Con l’arrivo dell’estate, anche Vault Lab si prende una breve pausa editoriale. Ma non temete: durante i mesi più caldi dell’anno, continueremo a tenervi compagnia con una selezione curata di artisti e uscite che meritano attenzione. Fino a settembre, gli articoli pubblicati saranno raccolti in una serie di speciali editoriali estivi, perfetti da leggere sotto l’ombrellone o durante i vostri viaggi. Che siate alla ricerca di nuove sonorità per le notti stellate, per i pomeriggi pigri o per le fughe on the road, qui troverete qualche buon motivo per premere “play”.
Lonely Dirt Road – Una ballata sulla solitudine, la guarigione e il tempo che scorre
C’è una strada sterrata che molti percorrono ogni giorno, ma pochi riescono a raccontare con tanta onestà.
Con “Lonely Dirt Road”, l’artista ci conduce in un viaggio personale e silenzioso, nato come semplice camminata terapeutica e trasformato, col tempo, in una routine di lunghi tragitti in auto per ritrovare sé stessi. Il brano è un inno sommesso alla fragilità umana, alla fatica del vivere e alla ricerca quotidiana di equilibrio.
Musicalmente, Lonely Dirt Road è essenziale e autentica. Le sonorità evocano i paesaggi aperti dell’America rurale, tra folk malinconico e indie rock contemplativo, con una voce che non cerca di impressionare, ma di parlare direttamente al cuore. L’atmosfera è quella di un’alba lenta, fatta di pensieri scomposti, aria fresca e il rumore delle ruote sulla ghiaia.
Il testo non ha bisogno di grandi effetti: parla con parole semplici e sincere di salute mentale, di età che avanza e di come i piccoli rituali quotidiani – come una camminata o una corsa in macchina – possano diventare ancora più cruciali man mano che la vita si fa complessa. È una canzone per chi ha bisogno di respirare, per chi trova conforto nel silenzio, per chi affronta ogni giorno con gentile ostinazione.
“The older I get, the longer the drives seem to get”, canta l’autore. Ed è lì che si nasconde la verità di Lonely Dirt Road: in quella distanza crescente tra ciò che siamo e ciò che cerchiamo di diventare, tra il rumore del mondo e il bisogno, disperato e umano, di un po’ di pace.
Un brano da ascoltare in cuffia, in auto, o con lo sguardo fisso fuori dal finestrino. Perché a volte, il viaggio più importante è proprio quello dentro di noi.
Zircon Skyeband – “Lovers Who Wander”: un inno errante tra sogno e nostalgia
Tra le pieghe della memoria e l’inquietudine del viaggio si fa strada “Lovers Who Wander”, il nuovo singolo firmato dai Zircon Skyeband, disponibile dal 18 luglio 2025 su Spotify. Un brano che sembra uscito da un diario perduto sotto le stelle: dolce, struggente, elegante come una lettera d’amore mai spedita.
Con radici che affondano tra Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti, gli Zircon Skyeband rappresentano un progetto musicale internazionale e trasversale, capace di unire la delicatezza del folk acustico, la scrittura pop cantautorale, e un’attitudine libera tipica del rock indipendente. In poco più di un anno, hanno pubblicato 25 brani e 11 videoclip, costruendo un immaginario sonoro coerente, ricco di sfumature emotive e visioni oniriche.
“Lovers Who Wander” è una ballata lenta e suggestiva, che racconta gli amanti erranti, i cuori inquieti, le anime nomadi. Le chitarre si intrecciano con garbo, accompagnando una voce che sembra parlare direttamente al cuore. Non c’è fretta, non c’è bisogno di clamore: tutto è in sospensione, come una carezza nel buio.
Il brano si colloca perfettamente nella poetica della band, che nelle precedenti uscite – come “Elvis Lives on the Moon” e “The Stake” – aveva già mostrato una particolare sensibilità nel trasformare le emozioni in viaggi sonori. Là dove c’erano sax vellutati e riff spaziali, qui troviamo il silenzio tra due respiri, la dolcezza di un passo condiviso.
I Zircon Skyeband non sono una meteora. Sono una costellazione che si disegna con calma, brano dopo brano, con uno stile riconoscibile ma mai banale. La loro musica si rivolge a chi cerca profondità nei testi, raffinatezza nei suoni e uno spazio per riflettere, immaginare, sentire.
Con una presenza crescente sui social, una produzione costante e una forte attenzione all’estetica visiva, la band ha già conquistato un pubblico internazionale e promette di ampliare sempre più il proprio universo.
Sherif Dahroug – “Sur le Fil de l’Aube”: una visione per pianoforte al confine dell’alba
Con la grazia di un rituale antico e la profondità di una meditazione contemporanea, “Sur le Fil de l’Aube” si presenta come una delle composizioni pianistiche più evocative degli ultimi anni. Firmato dal compositore e artista franco-egiziano Sherif Dahroug, il brano è il secondo movimento dell’EP Regards sur l’Horizon – Three Visions for Piano, insignito del Global Music Award 2024 in California.
Pubblicato nel settembre 2024, questo lavoro si posiziona nel cuore della musica contemporanea d’avanguardia, tracciando un ponte sonoro tra cosmologia egizia, spiritualità universale e esplorazione interiore.
“Sur le Fil de l’Aube” – letteralmente sul filo dell’alba – è un brano che si muove con passo leggero ma solenne lungo il confine tra l’oscurità e la luce, tra la fine di ciò che è stato e il principio di ciò che verrà. È in questo spazio fragile e sacro che Sherif Dahroug colloca la sua visione: una figura archetipica, un mediatore tra gli opposti, che ascolta il mondo nel silenzio e lo restituisce in forma di musica.
I tasti del pianoforte non sono semplicemente suonati, ma evocati; le note emergono come respiri lenti di un mondo in trasformazione, come eco lontane di Ra che ascende all’orizzonte, come fili d’argento tra cielo e terra. Il tutto è immerso in un’atmosfera sospesa, quasi mistica, in cui ogni pausa è carica di significato.
Il brano fa parte dell’EP Regards sur l’Horizon, un trittico pianistico in cui Dahroug indaga, attraverso il suono, tre momenti simbolici della ciclicità del tempo e dell’esperienza umana. Se “Sur le Fil de l’Aube” rappresenta la soglia dell’inizio, il progetto nel suo insieme si propone come un viaggio spirituale, in cui si intrecciano vita e morte, memoria e intuizione, materia e spirito.
L’estetica di Dahroug, raffinata e intensa, si muove tra musica classica contemporanea, suggestioni elettroniche e minimalismo. Ma ciò che colpisce è la profondità con cui l’autore riesce a trasmettere concetti filosofici e spirituali attraverso un linguaggio sonoro essenziale, purissimo, lontano da orpelli o virtuosismi fini a sé stessi.
La carriera di Sherif Dahroug è in costante crescita: nel 2025 è stato invitato ufficialmente a far parte della Recording Academy / GRAMMYs® come membro votante, un riconoscimento che attesta il valore del suo contributo al panorama musicale contemporaneo globale. La sua poetica si rivolge a chi cerca nella musica non solo estetica, ma esperienza, riflessione, trasformazione.
Con Sur le Fil de l’Aube, Sherif Dahroug ci invita a restare in ascolto, a camminare con rispetto tra le soglie del mondo e a cercare, nella musica, una risposta al nostro eterno bisogno di equilibrio e bellezza.
Amerakin Overdose – “Nothing (Without You)” feat. Jonny Santos: il ritorno brutale della nu-metal machine di Portland
Con un suono che affonda le radici nel nu-metal degli anni 2000 e uno stile visivo che sembra uscito da un incubo cyberpunk, gli Amerakin Overdose tornano con una nuova bomba sonora: “Nothing (Without You)”, disponibile dal 16 luglio 2025 su tutte le piattaforme digitali.
Questa nuova release vede la collaborazione d’eccezione con Jonny Santos, vocalist nominato ai Grammy e noto per i suoi lavori con Spineshank e Silent Civilian, che presta voce e chitarra solista a un brano che fonde rabbia industriale, groove oscuro e una disperata invocazione emotiva.
Nati a Portland, Oregon, gli Amerakin Overdose sono una delle realtà più viscerali e scenografiche della scena industrial/nu-metal statunitense. Il gruppo, noto per le sue maschere teatrali e un’estetica post-apocalittica, propone un mix esplosivo di riff pesanti, beat sincopati, synth ipnotici e linee vocali tra growl, melodia e spoken word.
Con “Nothing (Without You)”, la band alza ulteriormente il livello. Il brano è un mantra ossessivo che si insinua come un virus nell’anima, evocando sensazioni di perdita, dipendenza emotiva e distruzione interiore. L’influenza di band come Korn, Slipknot e Mudvayne si percepisce nella struttura, ma la produzione è modernissima, con un suono denso, compatto, tagliente.
L’elemento che rende “Nothing (Without You)” ancora più potente è la collaborazione con Jonny Santos, figura cult del nu-metal e frontman di Spineshank, band che ha lasciato un segno indelebile sulla scena negli anni 2000. Il suo contributo vocale aggiunge profondità e autenticità, mentre l’assolo di chitarra è una lama affilata che squarcia il muro di suono della traccia.
Questa collaborazione segna anche un’anticipazione delle nuove direzioni che Amerakin Overdose intende intraprendere nei prossimi lavori, dimostrando una volontà di evoluzione senza rinnegare le proprie radici.
La band non è nuova a collaborazioni importanti: ha condiviso il palco con Korn, Godsmack, Disturbed, FFDP, Chevelle, Shinedown, Avatar e All That Remains, partecipando a festival di riferimento come Rock Fest, Warped Tour, The Gathering of the Juggalos e Milwaukee Metalfest.
Il loro impatto visivo è tanto potente quanto quello sonoro. I video dei precedenti singoli “Damaged” e “Toxic”, tratti dall’album Artificial Infection (2024), sono vere e proprie opere di dark-performance art, tra body horror, critica sociale e glitch estetici.
DESU TAEM – Tra rabbia sociale e riff roventi: “Anti-Heroin Heroine” e “Riding in the Heat” raccontano l’America di chi brucia dentro
Diretto, brutale, ruvido e senza compromessi: DESU TAEM è tutto ciò che il rock deve essere quando smette di voler piacere e comincia a raccontare il mondo per quello che è. Con i nuovi singoli “Anti-Heroin Heroine” e “Riding in the Heat”, l’artista americano ci consegna due manifesti di sopravvivenza urbana, attraversati da riff infuocati, batteria pestata e parole che colpiscono come un pugno allo stomaco
“People who use, die. But they never imagine they, themselves, are destined to be a statistic… until they are.”
Non è una canzone, è un urlo disperato contro l’eroina, le dipendenze e il silenzio colpevole che circonda le morti quotidiane per overdose. “Anti-Heroin Heroine” prende posizione e lo fa senza mezzi termini, unendo la rabbia punk all’energia cruda dell’hard rock. Il ritornello è martellante, il messaggio chiaro: “Get this shit gone!” – via questa merda, ora. DESU TAEM trasforma la musica in un’arma sociale, e lo fa con consapevolezza e furore.
Se Anti-Heroin Heroine è lo schiaffo, “Riding in the Heat” è il respiro affannoso di chi cerca una via d’uscita. È una canzone da deserto e asfalto, sudata come una corsa estiva su una highway americana. Qui il rock si fa muscolo e nostalgia, evocando i giorni roventi dell’estate e la solitudine esistenziale di chi, pur tra mille contraddizioni, continua a correre. Un brano che sembra uscito da un incrocio tra Iggy Pop, Social Distortion e un film di John Carpenter, pieno di groove e di libertà selvaggia.
DESU TAEM è un artista DIY, autoprodotto fino all’osso, con 8 album, 5 singoli e 2 video all’attivo. Nessun contratto major, nessun compromesso: solo rock in purezza. Dalle sue parole traspare una dedizione rara:
“Invio ogni singolo a oltre 100 curatori, con soldi miei. Non ho mai guadagnato un centesimo. Ma continuo. Perché questa è la mia vita.”
Con un background punk e metal, DESU TAEM abbraccia “tutti gli aspetti del rock’n’roll”, come ama dire. E lo fa con la stessa determinazione con cui porta avanti un messaggio: sentire, resistere, urlare.
monocene – “Follow the Sun”: il grido silenzioso che diventa luce
C’è una bellezza rara nei brani che nascono da una frattura, da un momento in cui tutto sembra vacillare ma la musica riesce a tenere insieme i pezzi. “Follow the Sun”, nuovo singolo dei monocene, è esattamente questo: una canzone che parla di smarrimento e fede, di crolli interiori e forza ritrovata, con la delicatezza di chi ha vissuto davvero ciò che racconta.
Nati dall’incontro di tre musicisti – Joerg, Igor e Stjepan – tra Germania e Croazia, i monocene sono un trio alternative rock che fonde l’energia grunge, l’introspezione indie e la potenza emotiva di una scrittura sincera. “Follow the Sun” è il primo brano che abbiano mai scritto insieme come band, ed è anche il più personale:
“È nata in un periodo difficile delle nostre vite. Parla del dubbio, della speranza e della voglia di andare avanti nonostante tutto.”
Musicalmente, “Follow the Sun” si muove su un terreno familiare per chi ama i suoni alternativi degli anni ’90 e 2000: chitarre graffianti ma calibrate, una voce carica di verità e un crescendo che non esplode, ma si allarga dentro come un sole lento all’orizzonte. Il brano non ha bisogno di effetti speciali: colpisce con l’essenziale, con quella tensione emotiva che trasforma il dolore in resistenza.
In un’epoca di plastica emotiva e canzoni usa-e-getta, i monocene scelgono la strada più difficile: quella dell’autenticità. “Follow the Sun” non è solo una canzone da ascoltare: è una mano tesa per chi ha attraversato la notte e cerca ancora una direzione. Non a caso, il brano si chiude lasciando spazio al silenzio, a quella pausa che precede ogni nuovo inizio.
Con “Follow the Sun”, i monocene si presentano al mondo con il coraggio dei debuttanti veri: quelli che non cercano l’effetto wow, ma vogliono lasciare un segno duraturo. In un panorama musicale sempre più saturo, la loro voce si distingue per profondità, onestà e un senso palpabile di urgenza emotiva.
Chi cerca nel rock qualcosa che parli davvero alla propria interiorità, farà bene a seguirli.
Lowest Fi – “Recipe for Misery”: il segreto per stare male… divertendosi
Con un titolo che suona come un avvertimento ma una melodia che mette subito il sorriso, “Recipe for Misery” è la nuova bomba sonora firmata Lowest Fi, trio svizzero che mescola rock, ska e un pizzico di follia teatrale. Il brano è uscito il 25 luglio 2025 su tutte le piattaforme digitali e promette di conquistare chiunque abbia bisogno di scrollarsi di dosso la pesantezza con energia e ironia.
A dispetto del testo che elenca passo dopo passo tutto ciò che ti porta a sentirti uno straccio, “Recipe for Misery” è uno di quei pezzi che ti fa battere il piede e ti strappa un sorriso. Un paradosso ritmico ben riuscito, che cavalca l’onda ska con leggerezza ma senza perdere potenza. I riff saltellanti, la voce graffiante di Miss Torsion, la sezione ritmica incalzante: ogni elemento è al suo posto per trasformare la miseria in festa.
I Lowest Fi non sono solo musicisti: sono creature da palcoscenico. Il loro sound fonde influenze punk, gothic e surf rock, mentre l’attitudine è da vera e propria “monster party”: spettri, fauni, demoni e incanti musicali che si alternano sul palco e in studio. Ecco la formazione:
- Miss Torsion – voce e chitarra, già nota per il suo progetto dark Miss Torsion e per la militanza nei Cell Division
- Groovedriver – basso, ex Pleasure More
- Anymal – batteria, direttamente dalla scena surf punk con i Razorblades
“Recipe for Misery” è l’antidoto perfetto al rock troppo serio: suona potente, è scritta con intelligenza, e soprattutto diverte. Il brano è perfetto per chi ama band come No Doubt, The Offspring, o Gogol Bordello, ma anche per chi cerca qualcosa di fresco e originale in un panorama musicale sempre più omologato.
Powerage – “Deep Inside”: viaggio interiore nel cuore del rock italiano
Un brano come “Deep Inside” non nasce per caso. È il frutto di oltre vent’anni di passione, palchi, demo e ricerca sonora. Estratto dall’album Clepshydra (2004), questo pezzo rappresenta una delle vette espressive dei Powerage, storica band hard rock abruzzese con radici che affondano negli anni ’80 e una coerenza stilistica rara nel panorama italiano.
“Deep Inside” è tanto una canzone quanto una dichiarazione d’intenti: profonda, introspettiva, potente. La band ci porta dentro un universo sonoro che mescola hard rock, metal classico e aperture strumentali suggestive, arricchite da arrangiamenti curati nei minimi dettagli. Il brano emerge come uno dei cardini narrativi dell’album Clepshydra, la cui struttura circolare e concettuale ne fa un’opera d’autore.
Non si tratta solo di riff graffianti e ritmiche serrate: “Deep Inside” scava letteralmente dentro l’ascoltatore, con un’interpretazione vocale intensa e un crescendo che richiama tanto il classic rock degli Zeppelin quanto le tendenze più riflessive del metal anni ’90.
Nati a L’Aquila nei primi anni ’80, i Powerage sono una delle realtà più longeve e autentiche del rock italiano. Con una formazione storica guidata da Fabio Japadre (voce e batteria), Gianni Ferrari (chitarra) e Silvio Japadre (basso), la band ha attraversato decenni di evoluzione musicale senza mai perdere la propria identità.
Dalle prime cover di AC/DC, Hendrix e Led Zeppelin, passando per demo autoprodotte che hanno attirato l’interesse anche di etichette estere, fino alla costruzione paziente e meticolosa del loro album Clepshydra, i Powerage hanno sempre preferito la qualità al compromesso.
Pubblicato nel 2004, Clepshydra è un album che si ascolta come un racconto: 12 brani collegati tra loro da intro e passaggi strumentali, con ospiti speciali (violoncelli, tastiere, arrangiamenti unplugged) e un filo conduttore che unisce il primo e l’ultimo brano in un gioco di specchi sonoro.
“Deep Inside” si inserisce in questo mosaico come una delle tracce più intense, capace di condensare la visione dei Powerage: un rock viscerale, maturo, che non ha bisogno di effetti speciali per lasciare il segno.
FunGhetto – “A Silent Caress”: Dostoevskij, emozioni e nuove onde sonore
Con A Silent Caress, i FunGhetto ci conducono in un viaggio intimo e letterario, omaggiando uno dei giganti della narrativa russa: Fëdor Dostoevskij. Ispirata al capolavoro L’Idiota, questa canzone è molto più di un semplice tributo: è una carezza silenziosa all’anima, un brano che trasporta le inquietudini del Principe Myškin nel paesaggio sonoro vibrante e raffinato del progetto firmato Antonello Aversa.
Il cuore pulsante di A Silent Caress è la fragilità luminosa dell’“idiota” dostoevskiano: un personaggio capace di compassione, bellezza e verità in un mondo corrotto. La musica di FunGhetto abbraccia questi temi con melodie sospese, arrangiamenti evocativi e atmosfere post-rock intrise di emozione, in perfetto equilibrio tra tensione narrativa e delicatezza espressiva.
L’influenza letteraria non è solo un riferimento colto: è lo scheletro poetico su cui si costruisce l’intero brano, rendendo l’ascolto un’esperienza quasi cinematografica, a metà tra sogno e rivelazione.
FunGhetto è il progetto solista di Antonello Aversa, musicista e produttore italiano con un gusto marcato per la sperimentazione. Il suo universo sonoro fonde alternative rock, new wave, noise ed echi etnici, dando vita a un linguaggio musicale personale e riconoscibile.
Collaborazioni importanti, come quella con la vocalist Nuccia Paolillo, hanno arricchito ulteriormente l’estetica del progetto, portando a brani complessi e stratificati, ma sempre accessibili e profondi.
A Silent Caress è una ballata esistenziale che parla di purezza in un mondo disilluso, di tenerezza in tempi brutali, evocando quella dolce malinconia che attraversa le pagine di Dostoevskij come una brezza tragica e necessaria. FunGhetto la trasforma in suono, in vibrazione, in eco che risuona sotto pelle.
GLITCH – “Mystic Lights”: Il debutto epico della nuova promessa del metal svizzero
Con il loro primo singolo ufficiale Mystic Lights, i GLITCH fanno un ingresso trionfale nel panorama metal internazionale, portando una ventata di energia epica, profondità emotiva e visione cinematografica. La band svizzera, formatasi nel 2023, presenta un brano che è tanto una dichiarazione d’intenti quanto un inno alla bellezza struggente del power metal moderno.
Mystic Lights è una power ballad che vive in equilibrio perfetto tra impeto e introspezione. Le chitarre scolpiscono muri di suono, i ritmi si muovono tra groove moderni e strutture classiche, mentre la voce guida l’ascoltatore in un viaggio tra emozione e immaginazione. Non è solo una canzone, ma una visione sonora che racconta una storia: quella di una band che punta a parlare al cuore tanto quanto scuotere le ossa.
Nati con l’obiettivo di coniugare la potenza del metal con l’espressività della narrazione musicale, i GLITCH stanno ancora definendo la propria line-up definitiva, ma la direzione creativa è già solidissima. Il nucleo della band è attivo, ispirato e impegnato nella produzione di nuovi brani e nella preparazione per i primi show dal vivo.
Con Mystic Lights, GLITCH si rivolgono a tutti quei fan che amano il metal melodico, cinematografico e coinvolgente — un suono che può ricordare band come Kamelot, Delain, Within Temptation o i primi Nightwish, pur mantenendo una propria cifra stilistica originale.
Mystic Lights è solo l’inizio, ma promette già molto: GLITCH sono una realtà da tenere d’occhio, capaci di fondere la classicità del power metal con un’anima moderna e poetica. Se siete alla ricerca di nuove luci nel firmamento metal, lasciatevi guidare da queste luci mistiche
HASTE – “Justifications”: Hardcore puro da Connecticut, tra rabbia, velocità e coscienza moderna
Dalle profondità sotterranee del Connecticut arriva un’ondata di energia inarrestabile: Haste, band hardcore/punk americana, firma il brano Justifications, un’autentica esplosione sonora che richiama con forza le radici più crude e genuine del genere. Il pezzo, rumoroso, veloce e diretto come un pugno nello stomaco, si colloca in una linea di sangue che parte da Minor Threat e Black Flag, e arriva fino a oggi con una lucidità che non ha perso né la rabbia né la lucidità politica.
Justifications non perde tempo. La band entra dritta nel cuore del brano con riff serrati, ritmi martellanti e voci rabbiose, il tutto senza compromessi né concessioni all’estetica patinata. Il suono è grezzo, abrasivo e autentico, ma allo stesso tempo consapevole e attento alla forma. Il messaggio è chiaro: non c’è bisogno di giustificazioni quando la realtà ti grida contro ogni giorno.
Anche se affonda le radici nel sound degli anni ’80, Haste porta una sensibilità moderna, con testi che parlano della frustrazione contemporanea e della necessità di resistere. È un hardcore che guarda al passato ma non ci resta incollato, rielaborando la tradizione con furore attuale e spirito DIY.
Il brano anticipa un periodo creativo importante per la band, attualmente al lavoro su nuovo materiale. In attesa del prossimo EP, Justifications rappresenta un biglietto da visita potente e rabbioso, che non passa inosservato nella scena underground internazionale.
Con Justifications, Haste dimostra che l’hardcore non è morto: è solo più incazzato, più consapevole, più urgente. Per chi ama il punk nella sua forma più essenziale e sincera, questa traccia è un richiamo da non ignorare.
Bistrot of art – “Gravity, or the Starry Night above Oman”
Un viaggio neoclassico tra cielo e silenzio
Con un titolo che evoca meraviglia e contemplazione, Gravity, or the Starry Night above Oman è una composizione per pianoforte che riesce a fondere eleganza neoclassica, minimalismo emozionale e suggestione paesaggistica in un’unica esperienza sonora.
Realizzata dal progetto britannico Bistrot of art, la traccia – pubblicata per la prima volta nel 2018 – si rivolge a chi ama la musica strumentale soft, le composizioni per piano solo e i momenti di profonda introspezione.
Nonostante il titolo parli di gravità, il brano scivola via con la leggerezza di una stella cadente. Le note di pianoforte, sospese e limpide, sembrano fluttuare sopra un paesaggio notturno, guidando l’ascoltatore in un luogo dove il tempo si ferma e l’unico movimento è quello della mente e del cuore.
Il riferimento al cielo stellato sopra l’Oman trasporta l’immaginario verso orizzonti lontani, notti di deserto e vastità silenziose. La musica si fa luogo, memoria, respiro.
Bistrot of art si inserisce nella tradizione moderna dei compositori neoclassici e minimalisti – da Ólafur Arnalds a Nils Frahm, da Max Richter a Philip Glass – pur mantenendo una voce personale, sobria, delicata, evocativa. Una scelta perfetta per chi cerca colonne sonore dell’anima, da ascoltare in momenti di riflessione, scrittura, meditazione o semplice contemplazione.
Attualmente Bistrot of art è in fase di registrazione del suo primo EP interamente dedicato al piano solo, un progetto che promette di espandere ulteriormente il suo universo musicale. Se questo primo assaggio vi ha conquistato, tenete d’occhio i suoi canali: le stelle sopra l’Oman sono solo l’inizio di un viaggio sonoro più ampio.
Imaginal Cells – “The Forgotten Ones”
Un inno progressivo per chi si sente perso
La band progressive rock americana Imaginal Cells torna sulla scena con un tributo potente e carico di significato: The Forgotten Ones, reinterpretazione di un classico firmato Magnus Karlsson per il progetto Allen/Lande (2005), rivive oggi con nuova linfa, profondità e una straordinaria parata di ospiti d’eccezione.
Il singolo, disponibile dal 29 luglio 2025 su tutte le piattaforme digitali, si inserisce nella serie di cover del gruppo, ed è il primo brano registrato dopo l’acclamato debut album “Purified” (Eye See Records).
Un cast stellare per un messaggio universale
Il brano affronta temi urgenti e umani: perdita, isolamento, disperazione, ma anche speranza, resilienza e memoria. A sostenerlo è un cast di musicisti di altissimo profilo:
- Jeff Scott Soto alla voce (Yngwie Malmsteen, Journey, Sons of Apollo)
- Joel Hoekstra alla chitarra solista (Whitesnake, Trans-Siberian Orchestra)
- Mark Kaleiwahea (Sacred Rite) alla chitarra ritmica
- Dierdre Evans ai cori
- Cathie King al violino
Una lineup che rende The Forgotten Ones non solo una cover, ma una vera e propria reinterpretazione cinematica, tra atmosfere neoclassiche, energia prog-metal e slanci emozionali.
Chi sono gli Imaginal Cells
Imaginal Cells è una band progressive metal con base a Phoenix, Arizona, formata da veterani della scena rock e metal americana. Il gruppo include:
- Ethan Foxx (voce e chitarra)
- Jimmy Caterine (chitarra, Sacred Rite)
- Pete Crane (basso, Sacred Rite)
- Eric Barker (tastiere, sound design)
- Steve Hambruch (batteria)
La loro musica è una fusione di psichedelia contemporanea, armonie vocali complesse, suoni naturali campionati e liriche visionarie. L’album Purified – concepito come concept ispirato alle profezie apocalittiche delle culture nativo-americane – ha esplorato i temi dell’alienazione spirituale e del parassita mentale Wetiko, con un taglio tanto filosofico quanto musicale.
In attesa del prossimo capitolo
Con The Forgotten Ones, Imaginal Cells dimostra ancora una volta la propria capacità di unire tecnica impeccabile, cuore pulsante e riflessione sociale. Un brano che guarda al passato per parlare al presente. Se siete amanti del prog metal sofisticato, riflessivo e viscerale, questo è un nome da segnare.
Muellercraft – “Comes the Dawn”
Una ballata onirica tra le macerie del futuro
Tra le pieghe liriche e strumentali della monumentale rock opera Dystopia 31, il brano Comes the Dawn si staglia come un momento sospeso, intimo e contemplativo. Composto da Jay Nelson Mueller e interpretato con delicatezza vocale da Julia Mueller, questo brano offre una pausa riflessiva nel cuore di un racconto epico e distopico.
Una carezza sonora nel cuore della rivolta
Comes the Dawn è una delle tracce più sognanti del disco, dove chitarra acustica, synth analogici e piano malinconico si intrecciano in un crescendo emozionale che richiama alla mente i momenti più lirici della tradizione prog. Le strofe si dipanano come un sussurro, mentre i ritornelli esplodono in un abbraccio sonoro fatto di tastiere stratificate e cori soffusi (Emmaline Mueller e Jay Mueller completano il quadro vocale).
La struttura del brano – con il suo ponte centrale affidato a un synth vintage – contribuisce a rendere Comes the Dawn una vera gemma di neoprogressive emozionale, sospesa tra ballata, ninna nanna e preghiera laica.
Dentro “Dystopia 31”
Il brano è parte di Dystopia 31, opera rock futuristica in 28 tracce, che narra l’insurrezione in una megalopoli del futuro popolata da 40 milioni di umani e 80 milioni di cloni oppressi da un despota carismatico. A dare inizio alla rivoluzione, una giovane coppia ribelle – Tom Seher e Tryn Gwir – aiutati da un misterioso monaco, Klive Zan.
L’universo sonoro di Dystopia 31 spazia dal cinematic synth-rock alla chitarra elettrica graffiante, passando per momenti bluesy e riflessioni acustiche come Comes the Dawn. Il progetto rende omaggio a opere come Tommy degli Who e 2112 dei Rush, inserendosi in quella tradizione di rock progressivo narrativo, ma con un tocco contemporaneo.
ODC – “My Name is Gold” | Nu Metal del nuovo millennio tra satira, breakdown e glitter
Con “My Name is Gold”, gli ODC firmano il terzo singolo estratto dall’attesissimo album Twisted Love, in arrivo per l’etichetta Black II Black Records (imprint metal della Frontiers) e prodotto a Nashville da Kellen McGregor. Il brano si presenta come un’autentica esplosione di energia contemporanea, in cui le radici del nu metal anni 2000 si intrecciano con l’aggressività del metalcore, le melodie pop più catchy e un’attitudine rap spavalda e ruvida.
La band francese affina ulteriormente la propria visione musicale, creando un ponte tra le influenze storiche del genere – Limp Bizkit, Papa Roach, Linkin Park – e un linguaggio più moderno, potente e contaminato. Il risultato è un brano dal groove irresistibile, che strizza l’occhio sia ai nostalgici del nu metal di inizio millennio sia alle nuove generazioni affamate di suoni ibridi e intensi.
“My Name is Gold” non è solo un pezzo ad alto tasso adrenalinico: è anche una provocazione lirica, una satira tagliente sulla cultura del successo, dell’apparenza e della brama di fama. Il valore umano, ci dice ODC, sembra emergere solo quando è rivestito d’oro, ovvero quando brilla abbastanza da riflettersi nel giudizio altrui. Un messaggio crudo e attuale, veicolato da riff pesanti, ritornelli martellanti e un mood che non fa prigionieri.
Con questa uscita, ODC si conferma come una delle realtà europee più interessanti nel panorama del metal contaminato. My Name is Gold è l’ennesimo tassello di un percorso che promette un album carico di sorprese, urgenza e personalità. E se questo è l’oro che luccica, siamo pronti a seguirne il bagliore fino in fondo.
Dustin O’Halloran – “Gold” | La purezza del momento in una singola nota
Con “Gold”, Dustin O’Halloran ci invita a spogliarci del superfluo e ad ascoltare la nuda verità di un istante creativo. Registrato in un’unica take nel suo studio di Reykjavík, il brano è una composizione per pianoforte intima e improvvisata, che cattura l’essenza di una riflessione sonora spontanea, senza artifici né sovrastrutture.
O’Halloran, già noto per le sue colonne sonore evocative e i lavori neoclassici che intrecciano emozione e minimalismo, sceglie in questa occasione di far parlare lo strumento in tutta la sua vulnerabilità. “Gold” è il suono del respiro che si fa nota, del silenzio che si tramuta in musica. Una traccia che vibra di sincerità e che sembra emergere direttamente dallo spazio interiore di chi suona, senza alcun filtro.
In un mondo musicale spesso ossessionato dalla perfezione tecnica e dall’elaborazione post-produttiva, Gold rappresenta un atto di fiducia nel momento presente. Un invito a rallentare, ad ascoltare con attenzione, a scoprire l’oro nascosto nella semplicità.
Con questa nuova uscita, Dustin O’Halloran conferma ancora una volta il suo ruolo di artigiano dell’anima, capace di trasformare un frammento fugace in qualcosa di eterno. Una gemma sonora per chi cerca profondità, silenzio e bellezza.
Eli Lev – “My Wish Was You” | Il rimpianto che suona come poesia
Con “My Wish Was You”, Eli Lev ci regala una ballata folk-pop delicata e malinconica, che vibra tra sogno e memoria. È un brano che parla di ciò che sarebbe potuto essere — una relazione che sembrava scritta nel destino, ma che si è dissolta nell’aria come un ricordo dolceamaro.
Accompagnato da chitarra acustica e un quartetto d’archi, Lev costruisce un paesaggio sonoro intimo e nostalgico. La sua voce, calda e sincera, ci guida in una riflessione sul desiderio, sulla perdita e su quella sensazione universale di riconoscere qualcuno che sembrava fatto per noi, ma che il tempo o le circostanze hanno allontanato.
Il brano anticipa il nuovo album Past Lives, in uscita l’8 ottobre, che si annuncia come un’opera personale e ricca di connessioni spirituali e familiari. Con influenze che richiamano Gregory Alan Isakov, The Paper Kites e Vance Joy, Eli Lev riesce a toccare corde profonde con una semplicità disarmante.
“My Wish Was You” è una canzone che non grida, ma resta dentro — come un ricordo che continua a vivere, in punta di piedi, tra le note.
Restate sintonizzati, anche sotto il sole
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Buona estate e… buon ascolto!