Recensione
Con JBNG, il grunge non viene trattato come un reperto nostalgico da museo, ma come una lingua ancora viva, ruvida e capace di parlare al presente. La band, proveniente da Vancouver, British Columbia, si presenta con un’identità fortemente radicata nel rock alternativo, nella fisicità del grunge e in una scrittura che sembra voler mantenere acceso il legame con gli anni Novanta senza limitarsi a copiarne la superficie estetica. Il press kit definisce il progetto come una grunge rock band from Vancouver, BC, e già dall’impostazione visiva in bianco e nero, dai font massicci e dall’immaginario da vinile consumato emerge una chiara volontà di collocarsi dentro una tradizione sonora sporca, diretta e autentica.
Il cuore del progetto è Jaben John Groome, nato a Surrey, in Canada, musicista con un percorso particolare: prima bassista e collaboratore di diversi artisti, poi fondatore della propria realtà, JBNG Music Ltd., attraverso cui ha scritto e prodotto tre album registrati presso gli Echoplant Studios. Questa dimensione imprenditoriale e artigianale è importante, perché racconta una band costruita non su un’operazione di facciata, ma su anni di lavoro, studio, registrazioni e crescita graduale.
La discografia recente mostra una produttività notevole. ** Meh **, registrato nel 2015 e pubblicato solo nell’aprile 2024, rappresenta il debutto ufficiale; ** Run **, uscito nel novembre 2024, consolida l’identità del progetto; ** Run Unplugged **, pubblicato nel dicembre dello stesso anno, rilegge quel materiale in una veste più morbida e accessibile; mentre ** Run Live at the Biltmore ** cattura l’energia del release show del 10 dicembre 2024 al Biltmore Cabaret di Vancouver.
È proprio questa doppia anima — elettrica e unplugged, studio e live, aggressione e vulnerabilità — a rendere JBNG interessante. Il grunge, nella loro proposta, non è solo distorsione o pesantezza, ma un modo di raccontare fragilità, disagio, tensione e resistenza. Il formato unplugged, pensato anche per chi non ama il rock più pesante e preferisce un ascolto più morbido, suggerisce una scrittura che può reggere anche quando viene privata della sua corazza elettrica.
Il disco ** Run ** sembra occupare una posizione centrale nel percorso della band. I titoli dei brani — da “Narrator” a “Brutus”, da “Barely Know You” a “See You in Hell”, fino a “Alone” e “Pheromones” — indicano un immaginario fatto di tensioni personali, relazioni spezzate, alienazione e rabbia trattenuta. Non siamo davanti a un rock leggero o decorativo: JBNG lavora su emozioni dense, spesso abrasive, ma lo fa con una forma abbastanza diretta da risultare immediatamente comunicativa.
La presenza di Monique Angele alla voce, accanto a Jaben Groome, aggiunge ulteriore dinamica alla formazione attuale, che comprende anche Tim Charman alla chitarra ritmica, Matt Koopman alla batteria, Derrick Carroll alla chitarra solista e Rob Thomson al basso. Questa struttura a sei elementi permette al progetto di assumere un corpo più pieno, più da band vera e propria, con una dimensione live potenzialmente molto solida.
Interessante anche il prossimo capitolo, ** Breathe **, annunciato per il 2026 come una serie di dieci singoli consecutivi a partire da marzo, accompagnati da una versione unplugged registrata in studio. È una scelta discografica moderna, pensata per mantenere alta l’attenzione nel tempo, ma anche coerente con un progetto che sembra voler esplorare il proprio materiale da più angolazioni. Titoli come “Many Moons”, “Bite My Head Off”, “Born Alone Die Alone”, “Perpetual Midlife Crisis” e “Downtown Dream” fanno pensare a un lavoro ancora fortemente legato al conflitto interiore, alla crisi esistenziale e a una certa ironia amara tipica del rock alternativo.
La ricezione critica sembra già incoraggiante: il press kit riporta commenti che sottolineano come JBNG tenga viva la fiamma del grunge, raccogliendo frammenti dell’eredità delle grandi band anni Novanta, e segnala oltre 100.000 stream su Spotify, con “Barely Know You” vicina alla stessa soglia di ascolti. Questo dato suggerisce una crescita reale, non solo promozionale: JBNG sta costruendo una fanbase progressiva, partendo da un linguaggio sonoro riconoscibile ma capace di dialogare con l’ascoltatore contemporaneo.
Il rischio, per una band dichiaratamente grunge oggi, è sempre quello di restare intrappolata nel revival. JBNG, invece, sembra avere dalla sua una sincerità di fondo: il progetto non appare costruito per imitare un’epoca, ma per recuperare un’attitudine. C’è il gusto per il riff sporco, per le melodie malinconiche, per le dinamiche tra quiete e distorsione, ma anche una volontà di raccontare un percorso personale, fatto di fatica, scrittura, autoproduzione e presenza scenica.
In definitiva, JBNG è una band che parla a chi sente ancora il grunge come una forma emotiva prima ancora che musicale: una maniera di stare nel suono con imperfezione, rabbia, vulnerabilità e corpo. Tra album elettrici, versioni unplugged e registrazioni live, il progetto mostra una versatilità che potrebbe diventare il suo vero punto di forza.
Una proposta solida, ruvida e sincera, capace di tenere insieme memoria alternativa e urgenza contemporanea. JBNG non reinventa il grunge, ma lo riporta in circolo con energia, mestiere e una credibilità che merita attenzione.
