Ci sono artisti che non costruiscono semplicemente canzoni, ma luoghi interiori. Spazi abitati da ricordi, rovine, fedeltà invisibili, immagini sopravvissute al tempo. Nel percorso di Niemandsrose e Vostok, la musica non nasce come esercizio di stile, né come semplice appartenenza a una scena: prende forma piuttosto come necessità, come tentativo di dare voce a ciò che resta ai margini della memoria individuale e collettiva.
Da un lato, Vostok rappresenta lo spazio dell’assenza, della malinconia personale, delle relazioni perdute o sospese, trasformate in canzoni intime, essenziali, attraversate da arpeggi e melodie dal passo discreto. Dall’altro, Niemandsrose amplia lo sguardo verso una memoria storica più vasta, dove la tragedia, il paesaggio, la guerra, la disciplina, il mito e la dignità degli uomini dimenticati diventano materia sonora, simbolica e spirituale.
In entrambi i progetti si avverte una tensione comune: il rifiuto della superficie, dell’ironia facile, del consumo rapido delle immagini e delle emozioni. La musica diventa così un gesto di resistenza contro l’oblio, un modo per restituire peso alle cose, ai nomi, ai luoghi e alle ferite che il presente tende a cancellare. Non c’è volontà di compiacere tutti, né di semplificare ciò che nasce complesso; c’è, piuttosto, la ricerca di una verità emotiva capace di restare addosso.
Tra Paul Celan, Mario Rigoni Stern, Guareschi, il cinema di Miyazaki, le architetture futuriste di Sant’Elia, il brutalismo, le rovine di Anselm Kiefer e l’immaginario della storia europea, l’autore di questi progetti traccia una geografia personale in cui documento e mito si incontrano. La realtà non viene mai abbandonata, ma trasfigurata: una lapide, un motto militare, una fotografia, una stazione di confine, una chitarra accordata in Drop D possono diventare l’origine di un linguaggio.
Quella che segue è dunque una conversazione sulla musica come memoria, sul rapporto tra intimità e storia, sulla responsabilità dei simboli e sulla necessità di creare opere che non siano decorative, ma necessarie. Un dialogo con un artista che sembra muoversi costantemente tra due poli: la canzone come confessione privata e il suono come paesaggio storico, tra la rosa di nessuno e l’uomo che guarda oltre l’orizzonte.
identità e origine dei progetti
Quando e perchè nascono Niemandsrose e Votok? qual’è stata la scintilla iniziale per ciascuno.
Vostok e Niemandsrose nascono da due esigenze diverse ma complementari.
I Vostok sono nati in una fase di cambiamento importante della mia vita. Avevo bisogno di esprimere quello sentivo all’epoca e avevo bisogno di un “luogo” in cui lavorare sulla memoria personale, su relazioni e la malinconia, lo “spazio dell’assenza” che non mi ha mai abbandonato. Quello spazio dell’assenza sono i Vostok.
Niemandsrose, invece, è un progetto nato mentre registravo il secondo album dei Vostok. In studio di registrazione mi accorsi che due canzoni non erano adatte al progetto Vostok e le esclusi dall’album. Poco dopo la necessità di andare oltre la sfera personale e lavorare su una memoria più ampia si fece spazio. La passione per la storia ha fatto il resto. Così è nato l’ep Stalingrad che pubblicai in piena pandemia. E’ sicuramente un progetto più concettuale dove la musica diventa un documento che evoca fatti e persone apparenteente lontane nello spazio tempo ma che io sento davvero molto vicine.
la scintilla per entrambi è stata la stessa, ovvero il bisogno di dare forma a immagini e sensazioni che non riuscivo ad esprimere in modo diretto.
in una frase cosa sono Niemandsrose e Vostok?
i Niemandsrose sono memoria storica che si trasforma in un paesaggio sonoro.
I Vostok sono la mia memoria emotiva in formato canzone.
Cosa significa per te il nome Niemandsrose? E “Vostok”? (origine, simbolo, riferimento culturale)
Niemandsrose viene da Die Niemandsrose di Paul Celan, uno dei miei poeti di riferimento. Mi colpiva l’idea della “rosa di nessuno”, qualcosa di bello, vivo e sacro che non appartiene a nessuno. Dentro quel nome ci sono solitudine, memoria, ferita, ma anche resistenza. Mi sembrava perfetto per una musica che cerca il lato umano dentro le rovine.
Vostok, invece, guarda altrove. Al cosmo, al futuro, al desiderio di superare i limiti, l’esplorazione. Fa riferimento ovviamente al programma spaziale sovietico e la capsula Vostok 1 che portò Yuri Gagarin nello spazio. È un nome freddo e tecnico, ma anche pieno di romanticismo moderno. L’uomo che guarda oltre l’orizzonte, col sorriso di Yuri.
Ci sono stati “prototipi” o progetti precedenti che hanno portato a questi due?
Sì. Il mio background arriva dal death metal, che in apparenza può sembrare molto distante da ciò che faccio oggi, ma in realtà non lo è affatto. Cambiano i mezzi espressivi, non l’intensità, il senso del rito, la tensione emotiva. Potrei reinterpretare sia Vostok che Niemandsrose con distorsioni e volumi estremi senza tradirne la coerenza profonda.Per alcuni anni, soprattutto nei primi tempi dell’università, ho smesso quasi del tutto di suonare e ho lasciato da parte la musica. Non è stato un vuoto inutile…anzi è stato un periodo di riflessione, di ascolto e di maturazione personale. In quel periodo mi sono avvicinato al neofolk ampliando la mia cultura musicale. Quando sono tornato, avevo più chiarezza su cosa volevo dire e su come farlo.
2) Visione artistica e temi
Quali sono i temi ricorrenti (memoria, storia, identità, spiritualità, politica, paesaggio, ecc.)?
Direi memoria, identità, tempo, perdita, paesaggio interiore, storia vissuta dall’uomo comune, disciplina, nostalgia e ricerca di senso. Mi interessa il rapporto tra individuo e forze più grandi di lui. La guerra, la modernità, il declino, il desiderio, il sacro, il destino, la tradizione. In Niemandsrose questi temi emergono in forme più simboliche, storiche e rituali. In Vostok diventano più intimi, quotidiani, sentimentali.
C’è un “nucleo morale” o un’idea centrale che ti guida quando scrivi?
Restituire dignità a ciò che viene dimenticato. A chi viene dimenticato. Persone, luoghi, emozioni, storie minori, tutto ciò che il presente veloce tende a consumare e buttare via.Cerco sempre una forma di verità emotiva. Non mi interessa l’ironia né il cinismo contemporaneo. Preferisco il peso delle cose, anche quando è scomodo.
Come scegli i riferimenti (letteratura, filosofia, cinema, storia, folklore)?
Non li scelgo per prestigio culturale o per costruire un’immagine colta. Li scelgo quando sento una risonanza autentica. Può essere una poesia, la lettera di un soldato, una fotografia trovata per caso, un monumento dimenticato, un film, un paesaggio industriale, una tradizione popolare,la storia di un reduce. Cerco riferimenti vivi, non decorativi. Devono entrare nella musica trasformati, non appoggiati sopra come un ornamento.
Quali autori o opere ti hanno segnato davvero e in che modo entrano nella tua musica?
Mi hanno segnato autori e opere molto diversi tra loro, ma uniti da un elemento comune: il rapporto tra bellezza, tragedia e memoria. Mario Rigoni Stern mi ha insegnato lo sguardo umano sulla guerra e sulla montagna, la dignità silenziosa degli uomini dentro la storia. Giovannino Guareschi, anche attraverso la sua esperienza di prigionia, mi ha trasmesso ironia, forza morale e attaccamento alle radici… che poi è l’insegnamento che ho ricevuto da mio nonno materno.
“Niente di nuovo sul fronte occidentale” è un’opera fondamentale: mostra la guerra senza retorica, come distruzione della giovinezza e dell’innocenza. Allo stesso modo mi hanno colpito le vite di uomini come Adriano Visconti e di molti piloti della Prima e Seconda guerra mondiale. Uomini coraggiosi, la loro disciplina, il destino tragico e la fedeltà a un codice personale simile a quello dei samurai.
Nel cinema sicuramente Hayao Miyazaki. In molti suoi film convivono volo, tecnica, nostalgia, natura e malinconia. Opere come “Porco Rosso” e “si alza il vento” parlano direttamente a una parte del mio immaginario. Anche “Hiroshima mon amour” mi ha segnato profondamente per il modo in cui lega amore, trauma e memoria, così come “Uomini contro” per la sua durezza morale e antimilitarista.
Sul piano visivo e architettonico mi influenzano il razionalismo italiano e il futurismo di Antonio Sant’Elia. Linee pure, tensione verso il futuro, monumentalità e slancio. Nelle arti figurative sento molto vicine le opere di Anselm Kiefer, dove la storia diventa materia, rovina e paesaggio spirituale. Amo anche il brutalismo.
Infine Paul Celan, nelle sue poesie la parola è ferita, una luce minima dentro il disastro. È un’idea di linguaggio che sento profondamente. Tutto questo entra nella mia musica non come citazione diretta, ma come atmosfera, tensione etica, immagini interiori e modo di guardare il tempo da una prospettiva diversa e meno mainstream.

3) Suono e grammatica musicale
Quali strumenti usi e perché proprio quelli?
Non sono mai stato un feticista degli strumenti, delle pedaliere o della tecnologia in sé. Mi interessa ciò che uno strumento permette di esprimere, non il culto dell’attrezzatura. Non inseguo hardware o software particolari… cerco semplicità e immediatezza. Il centro di tutto, per me, è sempre stata la chitarra classica. Componevo con la chitarra classica anche quando suonavo death metal, cosa che può sembrare insolita ma per me è sempre stata naturale. Sono convinto che se un’idea regge in forma nuda allora ha valore anche quando cambia veste sonora. Ancora oggi parto quasi sempre da lì. Attualmente uso una Alhambra di fascia media, uno strumento affidabile e onesto che sento vicino al mio modo di lavorare. Mi basta avere tra le mani qualcosa che risponda bene: il resto viene dalle idee, non dall’equipaggiamento.
Qual è la tua “firma” timbrica? Cosa deve esserci perché tu dica “questo sono io”?
La mia firma timbrica, in fondo, è molto semplice: arpeggi e melodia. Ho bisogno che ci sia un movimento armonico vivo, qualcosa che respiri e accompagni, e sopra una linea melodica capace di restare impressa o di aprire uno spazio emotivo. Per me “questo sono io” quando sento equilibrio tra struttura e sentimento. Un arpeggio che cammina e una melodia che lo attraversa. Può essere dolce, epica, malinconica o scarna, ma deve avere quella tensione. In questo senso, qualche anno fa con Mina (i Vostok) abbiamo registrato quattro canzoni in presa diretta, solo chitarra e voce, che si possono ascoltare cercando “Vostok live from the basement” su YouTube. È un esempio molto sincero del mio approccio alla musica. Tolto quasi tutto, restano solo struttura, interpretazione ed emozione. Se elimino il superfluo e rimangono in piedi arpeggio e melodia, allora mi riconosco davvero.
Usi campionamenti? Field recordings? Archivi? Come li selezioni e li trasformi?
Assolutamente no. Non escludo in futuro di usarli però.
Come lavori sulla voce (se presente): scelta timbrica, interpretazione, distanza/emozione?
Non sono un cantante quindi quando la voce è presente nel progetto il mio ruolo è soprattutto quello di autore, regista emotivo e interlocutore creativo. Se ho in mente una melodia precisa o un certo andamento vocale ne parlo con l’artista che ho scelto e provo a trasmettere linee guida: intenzione, atmosfera, punti di tensione, misura emotiva. Mi interessa far capire il “perché” di una frase più che imporre un’esecuzione tecnica. Altre volte, invece, lascio carta bianca. Se scelgo una voce è perché credo nella sua personalità, quindi trovo giusto darle spazio e fidarmi della sua sensibilità. In generale cerco sempre di non soffocare il cantante. La voce deve restare viva, umana, con margini di libertà. Preferisco un’interpretazione vera, magari imperfetta, a qualcosa di corretto ma senza anima.
4) Metodo di scrittura e produzione
Come nasce un brano tipico: parti da un’idea ritmica, da una melodia, da un testo, da un’immagine?
Generalmente un mio brano nasce da una melodia che ho in testa oppure da un arpeggio trovato quasi per istinto sulla chitarra. È raro che parta dal ritmo o da un testo già scritto. Per me viene prima un movimento musicale che porta con sé già un’atmosfera. Spesso basta una piccola cellula melodica o una progressione di accordi arpeggiati, Comincio da li a capire che mondo contiene dentro. Se il nucleo è forte, il resto arriva dopo in modo naturale quindi struttura, dinamica, eventuale voce, parole, arrangiamento. In pratica il brano nasce quasi sempre da qualcosa di semplice e nudo. Se regge in quella forma essenziale, allora vale la pena svilupparlo.
Quanto conta la pre-produzione rispetto allo studio?
Per me la pre-produzione è molto importante, nel senso che arrivo quasi sempre in studio con le idee già chiare. Nella mia testa il brano esiste già in modo abbastanza definito: atmosfera, struttura, dinamiche e spesso anche molti dettagli sonori. Direi che all’80% suona già nitido e preciso prima ancora di essere registrato. Non avendo una band fissa, però, il passaggio in studio resta fondamentale. Gli strumentisti che coinvolgo spesso si trovano a dover interpretare, improvvisare o arrangiare sul momento alcune intuizioni che io porto in forma embrionale. In quel confronto il pezzo prende corpo reale. Quindi per me la pre-produzione serve a dare una direzione chiara, mentre lo studio è il luogo in cui quella visione incontra musicisti veri e acquista vita, sfumature e anche sorprese inattese.
Quando capisci che un brano è finito? Qual è il segnale?
Per come lavoro io, un brano è finito quando melodia, atmosfera ed emozione coincidono. Anche se resta imperfetto tecnicamente, se comunica ciò che deve comunicare preferisco fermarmi lì.
5) Discografia e tappe chiave (per capitolo “narrativo”)
Scegli 3 brani per progetto che “spiegano” tutto: quali e perché?
Se dovessi scegliere tre brani che raccontano bene il progetto Vostok partirei da “Bonjour Tristesse”. Già dal titolo c’è un mondo preciso: . L’ eleganza malinconica, la distanza emotiva, una certa leggerezza solo apparente. Il francese è una lingua che sento molto affine al mood dei Vostok, perché porta con sé fascino, nostalgia e misura. Poi direi “L’ultima notte” a cui sono molto legato soprattutto per il fraseggio principale di chitarra classica. In quel brano c’è un elemento essenziale per me ovvero una linea di chitarra che riesce da sola a creare un’ atmosfera e memoria. Infine “Le tue labbra” che rappresenta il lato più intimo e sensuale del progetto. È un brano dolce, vicino, quasi tattile. Mostra che Vostok non è solo malinconia o distanza, ma anche desiderio e delicatezza.




Per Niemandsrose sceglierei prima di tutto “Love Song in Stalingrad”. È praticamente il primo brano scritto per questo progetto e contiene già molte coordinate fondamentali. La storia, il sentimento, la tragedia,il romanticismo nelle rovine. È lungo, articolato, con un terzetto di violini e una fisarmonica malinconica che esprimono bene ciò che volevo trasmettere fin dall’inizio. Poi “Incocca, tende e scaglia” che è quasi l’opposto. Minimale, ridotto all’osso, pochi accordi e una melodia semplice. Mi interessa molto questo contrasto, perché dimostra che la forza emotiva non dipende dalla complessità. In quel caso volevo rendere omaggio ad alcuni eroi dell’aeronautica italiana con essenzialità e misura. Infine “Antonio Sant’Elia” che è probabilmente il brano più propriamente neofolk che abbia composto. Lì convergono musica, immaginario architettonico futurista, guerra e senso del destino storico. È un pezzo che chiarisce bene una delle anime del progetto.
6) Estetica visiva, artwork, simboli
Come scegli artwork e immaginario? Lavori con un’estetica coerente o cambi ogni era?
Quasi tutte le scelte estetiche più importanti nascono dal lavoro di mio fratello Francesco Argentiero, che ha avuto un ruolo centrale nel dare forma visiva ai miei progetti. È lui ad aver disegnato la copertina del primo CD dei Vostok, progettato la seconda e realizzato altre immagini, come quella legata a una cover dei Nirvana. Per Niemandsrose è successo qualcosa di simile. l’intero progetto grafico dell’EP nasce da una sua idea. Per l’album, invece, ho collaborato anch’io più direttamente, orientando il lavoro verso una grafica ispirata agli anni Venti, con un gusto più storico ed essenziale. Le grafiche delle t-shirt seguono un altro percorso. Partono da idee mie e commissiono il lavoro ad artisti stranieri che stimo, cercando di trasformare intuizioni e simboli in immagini forti.
Che rapporto hai con simboli, archetipi, uniformi/architetture, paesaggi, oggetti?
Li considero forme di linguaggio silenzioso. Prima ancora di essere “cose”, sono contenitori di memoria, tensione emotiva e visione del mondo. Mi interessano i simboli quando conservano forza autentica, non quando vengono usati come provocazione superficiale o decorazione vuota. Un simbolo riuscito concentra significati complessi in un’immagine semplice. Per esempio la croce dei Niemandsrose nasce da un incontro reale, l’ho trovata passeggiando nel cimitero dell’Antella vicino Firenze. Mi colpì immediatamente perché aveva una forza silenziosa, essenziale, non costruita. Non cercavo un logo ma l’ho riconosciuto quando l’ho visto. Allo stesso modo hanno un forte impatto su di me anche gli stemmi delle brigate e dei gruppi aerei dell’aeronautica italiana tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. In quei simboli sento una sintesi rara di stile, coraggio, spirito di corpo e immaginazione. Erano emblemi capaci di raccontare un’identità con pochi tratti netti. “Incocca, tende e scaglia”, ad esempio, prende il titolo dal motto del 1º Stormo Caccia. Descrive le tre fasi del tiro con l’arco: incastrare la freccia, tendere l’arco e lanciare. È un’immagine perfetta. il loro logo è un pellerossa che tende una freccia.
Preferisci un’estetica “documentaria” o “mitopoietica”?
Direi entrambe. Mi interessa partire dal reale, da qualcosa di documentato, concreto, accaduto davvero che sia una fotografia, un motto militare, una lapide, un edificio, una biografia, un oggetto sopravvissuto al tempo. Ho bisogno che ci sia un ancoraggio autentico. Però non mi basta il documento nudo. L’arte, per me, comincia quando quel materiale viene trasformato e acquisisce una dimensione più ampia, quasi simbolica. In quel momento il fatto diventa racconto, il dettaglio diventa archetipo, la cronaca diventa destino. Quindi direi base documentaria, esito mitopoietico. Non inventare miti dal nulla, ma riconoscere il potenziale mitico già nascosto nella realtà.
L’immagine viene prima o dopo la musica? Ti è mai capitato che un artwork cambiasse un brano?
La musica viene prima. L’immagine arriva dopo

Come vivi il rapporto con la scena: appartenenza, distanza, dialogo?/Con chi hai collaborato e cosa hai imparato da quelle collaborazioni?
Con umiltà sento di appartenere alla scena neofolk europea e di fare, nel mio piccolo, la mia parte. Non vivo questo rapporto come una questione di status o appartenenza formale, ma come un dialogo tra persone che condividono una certa sensibilità estetica e umana. È una scena fatta spesso di nicchie, distanze geografiche e percorsi individuali, ma proprio per questo i legami autentici contano molto. Ho avuto la fortuna di collaborare con Varunna, che considero uno degli artisti italiani del genere che stimo di più. Allo stesso modo mi ha fatto piacere lavorare con realtà più giovani come i tedeschi Zwischenlichten. Li considero eredi e possibile futuro di un genere che alcuni danno troppo frettolosamente per morto. Finché esistono nuove voci sincere, una scena resta viva. Nell’ultimo album dei Niemandsrose c’è anche una collaborazione con A Copy for Collapse. Daniele è un amico che sento praticamente ogni giorno, nonostante la distanza. Per me questo è importante, il dialogo non deve restare chiuso dentro i confini di genere, ma aprirsi quando c’è stima reciproca e visione comune. Quindi direi appartenenza sì, ma senza settarismo. Radici chiare, mente aperta.
Che tipo di collaborazioni rifiuti (se esistono)?
Non mi precludo quasi niente in partenza. Se c’è onestà, sincerità e un desiderio reale di creare qualcosa di vero, difficilmente possono nascere cose brutte. Per me conta molto di più l’intenzione che l’etichetta. Posso trovare affinità con un artista lontanissimo dal mio mondo sulla carta, se percepisco autenticità e visione. Le collaborazioni che tenderei a rifiutare sono semmai quelle costruite solo per opportunismo, posa o convenienza estetica. Quando manca sostanza e tutto nasce per calcolo, si sente subito.
C’è un artista con cui sogni di collaborare e perché?
Lisa Gerrard, e onestamente non credo ci sia bisogno di spiegare troppo il perché. La sua voce appartiene a una dimensione sacra che trascende lingua, genere e tempo. È una di quelle presenze artistiche che trasformano immediatamente tutto ciò che toccano. E’ bello poter sognare.
9) Contesto e responsabilità (se ci sono temi “sensibili”)
I tuoi progetti toccano temi storici/culturali complessi: come gestisci contesto e responsabilità?
Non suono per inseguire un consenso generico o per rendere tutto innocuo e digeribile a chiunque. Non parlo a tutti. Parlo alla “mia gente”, cioè a chi possiede gli strumenti, la sensibilità e l’intelligenza per capire i livelli del discorso senza fermarsi alla superficie. Ho sempre avuto fiducia nel fatto che esista un pubblico capace di leggere simboli, contesto, ambiguità e profondità senza bisogno di spiegazioni scolastiche continue. Chi cerca scorciatoie o giudizi immediati probabilmente non è il destinatario naturale di ciò che faccio, ed è giusto così. Ogni linguaggio ha il suo pubblico. Io ho il mio.
Ti è mai capitato di essere frainteso? Come lo hai gestito?
Quando lavori con simboli, storia, memoria e temi non semplificati è inevitabile e molti preferiscono etichettare invece di capire. Senza girarci intorno per certi ambienti di sinistra sono fascista, per certi ambienti di destra sono un comunista. Questo dice più dei loro schemi mentali che di me. Spesso chi reagisce così non ha compreso davvero né la mia persona né ciò che provo a esprimere artisticamente. Cerca una casella ideologica in cui infilarti, mentre il mio lavoro nasce proprio dal rifiuto delle letture automatiche e superficiali. Non sento il bisogno di convincere tutti. Mi interessa essere chiaro con chi ascolta in profondità.
10) Evoluzione personale e “due progetti, due necessità”
Come sei cambiato tra le prime uscite e le ultime?
Sono cambiato soprattutto nel modo di mettere a fuoco ciò che volevo dire. Nelle prime uscite c’era molta urgenza, istinto, forse anche il bisogno di affermare un’identità e di dimostrare qualcosa prima di tutto a me stesso. C’era energia grezza, immediatezza. Oggi cerco di essere più preciso, più nitido, sia musicalmente che sul piano simbolico ed emotivo.




Cosa ti permette Niemandsrose che Vostok non ti permette (e viceversa)?
Con Niemandsrose posso guardare l’uomo dentro la storia. Con Vostok posso guardare l’uomo dentro la vita di tutti i giorni.
11) Domande “da capitolo” (per ottenere citazioni perfette)
Se dovessi definire la tua musica come un luogo, quale sarebbe?
Se dovessi definire la mia musica come un luogo, direi una stazione di confine fuori dal tempo. Come la copertina di “la geometria delle abitudini”.
Se fosse un materiale (pietra, ferro, vetro, neve…), quale?
Ferro. È resistente, però non invulnerabile perchè cambia, si ossida, conserva le ferite.Mi riconosco in questa ambivalenza. Nella mia musica c’è spesso durezza e rigore, ma anche malinconia, erosione, memoria. Il ferro tiene insieme solidità e decadenza.
Qual è una frase che riassume la tua estetica e la tua etica artistica?
Se dovessi riassumere la mia estetica e la mia etica artistica con una frase, sceglierei una di Emil Cioran: “Ciò che non è straziante è superfluo.” Non la intendo come culto del dolore fine a sé stesso, ma come rifiuto del superficiale, del decorativo vuoto, dell’arte che non lascia segno. Mi interessa ciò che ferisce, smuove, mette in discussione, commuove o resta addosso. Per me l’arte deve avere necessità. Deve contenere una verità emotiva, anche scomoda. Tutto il resto rischia di essere semplice rumore.
Raccontami un episodio “piccolo” ma rivelatore (uno studio di notte, un suono trovato per caso, un errore diventato stile).
Un episodio piccolo ma per me rivelatore risale a quando avevo tredici anni. Lessi su una rivista di chitarra un articolo che spiegava alcune tecniche usate nel death metal, e lì scoprii il Drop D. Per molti poteva essere solo un dettaglio tecnico ovvero abbassare la sesta corda di un tono. Per me fu come aprire una porta. All’improvviso lo strumento rispondeva in modo diverso con più profondità, più tensione, più risonanza, nuove geometrie sotto le dita. Da allora ho composto quasi esclusivamente con quell’accordatura. Anche in contesti lontanissimi dal metal, è rimasta il mio terreno naturale. Molti pensano che lo stile dipenda da grandi scelte teoriche, mentre a volte nasce da un incontro casuale con una piccola modifica tecnica fatta da ragazzino. In un certo senso una parte del mio linguaggio musicale è nata lì in una stanza, con una rivista tra le mani e una corda abbassata di un tono.
Cosa vuoi che resti al lettore dopo aver chiuso il capitolo su di te? Vorrei che restasse soprattutto la curiosità di cercare la nostra musica e ascoltarci. Alla fine è questo che conta davvero. Le parole possono orientare, raccontare, chiarire un percorso, ma la verità di un progetto sta nei brani. Tutto il resto è contorno. Se dopo aver chiuso il capitolo qualcuno sentirà il bisogno di premere play, di ascoltare con attenzione e di entrare nel nostro mondo, allora il senso di queste pagine sarà compiuto.
