”, Edik San costruisce un omaggio audace e visionario a Edgar Allan Poe, trasformando la poesia gotica in un rituale sonoro che unisce opera italiana, EDM, industrial sinfonico e rock teatrale. Il brano fa parte di un progetto molto ambizioso: un album tributo horror rock opera & EDM dedicato a Poe, sviluppato in tredici versioni e dieci lingue diverse.

La versione italiana scelta per il videoclip ufficiale assume un valore particolare. La lingua italiana porta con sé un immaginario operistico naturale, e Edik San lo sfrutta per amplificare il tono drammatico della composizione. Le vocalità appassionate e solenni dialogano con una base pesante, elettronica, industriale, in cui si possono percepire suggestioni vicine alla monumentalità di Rammstein e alla tensione sinfonica di Apocalyptica.

“Per Edgar Poe” non è una semplice canzone tributo. È piuttosto un esperimento di traduzione culturale: prendere l’universo di Poe — l’ossessione, il lutto, il terrore, la bellezza malata, la vertigine della mente — e portarlo dentro una forma musicale ibrida, contemporanea e teatrale. La componente EDM non alleggerisce il brano, ma gli dà una spinta rituale, quasi da cerimonia gotica futurista.

Il punto di forza del progetto di Edik San è proprio la sua mancanza di confini. L’artista lavora su un catalogo multilingue e concettuale che attraversa generi, culture e immaginari, passando dal disco al neo-soul, dal reggaeton all’horror opera. In questo contesto, “Per Edgar Poe” appare come una delle sue operazioni più scenografiche e oscure.

Il risultato è una traccia potente, barocca, teatrale, forse volutamente eccessiva, ma coerente con il materiale di partenza. Poe non è mai stato minimalista nella sua capacità di evocare abissi interiori: Edik San lo celebra con un brano che vuole essere grande, cupo e senza frontiere.


Animated Mayfly Festival – “Crystal Skull Persuasion”

Con “Crystal Skull Persuasion”, gli Animated Mayfly Festival portano nell’editoriale una forma di indie/alt rock volutamente imperfetta, spontanea e anti-patinata. Il progetto, nato tra Stati Uniti e Corea del Sud, ama registrare con chi è disponibile, usando strumenti reali, persone reali e un approccio che rifiuta la slickness, le voci intonate artificialmente e l’ossessione per la perfezione digitale.

Il brano viene presentato attraverso un’immagine quasi narrativa: un personaggio con deerstalker, anacronistico ma determinato, un eroe imperfetto fuori dal suo tempo e forse proprio per questo avanti rispetto al suo tempo. È un concept laterale, ironico e affascinante, che suggerisce una canzone più interessata al carattere che alla forma convenzionale.

“Crystal Skull Persuasion” sembra muoversi in una dimensione da vecchio 45 giri indie/alt rock suonato su un giradischi portatile Fisher Price: una definizione che racconta perfettamente l’estetica della band. C’è un gusto per il lo-fi emotivo, per il coro spontaneo, per il suono che conserva margini ruvidi e umani.

Il titolo stesso evoca un immaginario bizzarro: teschi di cristallo, persuasione, archeologia pop, mistero da avventura vintage. Ma la band non sembra voler costruire una mitologia pesante; piuttosto gioca con frammenti culturali, personaggi e immagini, lasciando che la canzone diventi un oggetto curioso, un piccolo reperto indie fuori standard.

Gli Animated Mayfly Festival convincono perché rivendicano una dimensione comunitaria e artigianale della musica. “Crystal Skull Persuasion” non cerca di sembrare perfetta: cerca di sembrare viva. E in un panorama spesso eccessivamente levigato, questa è una scelta preziosa.


Voce Fuori Campo – “Come Non Mai”

Con “Come Non Mai”, Voce Fuori Campo firma un brano sospeso tra elettronica, chitarre, atmosfere cinematiche e scrittura introspettiva, costruendo un paesaggio sonoro che non racconta una storia lineare, ma un territorio di interferenze. Luci artificiali, relazioni che si stringono troppo, disallineamento e immaginario alieno diventano strumenti per raccontare una condizione profondamente contemporanea: essere dentro le cose senza appartenervi davvero.

Il punto più interessante del brano è il modo in cui ribalta il significato comune del titolo. “Come non mai” non indica un picco positivo, ma un’intensità fuori controllo, una pressione che cresce proprio quando dovrebbe fermarsi. È una formula quotidiana trasformata in segnale d’allarme: non siamo al massimo della felicità, ma al massimo della saturazione.

Il riferimento a Thomas Jerome Newton, protagonista de L’uomo che cadde sulla Terra, aggiunge una chiave di lettura molto forte. L’alieno non è qui fantascienza, ma metafora della condizione umana contemporanea: osservare il mondo dall’interno e dall’esterno allo stesso tempo, cercare contatto e insieme sentire il bisogno di sottrarsi.

Anche l’artwork, con una figura isolata in un paesaggio estraneo, amplifica questa sensazione di sospensione. Tutto sembra muoversi, ma il soggetto resta immobile; tutto si avvicina, ma proprio per questo aumenta la distanza.

Dal punto di vista sonoro, la fusione di elettronica, chitarre e atmosfera cinematica permette al brano di oscillare tra movimento e introspezione. “Come Non Mai” non cerca l’immediatezza più semplice, ma una forma di disagio elegante, capace di raccontare la crisi dell’appartenenza con un linguaggio moderno e visivo.


Asylum Road – “Desolate”

Con “Desolate”, in uscita il 23 luglio 2026, gli nordirlandesi Asylum Road aprono il percorso verso la loro terza release con un brano che prosegue e rafforza il loro sound groove-driven modern metal. Dopo un secondo EP capace di superare le 100.000 visualizzazioni e i 10.000 stream, con passaggi su BBC Introducing, Primordial Radio e TotalRock, la band arriva a questa nuova fase con una credibilità live e mediatica in crescita.

I riferimenti dichiarati — Lamb of God, Pantera, Chimaira — chiariscono subito la direzione: riff pesanti, groove serrato, impatto fisico, una scrittura metal costruita per il palco e per il movimento collettivo. “Desolate” già dal titolo suggerisce una dimensione di aridità emotiva, devastazione e isolamento, ma probabilmente tradotta in una forma sonora più muscolare che depressiva.

La forza degli Asylum Road sembra stare nella capacità di unire modernità e radici groove metal. Non si tratta di inseguire l’estremo fine a sé stesso, ma di costruire brani solidi, pesanti, adatti a un pubblico europeo di festival e support slot. La band dichiara infatti di voler espandere la propria presenza live nel Regno Unito e in Europa, e “Desolate” appare come un biglietto da visita perfetto per questa ambizione.

Il brano promette compattezza, precisione e un’aggressività controllata. È il tipo di metal che non si limita alla velocità, ma lavora sul peso del riff, sulla cadenza, sulla capacità di far muovere il corpo. In questo senso, Asylum Road si collocano in una tradizione che vede il groove come arma principale.

“Desolate” è una traccia da tenere d’occhio: pesante, diretta e pensata per consolidare il salto della band verso una dimensione live più ampia.


Marc Soucy / Antartica – “Charlie Backwards”

Con “Charlie Backwards”, Marc Soucy riporta alla luce l’energia dei Antartica, trio progressive fusion le cui performance live furono originariamente registrate nel 1982 e oggi raccolte in ANTARTICA LIVE, la prima collezione completa di esecuzioni rimasterizzate della band.

Il brano è stato scelto per introdurre l’energia e la musicalità dell’album, e la sua natura live è fondamentale. Qui non siamo davanti a un prodotto ricostruito in studio, ma a un documento di interplay reale, quasi privo di sovraincisioni, in cui progressive rock, jazz fusion e improvvisazione si incontrano nel momento stesso dell’esecuzione.

“Charlie Backwards” vive di quella qualità rara che appartiene alle band capaci di suonare davvero insieme: ascolto reciproco, rischio, prontezza, dinamica. La composizione non è soltanto scritta, ma attraversata da una tensione performativa. Si percepisce l’idea di musicisti che non riproducono meccanicamente una struttura, ma la abitano, la spingono, la modificano attraverso l’interazione.

Il contesto storico è importante. Le registrazioni risalgono al 1982, un periodo in cui la fusion progressiva aveva già alle spalle grandi stagioni, ma poteva ancora vivere in forme personali e meno codificate. La rimasterizzazione permette oggi di recuperare non solo il suono, ma anche l’entusiasmo di una band in movimento.

Per chi ama la musica strumentale avventurosa, la composizione progressiva e l’alto livello esecutivo, “Charlie Backwards” è una scoperta preziosa. Non ha il sapore della nostalgia sterile, ma quello del documento vivo: una performance che torna a respirare dopo decenni.


Jeff Escude – “Illusion”

Con “Illusion”, Jeff Escude propone una traccia strumentale che accompagna l’ascoltatore in un viaggio attraverso tempo, spazio e umore. Il brano si muove in una dimensione rock moderna, ricca di sfumature, costruita sull’interazione tra le chitarre e il basso di Escude e il contributo fondamentale di Jordan Perlson a batteria e percussioni.

La parola “Illusion” suggerisce immediatamente una realtà instabile, un gioco percettivo, un movimento tra ciò che appare e ciò che si nasconde. La musica sembra sviluppare proprio questa idea: momenti di nuance, cambi d’atmosfera, passaggi intriganti che non si consegnano tutti al primo ascolto.

Il contributo di Jordan Perlson è descritto come un apporto importante al mondo del modern rock, e si può intuire come la componente ritmica giochi un ruolo centrale. In una traccia strumentale di questo tipo, la batteria non è semplice accompagnamento, ma motore narrativo: crea spazio, tensione, spostamenti, dinamiche.

Le chitarre e il basso di Jeff Escude sembrano invece costruire la parte più melodica e atmosferica del brano, muovendosi tra potenza e dettaglio. “Illusion” non appare come una traccia pensata solo per dimostrare abilità strumentale, ma come un viaggio sonoro che cerca equilibrio tra tecnica e immaginazione.

È una proposta interessante per chi ama il rock strumentale con una forte componente esplorativa. Un brano che non ha bisogno di parole per suggerire immagini, deviazioni e paesaggi interiori.


abide – “done”

Con “done”, gli abide proseguono il proprio percorso nel nu metal contemporaneo, ispirato all’intensità e alla nostalgia dei primi anni Duemila. La band, con base a Marsiglia e legata a Moth Lake Records, arriva a questo terzo singolo confermando una direzione chiara: recuperare l’impatto emotivo e fisico del nu metal, ma rileggerlo attraverso una sensibilità attuale.

Il titolo “done” è secco, definitivo, quasi una chiusura pronunciata a denti stretti. Può indicare esaurimento, rottura, fine di una relazione, di una fase o di una sopportazione. In ambito nu metal, una parola così breve può diventare detonatore perfetto: il punto in cui la tensione accumulata non viene più contenuta.

La forza del genere, quando funziona, è proprio questa: unire riff pesanti, groove, rabbia emotiva, vulnerabilità e senso di alienazione generazionale. Gli abide sembrano collocarsi in questa linea, prendendo l’eredità dei primi anni Duemila non come semplice revival estetico, ma come linguaggio ancora capace di raccontare frustrazione e disagio.

“done” promette una traccia compatta, pesante, diretta, costruita attorno a un sentimento di saturazione. Non c’è bisogno di un titolo lungo o di un concept elaborato: basta una parola per dire che il limite è stato raggiunto.

Gli abide confermano così una proposta nu metal moderna, pronta a svilupparsi tra nuove uscite e live show. Una band da seguire per chi sente ancora viva quella miscela di pesantezza, groove e confessione rabbiosa che ha segnato un’intera generazione.


I Tend the Light – “One Need Not be a Chamber”

Con “One Need Not be a Chamber”, I Tend the Light, progetto sperimentale del multi-strumentista Winslow Wake, firma una delle proposte più inquietanti e concettualmente dense di questa selezione. Il brano prende il titolo da una poesia di Emily Dickinson del 1862 e utilizza registrazioni EVP, cioè fenomeni vocali elettronici, per esplorare i fantasmi che portiamo dentro di noi.

Il concetto è potentissimo: non sono gli spettri esterni a fare più paura, ma le presenze che abitano i corridoi della mente. Dickinson scriveva che il cervello ha corridoi che superano i luoghi materiali, e I Tend the Light sembra trasformare questa intuizione in un paesaggio sonoro fatto di tensione prolungata, spazi vuoti, ripetizione e pesantezza quasi industriale.

Winslow Wake dichiara di aver voluto esplorare quanta tensione fosse possibile creare con un riff principale, quanta ripetizione e quanto spazio si potessero sostenere prima della rottura. L’idea di costruire una sorta di doom song usando un 808 aggiunge un elemento ulteriore di ibridazione: elettronica, metal, industrial, post-rock e horror psicologico si contaminano in una forma personale.

Il video, realizzato con immagini rielaborate da The Cremator di Juraj Herz, capolavoro psicologico del 1969, amplifica la dimensione disturbante del brano. I temi del decadimento mentale e della banalità del male diventano una lente perfetta per osservare l’oscurità interiore evocata dalla canzone.

“One Need Not be a Chamber” non è una traccia facile né rassicurante. È un’esperienza di discesa, un brano che lavora sul disagio e sulla durata, più interessato a costruire un senso di infestazione che a offrire una liberazione immediata. Proprio per questo risulta affascinante: perché osa abitare lo spazio della paura interna, quella che non ha bisogno di apparire come fantasma per essere reale.

I Tend the Light conferma una personalità underground molto forte, capace di unire letteratura, cinema, sperimentazione sonora e pesantezza in un progetto sorprendentemente compiuto.


Outro

Questo editoriale multigenere conferma quanto la musica indipendente possa ancora essere un luogo di ricerca reale. Dalla rabbia metal degli In Ad Hominem alla libertà classic rock di Aric Coyote, dalla monumentalità di John Bolsoi alla delicatezza concettuale di Marco Petruzzella, ogni artista porta con sé un’urgenza specifica, una visione, un modo diverso di abitare il suono.

Edik San trasforma Poe in opera elettronica gotica, Animated Mayfly Festival recuperano il valore dell’imperfezione indie, Voce Fuori Campo racconta l’alienazione contemporanea, Asylum Road affilano il groove metal, Marc Soucy riporta alla luce una preziosa performance progressive fusion del 1982, Jeff Escude costruisce un viaggio strumentale tra spazio e illusione, abide rilancia il nu metal come linguaggio emotivo ancora attuale, mentre I Tend the Light porta l’ascoltatore nei corridoi più oscuri della mente.

Generi diversi, geografie diverse, estetiche diverse. Eppure, tutti questi brani dimostrano che la musica continua a essere una forma di resistenza alla superficialità: può essere rabbia, memoria, racconto, rito, libertà, incubo o rinascita. Può ancora disturbare, consolare, scuotere, accompagnare. Può ancora aprire porte.

Ed è proprio lì, dietro quelle porte, che Vault Lab continua a cercare.

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