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Murder of Fireflies

Recensione

Con Murder of Fireflies, progetto guidato da Mitchel Johnson, ci troviamo davanti a una visione dell’elettronica che rifiuta la freddezza del genere inteso come puro esercizio digitale. Il comunicato stampa è molto chiaro nel definire la sua posizione: dove molta electronica termina, Murder of Fireflies comincia. È una frase efficace, perché introduce subito l’idea di un progetto che non si accontenta di lavorare su beat, texture sintetiche e programmazione, ma cerca di allargare il campo sonoro attraverso strumenti reali, musicisti esterni e una concezione più organica della produzione.

L’elemento distintivo di Murder of Fireflies sta proprio in questa scelta: non limitarsi a imitare strumenti acustici tramite tecnologia, ma coinvolgere musicisti veri, performance reali, timbri fisici. Questo approccio permette alla musica di respirare in modo diverso. Le parti programmate non vengono eliminate, ma messe in dialogo con una materia viva, più imprevedibile, capace di dare profondità e movimento a paesaggi sonori che altrimenti rischierebbero di restare confinati in una dimensione puramente elettronica.

Mitchel Johnson sembra muoversi in una zona di confine tra composizione, produzione moderna e sensibilità strumentale. Il suo lungo percorso di studio presso il Berklee College of Music, dove ha approfondito nel tempo diversi aspetti della produzione musicale contemporanea, emerge come un dato importante: non siamo davanti a un progetto improvvisato, ma a un autore che costruisce la propria identità attraverso studio, ricerca e pratica costante.

La musica di Murder of Fireflies appare quindi come una forma di electronica espansa, più vicina all’idea di paesaggio che a quella di semplice traccia. Il termine “soundscape” usato nel press kit è particolarmente adatto: le composizioni sembrano pensate come ambienti da attraversare, non soltanto come brani da ascoltare. C’è una componente sensuale, immersiva, quasi liquida, in cui i suoni non vengono organizzati soltanto per funzione ritmica o melodica, ma per densità, colore e atmosfera.

Il pregio maggiore del progetto è la capacità di rendere l’elettronica meno chiusa in sé stessa. Murder of Fireflies non respinge la tecnologia, ma la usa come punto di partenza per creare un dialogo con l’umano: mani sugli strumenti, respiri, dinamiche, imperfezioni, interazioni tra musicisti. In questo senso, il progetto può parlare tanto agli appassionati di elettronica più ricercata quanto a chi cerca nella musica strumentale una componente emotiva e organica più marcata.

La proposta di Mitchel Johnson si distingue anche per una certa ambizione compositiva. Non sembra puntare alla gratificazione immediata del singolo da playlist, ma alla costruzione di un universo sonoro riconoscibile, stratificato, capace di rivelarsi progressivamente. È musica che chiede disponibilità all’ascolto, ma che proprio per questo può offrire un’esperienza più duratura e personale.

Murder of Fireflies è dunque un progetto interessante perché prova a spostare l’electronica fuori dai suoi automatismi più prevedibili. La programmazione resta, ma non domina; la tecnologia sostiene, ma non sostituisce; il suono elettronico si apre a una dimensione fisica, collaborativa, quasi cameristica.

Una proposta raffinata, sensuale e fuori dagli schemi, capace di suggerire una strada diversa per l’elettronica contemporanea: meno macchina, più organismo; meno superficie, più profondità.

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