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Rorschach – Poly Armony / “Endless Lovers Story”

Recensione

Con Poly Armony , Rorschach si presenta come un progetto volutamente sfuggente, instabile, quasi impossibile da definire in modo definitivo. Il nome stesso sembra essere già una dichiarazione poetica: come nel celebre test psicologico da cui prende ispirazione, Rorschach non offre una forma chiusa, ma un’immagine aperta, ambigua, mutevole, che cambia a seconda dello sguardo — o, in questo caso, dell’ascolto.

Il comunicato stampa insiste su un concetto molto forte: Rorschach non vuole essere spiegato, ma attraversato. Ed è probabilmente questa la chiave migliore per avvicinarsi a Poly Armony, un disco descritto come “mai davvero finito”, volutamente incompleto, dove l’errore non viene nascosto, corretto o levigato, ma trasformato in linguaggio. Una premessa affascinante, perché colloca il progetto fuori dalla logica della perfezione produttiva e dentro una dimensione più irregolare, notturna, fragile e personale.

Musicalmente, Poly Armony sembra muoversi in territori volutamente contaminati: dark, synthwave, cantautorato obliquo, elettronica disturbata, deviazioni armoniche e strutture instabili. La forma-canzone non viene semplicemente utilizzata, ma continuamente messa in crisi. Una battuta in più, un cambio armonico spiazzante, un passaggio troppo lungo o troppo lento diventano parte integrante del discorso. Non siamo davanti a un disco che cerca la pulizia formale o il ritornello rassicurante: siamo davanti a una materia sonora che sembra volersi incrinare sotto gli occhi dell’ascoltatore.

Questa poetica dell’imprecisione è forse l’aspetto più interessante del progetto. In un’epoca in cui molta musica indipendente tende comunque a inseguire standard produttivi sempre più omologati, Rorschach rivendica la stanza, la cuffia, l’urgenza notturna, la registrazione fatta “a orari sbagliati” e senza chiedere permesso. È una scelta estetica, ma anche etica: accettare il limite, il difetto, la crepa, non come mancanza, ma come identità.

Il primo tassello di questo percorso è “Endless Lovers Story”, presentato come punto d’ingresso in un progetto destinato a esistere inizialmente come insieme di singoli. Il titolo suggerisce una tensione romantica, forse malinconica, forse deformata, perfettamente coerente con l’immaginario di un disco che sembra voler parlare d’amore, perdita e smarrimento senza ricorrere alle forme tradizionali del racconto sentimentale. Anche qui, la sensazione è che Rorschach non voglia accompagnare l’ascoltatore per mano, ma costringerlo a orientarsi in uno spazio instabile.

La forza di Poly Armony sta dunque nella sua natura anti-classificatoria. Non è un lavoro che si lascia ridurre facilmente a una categoria: troppo scuro per essere semplice synthwave, troppo storto per essere cantautorato convenzionale, troppo istintivo per essere puro esercizio elettronico, troppo personale per essere solo esperimento. È piuttosto un oggetto sonoro laterale, imperfetto e vivo, che fa della propria irregolarità il principale motivo di fascino.

Naturalmente, un progetto del genere richiede disponibilità. Chi cerca immediatezza, produzione patinata o strutture prevedibili potrebbe trovarsi disorientato. Ma è esattamente qui che Rorschach costruisce il proprio senso: nel rifiuto della comodità, nella scelta di non offrire coordinate stabili, nella volontà di restare un bersaglio in movimento.

Con Poly Armony, Rorschach firma una dichiarazione d’intenti radicale e intima: un disco-frattura, un diario sonoro deformato, una creatura nata dall’errore e dalla sete. Non funziona perché si lascia capire subito. Funziona perché obbliga a cercarlo, a inseguirlo, a riflettersi dentro le sue macchie sonore.

Un lavoro storto, notturno e volutamente incompiuto. E proprio per questo, profondamente umano.

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